Oggi ascolto Luca Barbarossa — “Protegga il cielo”
Oggi ascolto Luca Barbarossa —
“Protegga il cielo”
Un racconto
nello spirito del giornalismo umano, partecipe e appassionato.
Ci sono
canzoni che raccontano il mondo. E poi ce ne sono altre che, mentre lo
raccontano, ti fanno venire voglia di abitarlo.
Stamattina
ascolto Luca Barbarossa. La canzone si chiama Protegga il cielo. E
mentre la ascolto mi succede una cosa curiosa: torno al 1975.
A Rino
Gaetano.
A quel suo Ma
il cielo è sempre più blu che sembrava una festa e invece era anche una
denuncia. Rino aveva capito una cosa fondamentale: che per raccontare gli
esseri umani non bisogna necessariamente giudicarli. Basta guardarli. Metterli
uno accanto all'altro, con le loro contraddizioni, le loro miserie, i loro
piccoli eroismi quotidiani. E poi lasciare che sia la musica a fare il resto.
Rino era
graffiante. Ti metteva davanti un'umanità intera, ti faceva sorridere e subito
dopo ti costringeva a pensare. Accumulava tensione, una figura dopo l'altra, e
alla fine arrivava quel cielo sempre più blu. Come una liberazione. O forse
come una domanda alla quale nessuno aveva ancora trovato risposta.
Sono passati
cinquantuno anni.
E oggi
arriva Luca Barbarossa.
Non so se Luca
abbia pensato a Rino scrivendo questa canzone. Non lo so e non voglio
inventarmelo. Ma io, ascoltandola, sento una parentela profonda. Come se due
uomini, in due epoche diverse, avessero guardato la stessa umanità da due
finestre differenti.
Rino la guardava
con l'ironia di chi non sopporta le ipocrisie.
Luca la
guarda con la tenerezza di chi, pur conoscendole, ha deciso di continuare ad
amare gli esseri umani.
E qui devo
parlare della musica.
C'è una
chitarra. Quella chitarra che sto imparando ad amare come me stesso. La
riconosco subito, la sento vicina. È uno strumento che non ha bisogno di
imporsi. Ti accompagna, ti aspetta, qualche volta sembra persino respirare
insieme a te.
Poi arrivano
gli archi di Paolo Buonvino.
E accade
qualcosa che faccio fatica a spiegare.
La musica
crea una tensione, ma non la lascia diventare angoscia. La raccoglie, la
accompagna per qualche istante e poi la scioglie nella dolcezza. E quella
dolcezza, a ogni passaggio, io la sento fisicamente. Mi attraversa il petto,
scende nello stomaco, arriva nelle braccia.
Non sto
semplicemente ascoltando una canzone.
La sto
vivendo.
E intanto
Luca racconta le persone.
Quelle che
piantano alberi, che sanno accarezzare, che aprono una porta. Quelle che
continuano a sognare anche quando sarebbe più ragionevole smettere. Quelle che
protestano, che si commuovono davanti a un film già visto, che non credono
abbastanza in sé stesse.
Mi piacciono
tutte.
Mi piace
soprattutto che Luca non chieda a nessuna di loro di essere diversa.
Non c'è una
graduatoria dei meritevoli. Non c'è un tribunale morale. Non c'è la pretesa di
dividere il mondo tra chi ha capito tutto e chi non ha capito niente.
Ci sono
persone.
E ciascuna
porta qualcosa.
Una
fragilità, una speranza, una contraddizione, un gesto d'amore.
È qui che
questa canzone mi conquista definitivamente.
Perché io ho
un punto di vista sul mondo. E da questo punto di vista nasce un modo di vivere
che, oggi, mi piace da morire.
Mi piace
osservare senza dover correggere. Ascoltare senza preparare una risposta.
Riconoscere che ciascuno ha una storia che io non conosco fino in fondo. E che
posso incontrare qualcuno senza pretendere che diventi ciò che desidero.
Luca, in
questa canzone, mi sembra faccia proprio questo.
Lascia
vivere le persone.
E le affida
al cielo.
Non chiede
al cielo di premiare i migliori. Non gli domanda di punire i peggiori. Gli
chiede protezione.
Per tutti
quelli che, in qualche modo, stanno provando a vivere.
E poi arriva
quel piccolo, immenso pronome: noi.
Pensateci.
Due lettere.
Dentro ci
stanno un uomo e una donna, due amici, una famiglia, una comunità. Ci sta
qualcuno che apre la porta e qualcuno che finalmente trova il coraggio di
entrare.
Ci sta
persino chi non riesce ancora a dire noi, ma vorrebbe tanto riuscirci.
Ecco perché
questa canzone mi emoziona.
Perché non
celebra un'umanità perfetta. Celebra la possibilità di incontrarsi.
Rino
Gaetano, nel 1975, ci mostrava un mondo pieno di contraddizioni e ci consegnava
un cielo ostinatamente blu.
Luca
Barbarossa, nel 2026, mi fa guardare quelle contraddizioni con occhi diversi.
Il cielo non è più soltanto qualcosa da contemplare. Diventa qualcosa a cui
affidare ciò che amiamo.
E c'è una
differenza enorme tra guardare il cielo e chiedergli di proteggere qualcuno.
Nella
seconda cosa c'è una relazione.
C'è l'altro.
C'è l'amore.
A un certo
punto mi viene da pensare che Luca sia una bella persona. Naturalmente non
conosco tutta la sua vita, e una canzone non può raccontare per intero chi l'ha
scritta. Ma conosco lo sguardo che ha scelto di mettere in queste parole.
E quello
sguardo mi piace.
Mi piace
moltissimo.
Perché
avrebbe potuto raccontare il cinismo, la rabbia, il disincanto. Avrebbe avuto
materiale in abbondanza. Basta aprire un giornale.
Invece ha
scelto di raccontare chi spezza le catene, chi condivide il pane, chi continua
ad amare la vita nonostante tutto.
E io penso
che questa sia una scelta artistica, certo. Ma anche una scelta umana.
La stessa
che vorrei fare ogni mattina quando mi sveglio.
Guardare il
mondo senza negarne il dolore, ma senza permettere al dolore di diventare
l'unica verità.
La canzone
finisce.
La rimetto
dall'inizio.
E mi accorgo
che sto sorridendo.
Non perché
il mondo sia diventato migliore nei quattro minuti di una canzone. Non perché
siano scomparse le ingiustizie, le guerre, le solitudini.
Ma perché
qualcuno mi ha ricordato che esistono anche le carezze.
E gli alberi
piantati.
E le porte
aperte.
E le persone
che continuano a scegliere l'amore.
Nel 1975
Rino Gaetano mi faceva alzare gli occhi verso il cielo.
Oggi Luca
Barbarossa me li fa abbassare, dolcemente, verso le persone.
E forse è
proprio lì, tra una persona e l'altra, che il cielo comincia.
Antonio
Bruno Pietro
1° novembre
2026

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