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Una canzone che fa volare

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  Una canzone che fa volare Oggi la musica mi ha riportato The Devil Is Loose , la canzone di Asha Puthli che nei primi mesi del 1978 conquistò l’Italia dopo la sua sensuale apparizione al Festival di Sanremo. Allora presentavo programmi nelle prime radio private. Una di quelle voci senza volto che entravano nelle case portando dischi, dediche e sogni. La mia radio si chiamava Radio San Cesario e trasmetteva da una stanza al primo piano di via Vittorio Emanuele III. Ricordo il gesto quasi religioso con cui appoggiavo la puntina sul vinile. Il piatto cominciava a girare e la voce di Asha Puthli riempiva la stanza. Io amavo quella canzone e, forse, attraverso il microfono cercavo di farla amare anche agli altri. Ma basta con la macchina del tempo. Il passato è un luogo bellissimo, purché non ci impedisca di abitare il presente. Adesso ascolto questa melodia e mi sembra di entrare in una nuvola. Salgo lentamente, abbracciato alla mia ragazza. Da lassù vedo le città, le strade, le case...

La festa che mi era dovuta

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  La festa che mi era dovuta Compio diciott’anni. Mia madre apre la porta, mio padre le rimane accanto. Accolgono il mondo come si accoglie una stagione buona dopo averne atteso a lungo il raccolto. Non c’è vergogna nei loro gesti. Nessuna voce si spezza. La casa non teme di essere guardata. Mio padre posa una mano sulla mia spalla, mia madre sorride agli invitati: — Questo è nostro figlio. E in quelle quattro parole non sono più soltanto il ragazzo che cerca una via per andarsene. Sono il frutto riconosciuto, il nome pronunciato con orgoglio, la parte migliore della loro vita. Daniela e Maria Rosaria ridono nel cerchio bianco di un lampione. Dalla sala viene il profumo del pane, delle vivande preparate, della cura diventata festa. Tutti sono benvenuti. Persino io. E finalmente comprendo che una famiglia può essere questo: due persone sulla soglia che non ti chiedono di nasconderti, ma ti presentano al mondo come una meraviglia. Da qualche parte si r...

LA CASA CHE SONO

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  LA CASA CHE SONO Ti vedo, tristezza. Non sei venuta ieri. Ieri hai soltanto trovato una porta rimasta aperta. Hai attraversato la mia vita camminando dietro di me, mentre correvo per diventare grande, per non costare fatica, per liberare dal mio peso le braccia che avrebbero dovuto stringermi. Credevo che crescere volesse dire andarsene, che essere amato significasse occupare poco spazio, chiedere niente, finire presto. Così ho superato esami, attraversato stanze, messo al mondo giorni, sostenuto case e persone, senza mai domandarmi dove abitasse il bambino che avevo lasciato indietro. Era seduto a un incrocio. Non piangeva nemmeno più. Aspettava qualcuno che non avesse fretta di vederlo partire. Oggi sono tornato a prenderlo. Gli ho detto: vieni, non devi meritare il pane, non devi conquistarti il letto, non devi diventare indispensabile per avere il diritto di restare. Porta con te la paura, gli esami dimenticati, la vergogna di essere stato un peso. Nella mia casa c’è posto an...

DON’T MAKE ME OVER, DIONNE WARWICK

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DON’T MAKE ME OVER, DIONNE WARWICK Appaiono senza preavviso, le canzoni. Non bussano, non chiedono permesso. Arrivano da una radio dimenticata, da un disco che credevamo perduto o, come questa volta, dalla profondità della rete, che qualche volta sa essere anche una miniera della memoria. Don’t Make Me Over è riemersa così, portandosi dietro il 1962. Un anno in cui il mondo sembrava ancora disposto ad ascoltare. Dionne Warwick aveva ventun anni e una voce che non aveva bisogno di alzarsi per farsi sentire. Burt Bacharach e Hal David le avevano affidato una preghiera d’amore che era anche una dichiarazione di dignità: non cercare di cambiarmi, ora che sai quanto ti amo. Accettami con le mie fragilità, con i miei errori, con tutto ciò che sono. È una canzone che sale senza fare rumore. Ti prende per mano, ti conduce verso le vette più alte e poi ti lascia planare sopra vallate vaste, dove la malinconia non ferisce più e diventa pace. Una pace inquieta, però, perché nasce dalla domanda p...

Il Salento, terra di trombe d’aria: perché nell’estate 2026 i vortici si sono ripetuti così spesso

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  Il Salento, terra di trombe d’aria: perché nell’estate 2026 i vortici si sono ripetuti così spesso Il violento temporale che oggi, 18 agosto 2026, ha investito Porto Cesareo non è un episodio isolato. È l’ultimo evento di una sequenza che, nel corso dell’estate, ha interessato entrambi i versanti della penisola salentina. A Porto Cesareo il vento ha abbattuto le luminarie che si stavano montando in piazza Nazario Sauro per la festa di Santa Cesarea, ha spezzato alcuni pali e rovesciato gli archi luminosi. All’Isola Beach Club una parte della struttura è stata scoperchiata, i gazebo sono stati divelti e la grande insegna luminosa è finita in mare. Alberi spezzati nella zona del cimitero e allagamenti diffusi, anche nelle campagne, completano il quadro dei danni. Fortunatamente, come ha comunicato il sindaco Francesco Schito, non risultano persone ferite. La cronaca dell’evento è confermata dalle notizie diffuse nelle ore immediatamente successive al temporale. Cronaca del maltempo...

L’amore che non arriva tutto insieme

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  L’amore che non arriva tutto insieme Conversazione tra Antonio Bruno, Humberto Maturana, Donald Winnicott, Gabriella Tupini, una madre e Cecilia La stanza è immersa in una luce quieta. Al centro c’è una culla vuota, come se appartenesse contemporaneamente a tutti i bambini venuti al mondo e a nessuno in particolare. Una donna guarda l’orologio appeso alla parete. Segna le 8.24. MADRE Era il 3 settembre 2016. Dopo ore di dolore vidi mia figlia per la prima volta e dissi soltanto: «Ce l’ho fatta. È tutto finito». ANTONIO Non pensasti: «È l’amore della mia vita»? MADRE No. Pensai che eravamo vive. Che avevo attraversato qualcosa di enorme e che finalmente potevo tornare a respirare. TUPINI E che cosa provasti subito dopo? MADRE Sollievo. Stanchezza. Spaesamento. Anche felicità, certamente, ma non quella felicità assoluta che mi avevano promesso. ANTONIO Dunque non soffrivi perché non amavi tua figlia. Soffrivi perché ciò che sentivi non coincideva con ciò c...