ANTONIO BRUNO INTERVISTA GIANRICO CAROFIGLIO La confessione di Elsa — Un'indagine fenomenologica ed epistemologica sulla verità, sulla responsabilità e sull'impossibilità di conoscere completamente l'altro
ANTONIO BRUNO INTERVISTA
GIANRICO CAROFIGLIO
La
confessione di Elsa — Un'indagine fenomenologica ed epistemologica sulla
verità, sulla responsabilità e sull'impossibilità di conoscere completamente
l'altro
Un'intervista
letteraria immaginaria, costruita da Antonio Bruno attraverso una lettura del
romanzo. Le risposte attribuite a Gianrico Carofiglio sono ricostruzioni
interpretative, non dichiarazioni realmente rilasciate dall'autore.
Introduzione — La verità che arriva quando smettiamo
di difenderci
Antonio
Bruno
Ci sono
romanzi che raccontano ciò che accade alle persone. E ce ne sono altri che
raccontano ciò che accade quando le persone cominciano finalmente a vedere
quello che hanno fatto.
La
confessione di Elsa di Gianrico Carofiglio appartiene, a mio giudizio, alla
seconda categoria.
In una Bari
notturna, dentro una libreria che sembra sottratta alle convenzioni del tempo,
Guido Guerrieri incontra Elsa Corsini, una donna che ha insegnato filosofia e
che ha trascorso gran parte della propria esistenza rivendicando la libertà di
scegliere.
Ma che cosa
significa essere liberi? E soprattutto, che cosa sappiamo delle conseguenze che
la nostra libertà produce negli altri?
La domanda
attraversa il romanzo insieme a un'altra, forse ancora più inquietante: quando
raccontiamo la nostra vita, stiamo cercando la verità oppure una versione di
noi stessi che possiamo sopportare?
Ho
immaginato di rivolgere a Carofiglio alcune domande, seguendo due prospettive:
quella fenomenologica, che indaga l'esperienza vissuta, e quella
epistemologica, che interroga le condizioni e i limiti della conoscenza.
L'intervista
1. La confessione è una forma di conoscenza?
Antonio
Bruno: Carofiglio, vorrei cominciare dal titolo. Elsa confessa, ma confessare
non significa necessariamente dire la verità. Possiamo raccontare un fatto in
maniera impeccabile e continuare a non comprenderlo. La fenomenologia ci
insegna a distinguere ciò che è accaduto dal significato che quell'accadimento
assume nella nostra coscienza. Elsa conosceva davvero la propria vita prima di
raccontarla?
Gianrico
Carofiglio — risposta immaginaria:
Credo che
Elsa conoscesse i fatti, ma non fosse disposta a riconoscerne interamente il
significato.
È una
distinzione fondamentale. Possiamo ricordare con precisione una conversazione,
un tradimento, una decisione, senza riuscire a vedere che cosa quella decisione
abbia prodotto.
Elsa ha
costruito una narrazione coerente della propria libertà. Ma la coerenza non
garantisce la verità.
Il suo racconto
diventa una confessione quando comincia a incrinarsi la spiegazione con cui
aveva convissuto per anni.
2. L'epistemologia dell'autoinganno
Antonio
Bruno: Mi viene in mente Heinz von Foerster, quando ci invita a considerare il
ruolo dell'osservatore nella costruzione della realtà conosciuta. Elsa ha
osservato se stessa per anni attraverso una precisa interpretazione: essere una
donna libera. Ma quell'interpretazione potrebbe averle impedito di vedere la
sofferenza degli altri. È possibile che un'identità diventi un ostacolo alla
conoscenza?
Gianrico
Carofiglio — risposta immaginaria:
Certamente.
Quando un'identità diventa una definizione rigida, tutto ciò che la contraddice
rischia di essere escluso.
Se mi
considero una persona generosa, posso non vedere i miei atti egoistici. Se mi
considero libero, posso non riconoscere le dipendenze che governano le mie
scelte.
Elsa non è
semplicemente una donna che ha commesso errori. È una donna che ha saputo
costruire spiegazioni capaci di renderli compatibili con l'immagine che aveva
di sé.
Il problema
nasce quando la spiegazione diventa assoluzione.
3. Guido Guerrieri e la gentilezza come distanza
Antonio
Bruno: Vorrei soffermarmi su Guido Guerrieri. Il romanzo suggerisce che la sua
gentilezza sia stata anche uno strumento per regolare la distanza dagli altri.
Questo mi interessa molto perché spesso attribuiamo alle nostre qualità un
valore esclusivamente positivo. Eppure una qualità può essere anche una difesa.
Si può essere gentili per non essere veramente incontrati?
Gianrico
Carofiglio — risposta immaginaria:
La
gentilezza può essere una forma autentica di attenzione, ma anche un modo
elegante per mantenere il controllo.
Guido non è
un uomo falso. La sua gentilezza è reale. Il punto è che una caratteristica può
avere più funzioni contemporaneamente.
Possiamo
essere premurosi e, nello stesso tempo, temere l'intimità.
La
telefonata del fratello Stefano mette in crisi proprio questa organizzazione
dell'esistenza. Guido deve confrontarsi con una relazione che non può governare
semplicemente attraverso le proprie buone maniere.
4. La memoria non è un archivio
Antonio
Bruno: Nel romanzo Guido fatica persino a ricostruire mentalmente il volto del
fratello. Altrove sono gli odori a riportarlo improvvisamente a esperienze remote.
Penso a Humberto Maturana e Francisco Varela: conoscere non significa
recuperare una fotografia immutabile del mondo, ma operare come organismi
viventi nel presente. Il passato, dunque, esiste soltanto nel modo in cui oggi
lo facciamo emergere?
Gianrico
Carofiglio — risposta immaginaria:
La memoria
non funziona come un archivio da cui estraiamo documenti intatti.
Ogni ricordo
viene richiamato da una persona che nel frattempo è cambiata. Per questo
ricordare significa anche reinterpretare.
Guido cerca
il volto del fratello e non riesce a trovarlo. È un'assenza molto concreta, ma
anche simbolica: scopre di non possedere più l'immagine di una persona che pure
ha occupato una parte fondamentale della sua vita.
La memoria
ci restituisce frammenti. Il resto dobbiamo imparare a riconoscerlo come
ignoto.
5. La libertà e la responsabilità verso l'altro
Antonio
Bruno: Elsa ha vissuto seguendo i propri desideri. Ma nel romanzo emerge una
distinzione decisiva: una scelta può essere legittima dal punto di vista della
libertà individuale e tuttavia produrre una sofferenza di cui dobbiamo
rispondere. Mi sembra che qui la questione non sia più soltanto morale, ma
relazionale. Posso definirmi libero senza considerare il mondo dell'altro?
Gianrico
Carofiglio — risposta immaginaria:
La libertà
non elimina la responsabilità.
È possibile
scegliere una relazione, interromperla, cambiare vita. Ma il diritto di
scegliere non cancella automaticamente il danno che possiamo provocare.
Nel romanzo
Elsa arriva a riconoscere che alcune delle sue spiegazioni sono state strumenti
di autoassoluzione.
Non si
tratta di condannare il desiderio. Si tratta di non trasformarlo in un
principio che rende irrilevanti gli altri.
6. L'altro è davvero conoscibile?
Antonio
Bruno: C'è un passaggio che mi ha particolarmente colpito: Guido riflette sul
fatto che non conosciamo veramente i nostri genitori. Abbiamo trascorso anni
accanto a loro e ignoriamo una quantità enorme di esperienze, paure, desideri e
segreti. Vorrei allora richiamare Edmund Husserl: l'altro non mi è dato come mi
è data la mia esperienza vissuta. Posso incontrarlo, ascoltarlo, interpretarlo,
ma non possedere integralmente la sua coscienza. Non è proprio questa
consapevolezza il fondamento del rispetto?
Gianrico
Carofiglio — risposta immaginaria:
Mi sembra
una possibilità interpretativa molto feconda.
Noi
conosciamo soprattutto i ruoli che le persone hanno occupato nella nostra vita.
Il padre, la madre, il fratello, il coniuge.
Ma dietro
quei ruoli ci sono esistenze che non abbiamo visto.
Quando Guido
pensa ai suoi genitori, comprende che ci sono domande alle quali non potrà più
ricevere risposta.
Forse il
rispetto comincia anche da qui: dalla rinuncia alla pretesa di sapere tutto di
qualcuno.
7. Il male compiuto senza volerlo
Antonio Bruno:
Vorrei affrontare una questione delicata. Spesso misuriamo la responsabilità
attraverso l'intenzione: non volevo ferirti, dunque non mi considero
responsabile. Ma la sofferenza dell'altro non scompare perché io non avevo
intenzione di provocarla. Elsa deve confrontarsi con questa differenza. La
responsabilità può cominciare proprio dove finiscono le nostre intenzioni?
Gianrico
Carofiglio — risposta immaginaria:
Le
intenzioni contano, naturalmente, ma non esauriscono il problema.
Una persona
può non voler fare male e tuttavia fare male.
La maturità
morale richiede di riconoscere le conseguenze delle nostre azioni anche quando
esse non corrispondono all'immagine che abbiamo di noi stessi.
Elsa deve
fare i conti con ciò che è accaduto, non soltanto con ciò che pensava di fare.
8. Il valore epistemologico del dubbio
Antonio
Bruno: Nel romanzo compare anche Pietro Abelardo e il suo metodo di confronto
fra affermazioni contraddittorie, il Sic et non. È un riferimento che considero
centrale. Conoscere non significa scegliere immediatamente una verità e
difenderla, ma sopportare la tensione fra interpretazioni differenti. Potremmo
dire che il dubbio è una forma di responsabilità conoscitiva?
Gianrico
Carofiglio — risposta immaginaria:
Sì,
soprattutto quando il dubbio non viene utilizzato per sottrarsi alle decisioni.
Il dubbio
autentico non è indifferenza. È la disponibilità a mettere in discussione ciò
che crediamo di sapere.
Il metodo di
Abelardo è interessante proprio perché non elimina artificialmente le contraddizioni.
Nel romanzo
questa disposizione riguarda tanto le idee quanto le persone: imparare ad
ascoltare ciò che non coincide con le nostre aspettative.
9. La confessione come incontro fenomenologico
Antonio
Bruno: Elsa parla e Guido ascolta. Ma non siamo davanti a un interrogatorio.
Non c'è qualcuno che pretende una confessione e qualcun altro che deve
fornirla. Mi sembra piuttosto che si crei uno spazio nel quale Elsa può
osservare la propria esperienza senza doverla immediatamente difendere. Mi viene
in mente la distinzione tra giudicare un'emozione e accoglierne la presenza.
L'ascolto può modificare il rapporto che una persona intrattiene con la propria
storia?
Gianrico
Carofiglio — risposta immaginaria:
Credo che un
ascolto autentico possa rendere possibili racconti che altrimenti non
emergerebbero.
Non perché
chi ascolta possieda la verità, ma perché non obbliga l'altro a difendersi
continuamente.
Guido ha una
sua storia, le sue contraddizioni e i suoi errori. Non occupa una posizione di
superiorità.
È proprio
questa imperfezione condivisa a rendere possibile l'incontro.
10. La giustizia è conoscere la verità o applicare una
regola?
Antonio
Bruno: Guido è un avvocato. Nel romanzo compare una vicenda giudiziaria che
coinvolge lettere, una confessione e il problema della verità per le vittime.
Vorrei distinguere la verità processuale dalla verità vissuta. Una sentenza può
definire una responsabilità giuridica, ma può davvero restituire il significato
di ciò che è accaduto a chi ne ha subito le conseguenze?
Gianrico
Carofiglio — risposta immaginaria:
La verità
processuale ha regole e limiti necessari.
Ma per chi
ha subito un danno, conoscere ciò che è successo può avere un valore che non
coincide con la pena.
Le storie
giudiziarie permettono di osservare una tensione fondamentale: il diritto deve
arrivare a una decisione, mentre l'esperienza umana non sempre può essere
ricondotta a una conclusione definitiva.
Per questo
giustizia e conoscenza sono profondamente collegate, pur non essendo la stessa
cosa.
11. Si può chiedere perdono senza cercare assoluzione?
Antonio
Bruno: Elsa arriva a interrogarsi sul chiedere scusa. Mi sembra un momento
decisivo. Chiedere perdono può essere un altro tentativo di sentirsi migliori,
di liberarsi dal peso della colpa. Ma potrebbe anche significare riconoscere il
dolore dell'altro senza pretendere nulla in cambio. La vera confessione
comincia quando rinunciamo al diritto di essere perdonati?
Gianrico
Carofiglio — risposta immaginaria:
È una
distinzione importante.
Chiedere scusa
non dovrebbe essere un modo per ottenere automaticamente la cancellazione del
passato.
Il perdono
appartiene a chi ha subito il danno. Non può essere richiesto come una
prestazione dovuta.
Riconoscere
una responsabilità significa accettare anche la possibilità che l'altro non
voglia riconciliarsi.
12. L'ultima domanda: possiamo vivere senza una
versione definitiva di noi stessi?
Antonio
Bruno: Vorrei concludere tornando alla fenomenologia. Elsa non può cambiare ciò
che ha fatto. Guido non può recuperare gli anni trascorsi lontano dal fratello.
Nessuno dei due può ricostruire integralmente il passato. Eppure entrambi
possono modificare il modo di stare nel presente.
Mi sembra
che il romanzo suggerisca una possibilità: non siamo obbligati a continuare a
essere le persone che abbiamo raccontato di essere.
È questa,
forse, la forma più profonda della libertà?
Gianrico
Carofiglio — risposta immaginaria:
È una bella
formulazione.
Forse la
libertà non consiste nel fare sempre ciò che vogliamo, ma nella capacità di
riconoscere quando il racconto che abbiamo costruito su noi stessi non è più
sufficiente.
Possiamo
cambiare il nostro rapporto con il passato, anche se non possiamo modificarlo.
E possiamo
imparare a convivere con domande che non avranno mai una risposta completa.
La riflessione conclusiva di Antonio Bruno
Finita
questa conversazione immaginaria, torno con il pensiero a Elsa.
Perché Elsa
mi interessa?
Non perché
sia una donna che ha sbagliato. Gli errori, da soli, non costituiscono una
scoperta letteraria.
Mi interessa
perché ha vissuto dentro una spiegazione di se stessa e, a un certo punto,
quella spiegazione non le è bastata più.
Qui
riconosco un problema che attraversa l'intera esistenza umana.
Noi non
viviamo soltanto gli avvenimenti. Viviamo anche le interpretazioni che ne
diamo. E talvolta finiamo per scambiare queste interpretazioni per la realtà
stessa.
Pensiamo di
conoscere nostro padre perché sappiamo che cosa faceva, come parlava, quali
decisioni prendeva. Pensiamo di conoscere la persona che ci vive accanto perché
sappiamo che cosa le piace e che cosa la irrita. Pensiamo di conoscere noi
stessi perché sappiamo raccontare la nostra biografia.
Ma che cosa
sappiamo davvero?
L'epistemologia
ci obbliga a riconoscere che ogni conoscenza ha condizioni, limiti e punti
ciechi.
La
fenomenologia ci invita a osservare come il mondo si manifesta nell'esperienza,
prima di ridurlo alle nostre spiegazioni.
E il romanzo
di Carofiglio mette queste due prospettive davanti a una questione concreta:
che cosa accade quando scopriamo che la persona che credevamo di essere non
coincide interamente con quella che gli altri hanno conosciuto?
Elsa non può
cancellare la sofferenza che ha provocato.
Guido non
può recuperare il tempo perduto.
Ma entrambi
possono smettere di difendere a ogni costo la propria versione dei fatti.
C'è un
passaggio che considero fondamentale: la libertà non consiste nel convincere
l'altro che abbiamo ragione. Consiste anche nel lasciargli il diritto di aver
vissuto diversamente la stessa esperienza.
Due persone
possono attraversare la medesima relazione e conservarne ricordi incompatibili.
Non per questo una delle due deve necessariamente mentire.
Il problema
nasce quando ciascuna pretende di trasformare la propria esperienza nell'unica
descrizione legittima di ciò che è accaduto.
Penso allora
alla confessione non come a un tribunale della coscienza, ma come a un incontro
con ciò che avevamo escluso dalla nostra conoscenza.
Forse
diventiamo più responsabili proprio quando smettiamo di voler essere innocenti
a tutti i costi.
E forse
conoscere una persona significa anche accettare che ci sarà sempre qualcosa di
lei che non ci appartiene.
Non devo
possedere la verità dell'altro per rispettarlo. E non devo essere assolto dal
mio passato per cominciare a vivere diversamente il presente.
È questa la
lettura che porto con me da La confessione di Elsa.
Antonio
Bruno — Lettura critica e intervista letteraria immaginaria, 2 novembre 2026.
Nota
metodologica: le interpretazioni sono fondate sui personaggi, sugli episodi e
sui temi presenti nel romanzo allegato. I collegamenti a Husserl, Maturana,
Varela e von Foerster costituiscono una lettura filosofica proposta
dall'intervistatore, non necessariamente riferimenti espliciti dell'autore.
LA RESPONSABILITÀ ETICA È COMUNQUE
Oltre la colpa, oltre le intenzioni: il limite della conoscenza e la responsabilità di vivere
Una riflessione di Antonio Bruno a margine dell'intervista letteraria immaginaria a Gianrico Carofiglio sul romanzo La confessione di Elsa
Rileggendo la mia intervista immaginaria a Gianrico Carofiglio, mi sono soffermato su una questione che considero fondamentale e che, a mio avviso, merita un approfondimento.
Abbiamo parlato di Elsa, della sua libertà, delle sue scelte, delle sofferenze provocate agli altri e della consapevolezza che sembra maturare quando ripercorre la propria esistenza.
Ma c'è qualcosa che vorrei aggiungere.
La responsabilità etica è comunque.
Anche quando abbiamo agito con le migliori intenzioni. Anche quando abbiamo cercato di prevedere le conseguenze delle nostre azioni. Anche quando non avevamo alcuna ragione per immaginare che qualcuno potesse soffrire.
Vorrei spiegare perché.
1. La domanda che precede ogni azione
Immaginiamo che Elsa, prima di compiere una scelta, si fosse fermata a interrogarsi:
«Se dirò queste parole, se farò questa cosa, se agirò in questo modo, potrò arrecare danno a un essere umano, a un altro organismo vivente o all'ambiente?»
È una domanda che ritengo fondamentale.
Non riguarda soltanto la morale delle intenzioni. Riguarda il riconoscimento che non esistiamo isolatamente, che ogni nostro comportamento si inserisce in una rete di relazioni e che ciò che facciamo può modificare le condizioni di esistenza di altri esseri viventi.
Supponiamo che Elsa abbia riflettuto attentamente e che, sulla base delle conoscenze disponibili, abbia risposto di no.
Non vedo alcun danno prevedibile.
Non desidero ferire nessuno.
Non individuo ragioni per rinunciare a ciò che intendo fare.
Elsa agisce.
E qualcuno soffre.
Ecco il punto che desidero approfondire: la correttezza del processo decisionale non garantisce l'assenza di conseguenze dannose.
La risposta negativa alla domanda iniziale non certifica che il danno non si verificherà. Certifica soltanto che, in quel momento e nelle condizioni conoscitive in cui ci troviamo, non siamo riusciti a prevederlo.
2. Il limite epistemologico della previsione
Qui entra in gioco l'epistemologia.
Noi non conosciamo il mondo nella sua totalità. Non disponiamo di tutte le informazioni, non possiamo prevedere tutte le interazioni e non siamo in grado di anticipare ogni trasformazione prodotta dai nostri comportamenti.
Gregory Bateson ci ha insegnato a considerare la realtà attraverso le relazioni, i circuiti di retroazione e le connessioni tra gli organismi e i loro ambienti.
Un'azione non si esaurisce nell'istante in cui viene compiuta.
Entra in un sistema.
Produce modificazioni.
Quelle modificazioni interagiscono con altre modificazioni.
E le conseguenze possono emergere in luoghi, tempi e forme che non avevamo immaginato.
Persino una parola pronunciata con affetto può provocare sofferenza. Un comportamento che riteniamo rispettoso può essere vissuto come una violazione. Una decisione che appare vantaggiosa per qualcuno può modificare negativamente le condizioni di vita di qualcun altro.
Questo non significa che tutto sia imprevedibile o che tutte le conseguenze siano ugualmente probabili.
Significa riconoscere un limite fondamentale: la nostra conoscenza delle conseguenze possibili non coincide mai con la totalità delle conseguenze effettive.
Ed è proprio questo limite a rendere necessaria, anziché superflua, la responsabilità etica.
3. La responsabilità etica non nasce dalla colpa
Vorrei distinguere due concetti che troppo spesso vengono confusi: colpa e responsabilità.
La colpa implica un giudizio sulla condotta, sulle intenzioni, sulla prevedibilità del danno e sulla possibilità di evitarlo.
La responsabilità etica, nel significato che intendo attribuirle, è più ampia.
È la disponibilità a riconoscere che le mie azioni entrano nella vita degli altri e che le loro conseguenze mi riguardano, anche quando non avevo intenzione di produrle.
Se una persona mi dice che un mio comportamento l'ha ferita, non ritengo di dovermi dichiarare automaticamente colpevole.
Ma non ritengo nemmeno di poter concludere la questione affermando:
«Non era mia intenzione. Non potevo prevederlo. Dunque non mi riguarda».
Mi riguarda, invece.
Mi riguarda perché quella persona esiste, perché la sua esperienza è reale per lei e perché ciò che è accaduto si è prodotto anche attraverso una mia azione.
Naturalmente dovremo comprendere se e come il mio comportamento abbia contribuito a quella sofferenza. Non ogni dolore successivo a una mia scelta può essere automaticamente attribuito a me.
Ma l'assenza di colpa non mi esonera dall'ascolto.
La responsabilità etica non consiste nell'assumersi ogni colpa. Consiste nel non sottrarsi all'incontro con le conseguenze delle proprie azioni.
4. La fenomenologia: il dolore dell'altro non coincide con la mia intenzione
La fenomenologia aggiunge un elemento decisivo.
Quando agisco, vivo la mia intenzione dall'interno.
So che cosa desideravo fare. Conosco, almeno in parte, le ragioni che mi hanno orientato.
Ma non vivo dall'interno l'esperienza dell'altro.
Non posso stabilire, sulla base della sola mia intenzione, come l'altro debba sentirsi.
Se pronuncio una frase con l'intenzione di incoraggiare e chi mi ascolta ne rimane ferito, siamo davanti a due esperienze differenti.
La mia intenzione di incoraggiare non diventa falsa perché l'altro ha sofferto.
E la sofferenza dell'altro non diventa falsa perché io volevo incoraggiarlo.
Entrambe meritano di essere comprese.
Questo, per me, è un passaggio fondamentale.
Non devo rinunciare alla verità della mia esperienza per riconoscere quella dell'altro.
E non posso pretendere che l'altro rinunci alla propria esperienza per confermare la bontà delle mie intenzioni.
La responsabilità etica si manifesta nella possibilità di far incontrare queste due esperienze senza che una debba cancellare l'altra.
5. Maturana e Varela: non posso determinare l'esperienza dell'altro
Il pensiero di Humberto Maturana e Francisco Varela offre un ulteriore approfondimento.
Nella loro prospettiva, gli organismi viventi non sono semplici destinatari passivi di stimoli esterni. Rispondono alle perturbazioni secondo la propria organizzazione e struttura.
Questo significa che non posso determinare unilateralmente ciò che un altro organismo vivrà in conseguenza della mia azione.
Posso parlare, ma non posso stabilire interamente il significato che le mie parole assumeranno nell'esperienza di chi ascolta.
Posso compiere un gesto, ma non posso controllare tutte le trasformazioni che quel gesto contribuirà a generare.
Da questa considerazione ricavo una conseguenza etica.
Non posso pretendere di essere il proprietario del significato delle mie azioni.
Posso rispondere delle mie intenzioni, ma devo rimanere disponibile a conoscere gli effetti che emergono nella relazione.
Ed è qui che la responsabilità diventa un processo continuo.
Non termina quando decido.
Non termina quando agisco.
Continua quando incontro le conseguenze.
6. Hans Jonas: la responsabilità si estende oltre l'essere umano
C'è un altro elemento che desidero sottolineare.
La domanda etica che propongo non riguarda esclusivamente gli esseri umani.
Riguarda ogni organismo vivente e l'ambiente.
È una prospettiva che trova un importante riferimento nel pensiero di Hans Jonas e nella sua etica della responsabilità.
Le nostre azioni possono modificare condizioni ecologiche, alterare equilibri biologici, compromettere risorse e produrre conseguenze per esseri viventi che non conosceremo mai.
In questi casi, la responsabilità non può fondarsi soltanto sulla possibilità di ascoltare chi ha subito un danno.
Un albero non può raccontarmi la propria esperienza come farebbe un essere umano.
Un ecosistema non può formulare una richiesta di risarcimento.
Eppure le trasformazioni che produco possono essere osservate, studiate e valutate.
La responsabilità etica richiede quindi anche conoscenza scientifica, attenzione agli effetti cumulativi, prudenza davanti ai rischi e disponibilità a modificare i nostri comportamenti quando emergono nuove evidenze.
Non possiamo pretendere di non arrecare mai alcun danno.
La vita stessa comporta trasformazioni, consumi, competizioni e interazioni.
Possiamo però impegnarci a non produrre danni evitabili, a ridurre quelli prevedibili e a intervenire, per quanto possibile, su quelli che scopriamo successivamente.
7. Tornando a Elsa: il problema non è soltanto chiedere perdono
Ed eccomi nuovamente al romanzo di Carofiglio.
Elsa ripercorre la propria vita e si interroga sulle conseguenze delle proprie scelte.
Nella mia lettura, la questione più interessante non è stabilire se abbia avuto ragione o torto.
Vorrei sapere che cosa Elsa conoscesse quando ha agito.
Quali conseguenze poteva ragionevolmente prevedere?
Quali rischi aveva riconosciuto?
Quali aveva trascurato?
E soprattutto, che cosa è disposta a fare adesso che vede aspetti della propria esperienza che prima non riconosceva?
La confessione acquista così un significato differente.
Non è necessariamente il momento in cui una persona si dichiara colpevole.
È il momento in cui accetta di ampliare la propria conoscenza.
Elsa può scoprire che una scelta compiuta senza intenzioni malevole ha prodotto sofferenza.
Può riconoscerlo senza falsificare il proprio passato.
Può ascoltare il dolore dell'altro senza pretendere che quel dolore diventi una condanna definitiva della propria persona.
Può assumersi la responsabilità di ciò che è accaduto senza trasformare ogni conseguenza imprevista in una colpa morale.
E può comprendere che chiedere perdono non equivale a ottenere perdono.
L'altro conserva la propria libertà, compresa quella di non riconciliarsi.
8. La responsabilità etica è comunque, ma non è onnipotenza
Desidero chiarire un ultimo punto, perché lo considero essenziale.
Affermare che la responsabilità etica è comunque non significa sostenere che siamo responsabili, nello stesso modo e nella stessa misura, di qualsiasi conseguenza delle nostre azioni.
Sarebbe una pretesa di onnipotenza.
Significherebbe immaginare che avremmo dovuto conoscere tutto, prevedere tutto, impedire tutto.
Ma noi non siamo onniscienti.
Siamo organismi viventi che conoscono e agiscono in condizioni di incertezza.
La responsabilità etica che intendo proporre non è una responsabilità illimitata per ogni evento del mondo.
È una responsabilità che non viene automaticamente cancellata dall'assenza di colpa.
Quando emerge un danno, essa mi invita a interrogarmi sul mio contributo causale, sulle possibilità effettive di intervento, sulle conoscenze disponibili e sui diritti di tutte le persone coinvolte.
A volte potrò riparare.
Altre volte potrò soltanto ascoltare.
In alcune circostanze dovrò modificare il mio comportamento.
In altre dovrò riconoscere che non avevo modo di impedire ciò che è accaduto e che non posso rimediare.
Ma anche questa consapevolezza richiede una riflessione etica.
Non una condanna permanente.
Non un obbligo di sacrificare me stesso.
Piuttosto, una disponibilità a continuare a conoscere.
9. La mia conclusione: un'etica che continua dopo l'azione
Alla fine di questa riflessione torno alla domanda iniziale:
«Se agirò in questo modo, potrò fare del male a qualcuno, a un organismo vivente o all'ambiente?»
Continuerò a considerarla una domanda fondamentale.
Ma oggi desidero aggiungerne un'altra, altrettanto importante:
«Se, dopo aver agito, scoprirò conseguenze che non avevo previsto, sarò disposto a riconoscerle, comprenderle e fare ciò che ragionevolmente posso per affrontarle?»
La prima domanda riguarda la responsabilità prima dell'azione.
La seconda riguarda la responsabilità dopo l'azione.
E tra le due c'è tutta l'incertezza dell'esistenza.
È in questo spazio che colloco la mia riflessione etica.
Non posso garantire che nessuno soffrirà per ciò che faccio.
Non posso conoscere anticipatamente tutte le conseguenze delle mie scelte.
Non posso nemmeno garantire che ciò che oggi considero giusto continuerà ad apparirmi tale quando avrò acquisito nuove conoscenze.
Posso però impegnarmi a interrogarmi prima di agire e a non chiudere gli occhi quando emergono le conseguenze.
Posso riconoscere che la mia esperienza non esaurisce quella dell'altro.
Posso rinunciare alla pretesa che la bontà delle mie intenzioni renda necessariamente buoni tutti i risultati.
E posso imparare.
Forse è proprio questa la possibilità più preziosa che abbiamo.
Non vivere nell'illusione di non fare mai male, ma vivere nella disponibilità a riconoscere il male che potremmo aver contribuito a produrre, anche involontariamente, senza per questo rinunciare alla libertà di agire.
Perché la responsabilità etica, per come la intendo, non è la ricerca impossibile di un'innocenza assoluta.
È un modo di stare nel mondo.
Un modo di abitare le relazioni.
Un modo di riconoscere che la nostra esistenza è inseparabile da quella degli altri esseri viventi.
Ecco perché, dopo aver letto La confessione di Elsa, sento di poter affermare:
La responsabilità etica è comunque. Non perché siamo colpevoli di tutto, ma perché non siamo mai estranei, per principio, alle conseguenze delle nostre azioni.
Antonio Bruno
Riflessione epistemologica, fenomenologica ed etica a margine di La confessione di Elsa di Gianrico Carofiglio.
2 novembre 2026

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