LE ALI IN UNA STANZA un viaggio epistemologico e fenomenologico attraverso il romanzo Le ali in una stanza di Milena Palminteri, pubblicato da Bompiani nell'ottobre 2026
LE ALI IN UNA STANZA
Intervista
immaginaria di Antonio Bruno a Milena Palminteri
Un viaggio
epistemologico e fenomenologico attraverso il romanzo Le ali in una stanza di
Milena Palminteri, pubblicato da Bompiani nell'ottobre 2026.
Le risposte
attribuite alla scrittrice sono ricostruzioni interpretative basate sulla mia
lettura del libro, non dichiarazioni rilasciate in un'intervista reale.
ANTONIO
BRUNO — Milena, vorrei cominciare da una domanda che forse non riguarda
direttamente la letteratura, ma il modo in cui noi esseri umani conosciamo il
mondo. Leggendo Le ali in una stanza mi sono chiesto: esiste una realtà
indipendente dalle persone che la vivono oppure ciascuno dei suoi personaggi
abita una realtà costruita attraverso la propria storia, le proprie paure, i
propri desideri?
MILENA
PALMINTERI — I personaggi abitano la stessa Palermo, attraversano gli stessi
avvenimenti storici, appartengono perfino alla stessa famiglia. Eppure non
vivono nello stesso mondo.
Prendiamo
Giulio Jacona. È un uomo che conosce il linguaggio dell'architettura, che sa
progettare edifici, organizzare spazi, immaginare il futuro. Per lui costruire
significa anche dare forma a una possibilità.
Ma ciò che
Giulio vede come un'opportunità non coincide necessariamente con ciò che Irene
vive, sente o teme.
Ecco, credo
che la letteratura possa mostrarci proprio questo: l'esistenza di una realtà
condivisa non significa che sia condiviso anche il suo significato.
ANTONIO
BRUNO — Questo mi porta a Humberto Maturana e Francisco Varela. La loro
epistemologia ci suggerisce che conoscere non equivale a fotografare un mondo
già dato, ma implica un'attività dell'organismo che conosce. Giulio, allora,
non reagisce semplicemente agli avvenimenti. Agisce in un mondo che prende
forma anche attraverso il suo modo di distinguerli. Ma quanto è libero di
farlo?
MILENA PALMINTERI
— Giulio possiede una grande fiducia nelle proprie capacità. Lo incontriamo
giovane, durante la discussione della tesi in Architettura tecnica,
perfettamente padrone della materia e apparentemente immune al timore del
giudizio.
Questa
sicurezza gli permette di progettare ciò che ancora non esiste.
Ma una
capacità può diventare anche un limite. Chi sa costruire edifici può illudersi
di poter governare con altrettanta precisione gli avvenimenti umani.
La vita,
invece, introduce continuamente elementi che sfuggono al progetto. La guerra,
la malattia, le trasformazioni sociali. E soprattutto gli altri, che non sono
materiali da disporre secondo un disegno.
ANTONIO
BRUNO — Qui incontriamo una questione che mi interessa profondamente. Noi siamo
abituati a considerare la conoscenza una risorsa per controllare la realtà. Ma
forse conoscere significa anche scoprire ciò che non possiamo controllare. Nel
romanzo la Prima guerra mondiale interrompe brutalmente i progetti di Giulio.
Vorrei sapere che cosa accade alla sua coscienza quando il mondo smette di
rispondere alle sue aspettative.
MILENA
PALMINTERI — La guerra lo mette davanti a un'esperienza che non può essere
contenuta nei suoi strumenti abituali.
Nella
lettera scritta dall'altopiano di Asiago, nel maggio 1916, Giulio si interroga
persino sulla possibilità di raccontare ciò che sta vivendo. C'è un confine tra
ciò che può essere narrato e ciò che sembra sottrarsi alle parole.
È un
passaggio importante, perché un uomo abituato a dare forma alle cose incontra
qualcosa che resiste alla rappresentazione.
Non è
soltanto la paura di morire. È l'esperienza di un mondo che non può più essere
ricondotto alla logica ordinata dei propri progetti.
ANTONIO
BRUNO — Ed è qui che vorrei introdurre la fenomenologia. Husserl ci invita a
tornare alle cose stesse, a osservare come i fenomeni si manifestano alla
coscienza prima di rivestirli delle nostre spiegazioni. Quando Giulio ritorna a
Palermo, dopo la guerra, osserva una città che gli appare quasi immutata.
Eppure lui non è più lo stesso. Possiamo dire che la città non è cambiata nella
sua materialità quanto nel suo modo di apparirgli?
MILENA
PALMINTERI — È una lettura molto pertinente.
Quando
Giulio torna, cerca nelle strade e nei volti i segni del cambiamento. Palermo
gli appare sorprendentemente simile a quella che aveva lasciato.
Ma chi
guarda non è più l'uomo che era partito.
La guerra ha
modificato il suo rapporto con il tempo, con il corpo, con gli altri e con il
futuro.
La stessa
strada può essere percorsa da due uomini diversi anche quando quegli uomini
hanno lo stesso nome e lo stesso volto.
È questo che
il romanzo può rendere visibile: non soltanto ciò che accade, ma il modo in cui
un avvenimento modifica l'esperienza di chi lo attraversa.
ANTONIO
BRUNO — Vorrei fermarmi su Irene. Nel romanzo la gravidanza, l'attesa delle
lettere, l'incertezza sul ritorno di Giulio non sono semplicemente circostanze
biografiche. Sono esperienze corporee. Merleau-Ponty ci ricorda che non
possediamo soltanto un corpo: siamo un corpo che percepisce e abita il mondo.
Quale verità ci consegna Irene che Giulio, con tutta la sua capacità
progettuale, non potrebbe conoscere allo stesso modo?
MILENA
PALMINTERI — Irene vive l'attesa attraverso il corpo.
Il peso
della gravidanza modifica i suoi movimenti. La distanza da Giulio non è un
concetto astratto: si manifesta nei giorni che trascorrono, nelle lettere che
arrivano, nel silenzio che segue ogni notizia.
La guerra,
per lei, non è il fronte. È la casa.
E quella
casa, che dovrebbe essere il luogo della protezione, diventa anche lo spazio
dell'incertezza.
Irene
conosce qualcosa che non può essere sostituito dal racconto di un altro: la
propria esperienza vissuta.
ANTONIO
BRUNO — E allora mi viene da pensare che la famiglia Jacona non sia soltanto
una famiglia, ma un sistema di osservatori. Ognuno interpreta il comportamento
degli altri secondo la propria storia. Mi interessa soprattutto il rapporto tra
Ernesto e Vittorio. La loro incomprensione nasce da ciò che fanno oppure dal
significato che ciascuno attribuisce alle azioni dell'altro?
MILENA
PALMINTERI — Le due dimensioni sono inseparabili.
Ernesto e
Vittorio hanno caratteri differenti, aspirazioni differenti, modi diversi di
affrontare le difficoltà.
Quando il
destino dell'Hotel Kemonia diventa una questione decisiva, la loro divergenza
non riguarda soltanto un immobile.
Vittorio
vuole restituire all'albergo il prestigio perduto. Ernesto teme che il progetto
di ricostruzione possa esporli alla rete di interessi mafiosi e politici che
sta trasformando Palermo.
Entrambi
guardano lo stesso edificio.
Ma uno vede
soprattutto ciò che potrebbe tornare a essere. L'altro vede ciò che potrebbe
accadere.
ANTONIO
BRUNO — Questo è un passaggio straordinario dal punto di vista epistemologico.
Perché la domanda non è più chi dei due abbia ragione, ma quali distinzioni
rendano possibile il loro disaccordo. Heinz von Foerster avrebbe richiamato la
nostra attenzione sull'osservatore. E Gregory Bateson ci inviterebbe a
considerare la relazione, non soltanto i singoli individui. Mi chiedo: i due
fratelli riescono davvero a vedersi oppure ciascuno vede nell'altro la conferma
delle proprie convinzioni?
MILENA
PALMINTERI — La loro relazione è segnata da incomprensioni che si sono
accumulate nel tempo.
La questione
dell'albergo le rende evidenti, ma non le crea dal nulla.
Spesso
crediamo di discutere di un problema concreto mentre stiamo rivivendo una
relazione molto più antica.
Un fratello
può interpretare la prudenza dell'altro come una rinuncia. L'altro può
percepire l'intraprendenza del primo come imprudenza.
A quel punto
non si discute più soltanto dell'albergo. Si discute, senza necessariamente
saperlo, del posto che ciascuno occupa nella storia familiare.
ANTONIO
BRUNO — Arriviamo a Liria. La sua presenza riporta alla superficie tensioni che
sembravano sedimentate. Vorrei evitare una lettura secondo cui una donna
sarebbe responsabile della rivalità tra due uomini. Mi sembra piuttosto che
Liria renda visibile qualcosa che esisteva già. È così?
MILENA
PALMINTERI — È una distinzione importante.
Liria non
inventa le incomprensioni dei fratelli. Entra in una relazione che possiede già
la propria storia.
La sua
presenza modifica gli equilibri, ma sarebbe riduttivo considerarla la causa di
ciò che accade.
Anche Liria
è una persona che vive desideri, contraddizioni e vincoli propri. Non è
soltanto l'oggetto degli sguardi di Ernesto e Vittorio.
Il problema
nasce quando gli altri rischiano di attribuirle un ruolo che non coincide con
la sua esperienza.
ANTONIO
BRUNO — Mi interessa molto il rapporto tra Liria e il giudizio. Nel romanzo la
sua storia familiare entra in conflitto con ciò che Ernesto prova per lei. Qui
possiamo richiamare Emmanuel Levinas: l'altro non si esaurisce mai nelle
categorie attraverso cui tentiamo di definirlo. Quando Ernesto corre verso
Liria e la bacia, dopo averla vista allontanarsi, quel gesto rappresenta una
liberazione dal giudizio?
MILENA
PALMINTERI — Possiamo leggerlo come un momento in cui il sentimento supera,
almeno temporaneamente, le classificazioni.
Ernesto
conosce il pericolo rappresentato dalla mafia e dai suoi legami con la città.
Ha ragioni concrete per temere quella rete di relazioni.
Ma Liria non
coincide automaticamente con le responsabilità del padre.
Nel momento
in cui Ernesto la raggiunge, qualcosa interrompe la distanza che si era creata
tra loro.
Il bacio non
risolve tutto. Liria, infatti, riprende il suo cammino.
Ed è
significativo: un gesto d'amore non cancella necessariamente le ferite, le
circostanze o le decisioni dell'altra persona.
ANTONIO
BRUNO — Vorrei parlare dell'Hotel Kemonia. Un albergo è un luogo in cui si
arriva, si soggiorna e poi si riparte. Ma qui diventa il centro della memoria
familiare e della trasformazione urbana. Heidegger distingue il semplice
occupare uno spazio dall'abitare. Che cosa significa abitare il Kemonia?
MILENA
PALMINTERI — Il Kemonia non è soltanto un edificio.
Giulio lo ha
concepito come espressione della propria capacità creativa. Per la famiglia
diventa un patrimonio materiale e simbolico.
Quando la
guerra lo danneggia e il futuro della struttura entra in discussione, non si
tratta semplicemente di decidere come utilizzare una proprietà.
È in gioco
una parte dell'identità familiare.
L'albergo
conserva le aspirazioni di chi lo ha costruito e accoglie quelle di chi
vorrebbe restituirgli una funzione.
Ma gli
edifici non vivono separati dalla città. E la Palermo del dopoguerra sta
cambiando profondamente.
ANTONIO
BRUNO — Qui vorrei spostare l'attenzione dal singolo alla collettività. Nel
romanzo assistiamo alla trasformazione della Conca d'Oro, all'intreccio tra
interessi economici, politica e mafia. Il paesaggio non è più soltanto natura:
diventa il risultato delle decisioni umane. Possiamo sostenere che una società
costruisca materialmente il mondo secondo il proprio sistema di valori?
MILENA
PALMINTERI — Il paesaggio di Palermo è anche la storia di ciò che gli uomini
hanno scelto di fare della propria città.
La Conca
d'Oro non rappresenta soltanto una bellezza naturale perduta. È un territorio
nel quale si incontrano interessi, poteri, ambizioni e responsabilità.
La
trasformazione urbanistica diventa così una trasformazione morale e politica.
Ciò che
viene costruito racconta un'idea di futuro.
E ciò che
viene distrutto racconta, altrettanto chiaramente, ciò che una società ha
deciso di non proteggere.
ANTONIO
BRUNO — C'è un aspetto che considero fondamentale. Il romanzo non termina
semplicemente con la conclusione degli avvenimenti. Nell'epilogo siamo nella
Palermo del 1989 e Ninetta Jacona presenta un romanzo intitolato Hotel Kemonia.
La storia che abbiamo letto diventa a sua volta una storia raccontata. È quasi
un movimento ricorsivo, nel quale la memoria osserva sé stessa. Perché questa
scelta?
MILENA
PALMINTERI — Ninetta introduce un ulteriore livello di racconto.
La vicenda
familiare non rimane confinata nell'esperienza di chi l'ha vissuta. Diventa
qualcosa che può essere trasmesso, interpretato e condiviso.
Ma
raccontare non significa restituire il passato nella sua totalità.
Ogni
narrazione comporta una scelta: quali avvenimenti ricordare, quali parole
utilizzare, da quale punto di vista osservare.
Il passato
non cambia perché viene raccontato. Cambia, però, il rapporto che il presente
intrattiene con esso.
ANTONIO
BRUNO — Ecco il punto sul quale vorrei insistere. Se Ninetta racconta la storia
della famiglia, chi garantisce che la sua sia la verità? Paul Ricœur ha
dedicato una parte importante della propria riflessione al rapporto tra tempo,
narrazione e identità. Noi diventiamo anche le storie attraverso cui
comprendiamo ciò che siamo stati. Ninetta sta raccontando la famiglia oppure
sta costruendo una possibilità di comprenderla?
MILENA
PALMINTERI — La seconda interpretazione mi sembra particolarmente feconda.
Il racconto
non è un tribunale che stabilisce definitivamente chi avesse ragione.
È un luogo
nel quale esperienze lontane possono tornare a dialogare.
Ninetta non
dispone di uno sguardo assoluto. Dispone della memoria, delle testimonianze,
delle tracce che il tempo ha lasciato.
La sua
narrazione non elimina le contraddizioni della famiglia, ma permette di
osservarle da una distanza nuova.
ANTONIO
BRUNO — C'è poi un particolare che mi ha colpito. Nell'epilogo viene raccontato
il futuro di Vittorio, che diventerà commissario e combatterà la mafia. È una
trasformazione significativa, soprattutto considerando le vicende precedenti.
Dobbiamo pensare che l'identità di un individuo non sia una sostanza
immutabile, ma un processo?
MILENA
PALMINTERI — Vittorio attraversa esperienze che modificano profondamente la
direzione della sua vita.
Il suo
futuro non può essere dedotto semplicemente dal suo passato.
Le sue
scelte successive non cancellano gli errori, ma mostrano che un essere umano
non coincide necessariamente con ciò che è stato in un determinato momento.
La biografia
non è un destino scritto in anticipo.
È una
successione di possibilità, alcune realizzate, altre abbandonate, altre ancora
scoperte quando sembravano ormai irraggiungibili.
ANTONIO
BRUNO — Vorrei tornare, per concludere, alla nota dell'autrice. Lei racconta il
proprio rapporto con Palermo, la città dalla quale è partita e alla quale
continua a essere legata. Qui la fenomenologia incontra la memoria
autobiografica. Una città può continuare ad abitare una persona anche quando
quella persona non vi abita più?
MILENA
PALMINTERI — Palermo è una presenza che non si esaurisce nella distanza
geografica.
Nella nota
finale racconto il mio allontanamento, il desiderio di cercare altrove una
possibilità diversa di vita.
Ma partire
non significa necessariamente recidere un'appartenenza.
La città
continua a esistere nei ricordi, nella lingua, nei paesaggi interiori, nei modi
di sentire.
Scrivere di
Palermo significa anche confrontarmi con questa persistenza.
Non soltanto
ricordare il luogo dal quale provengo, ma interrogarmi su quanto quel luogo
continui a partecipare alla persona che sono diventata.
ANTONIO
BRUNO — Milena, vorrei rivolgerle un'ultima domanda. Forse la più personale.
Nel suo romanzo gli uomini progettano, costruiscono, amano, sbagliano, si
giudicano e qualche volta riescono a riconoscersi. La storia attraversa le loro
vite senza chiedere il permesso. Eppure, nonostante le guerre, le perdite e le
incomprensioni, qualcosa continua.
Il titolo è
Le ali in una stanza.
Le ali
evocano il volo. La stanza evoca un confine.
Mi domando
se la libertà consista davvero nell'uscire dalla stanza oppure nello scoprire
che anche dentro i limiti della nostra esistenza possiamo modificare il modo di
stare al mondo.
MILENA
PALMINTERI — Il titolo permette proprio di tenere insieme queste due immagini.
La stanza
può rappresentare ciò che ci contiene: la famiglia, la storia, le convenzioni,
le circostanze nelle quali nasciamo.
Le ali
possono evocare ciò che non si lascia interamente contenere: il desiderio, l'immaginazione,
la possibilità di cambiare.
Ma non
sempre siamo liberi di uscire dalle situazioni che viviamo.
Talvolta la
libertà comincia quando riusciamo a riconoscere ciò che ci trattiene, a
comprenderlo e a immaginare una risposta diversa.
Non è
necessario che ogni volo si compia perché le ali abbiano un significato.
La riflessione conclusiva di Antonio Bruno
Ho chiuso Le
ali in una stanza con una domanda che mi accompagna da molti anni.
Quanto della
nostra vita dipende dagli avvenimenti e quanto dal modo in cui li viviamo?
Giulio
costruisce edifici e scopre che non può progettare la vita con la stessa
precisione. Irene attraversa la guerra senza andare al fronte, perché il suo
fronte è l'attesa. Ernesto e Vittorio osservano lo stesso albergo e vedono due
futuri differenti. Liria si trova a fare i conti con giudizi che rischiano di
confondere la sua persona con la storia della sua famiglia.
E Ninetta,
molti anni dopo, racconta.
È proprio
Ninetta a farmi riflettere.
Perché
quando raccontiamo la nostra vita non recuperiamo semplicemente ciò che è
accaduto. Lo osserviamo dalla posizione in cui ci troviamo oggi.
Non
significa che il passato sia inventato. Significa che il passato possiede una
storia e che il nostro rapporto con quella storia continua a trasformarsi.
Mi viene in
mente Maturana: tutto ciò che viene detto è detto da un osservatore.
E mi viene
in mente Ricœur, per il quale la narrazione contribuisce a dare forma alla
nostra identità nel tempo.
Ma
soprattutto penso a una cosa che riguarda ciascuno di noi.
Possiamo
trascorrere un'intera esistenza chiedendo agli altri di comportarsi come noi ci
aspettiamo. Possiamo amare qualcuno pretendendo che riconosca il nostro modo di
amare. Possiamo credere che la nostra interpretazione degli avvenimenti sia
l'unica possibile.
Oppure
possiamo scoprire che l'altro vede un mondo diverso.
Non
necessariamente migliore. Non necessariamente peggiore.
Diverso.
E che questa
differenza non è sempre un ostacolo da eliminare.
A volte è
proprio ciò che rende possibile l'incontro.
La stanza,
allora, non è soltanto il luogo che ci imprigiona. Può essere anche lo spazio
in cui finalmente ci accorgiamo di avere le ali.
Antonio
Bruno
Lettura
epistemologica e fenomenologica di Le ali in una stanza di Milena Palminteri.
Nota
critica: i riferimenti a Maturana, Varela, Husserl, Merleau-Ponty, von
Foerster, Bateson, Levinas, Heidegger e Ricœur costituiscono la cornice
interpretativa che ho adottato. Non sono riferimenti teorici esplicitamente
dichiarati dall'autrice nel romanzo.

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