5 ottobre 2026 — Giornata Mondiale degli Insegnanti
5 ottobre 2026 — Giornata Mondiale degli Insegnanti
Il Maestro che spostò i banchi
Alberto Tangolo e quella piccola rivoluzione cominciata nel 1965 a San Cesario di Lecce
di Antonio Bruno Pietro
Ci sono maestri che insegnano a leggere, a scrivere, a fare di conto. E poi ce ne sono altri che, mentre fanno tutte queste cose, insegnano qualcosa di assai più difficile: un modo di stare al mondo.
Io uno di questi maestri l'ho avuto.
Si chiamava Alberto Tangolo.
Era l'anno scolastico 1965-1966 e frequentavo la terza maschile della Scuola Elementare “Michele Saponaro” di San Cesario di Lecce. Lui arrivava da Bagnolo del Salento, almeno così ricordo che ci disse quel primo ottobre del 1965.
Sono passati sessantuno anni. Eppure ci sono immagini che il tempo non riesce a scolorire.
Ricordo l'aula. Ricordo Nino, il bidello con il camice grigio. Ricordo la signora Giulia Celli nell'aula accanto e il professor Alberto Cappello, che noi bambini guardavamo con una certa invidia perché portava i suoi alunni in giardino.
E soprattutto ricordo i banchi.
Perché la rivoluzione del Maestro Tangolo cominciò proprio dai banchi.
«Nino, dobbiamo spostarli»
Eravamo abituati alla scuola che tutti conoscevamo: banchi ordinati in file, uno dietro l'altro. C'era il primo banco, naturalmente, e poi il secondo, il terzo, quelli più indietro. Una geografia elementare che, senza bisogno di spiegarlo, raccontava già una certa idea della scuola: il maestro davanti e gli alunni di fronte.
Un giorno Tangolo chiamò Nino.
Bisognava cambiare tutto.
Fece mettere insieme i banchi: due affiancati e un terzo di traverso. Sei bambini avrebbero lavorato insieme.
E pronunciò una parola che per noi era nuova:
«Gruppo».
Non c'era più il primo banco.
Può sembrare poca cosa, oggi. Ma proviamo a tornare al 1965.
Mancavano quasi tre anni al maggio francese, alle università occupate, alle grandi discussioni sull'autorità, sulla partecipazione, sulla scuola. E in un paese del Salento un maestro elementare aveva già compiuto, con il gesto semplicissimo di spostare alcuni banchi, una piccola rivoluzione pedagogica.
Ci aveva messi gli uni davanti agli altri.
Non soltanto davanti a lui.
E questa differenza avrebbe contato moltissimo nella mia vita.
Il bambino che diventa coordinatore
Tangolo stabilì poi che ogni gruppo avrebbe avuto un coordinatore.
Nel mio gruppo scelse me.
Non potevo saperlo allora, naturalmente, ma dentro quella parola c'era già una parte della mia vita futura.
Coordinare non significava comandare. Significava avere a che fare con gli altri, ascoltare, organizzare, assumersi una responsabilità.
Quante volte, negli anni successivi, mi sono ritrovato intorno a un tavolo con altre persone? Nel lavoro, nelle associazioni, nelle iniziative pubbliche, nei progetti. Quante volte ho cercato di mettere insieme competenze, caratteri, idee differenti?
Forse una parte di tutto questo era cominciata lì.
In terza elementare.
Con sei bambini seduti attorno a tre banchi.
Un buon insegnante non sa dove finirà ciò che semina. Ed è forse questo il mistero più bello del suo mestiere.
E poi arrivarono i libri
Ma il Maestro Tangolo fece un'altra cosa.
Nell'orario c'erano Italiano e Aritmetica, naturalmente. Ma comparve anche una cosa che per me sarebbe diventata fondamentale: l'ora di lettura.
Ci disse di portare dei libri da casa. Voleva creare una piccola biblioteca di classe.
Anche lui ne portò alcuni. Edizioni economiche, caratteri piccoli, pagine che ricordo già allora un po' ingiallite.
Tra quei libretti ce ne fu uno che mi attirò.
Le avventure di Pinocchio, di Carlo Collodi.
Lo presi.
E accadde qualcosa.
Quando cominciavo a leggerlo, l'aula scompariva. Scomparivano i banchi, i compagni, perfino il Maestro. Rimanevano Pinocchio, Geppetto, Lucignolo, il Gatto e la Volpe, il paese dei balocchi, le disavventure di quel burattino che continuava ostinatamente a consegnarsi alla vita.
Mi irritava Pinocchio.
Mi irritava soprattutto la sua ingenuità. Mi arrabbiavo quando si lasciava ingannare dai furbi.
Non avevo ancora capito perché.
Pinocchio mi faceva da specchio.
Me ne sarei accorto molto più tardi.
Mia madre lo aveva capito prima di me
A casa raccontavo tutto.
Raccontavo soprattutto a mia madre, della quale mi fidavo ciecamente. Per me ciò che diceva lei aveva quasi il valore di una verità assoluta.
Le parlavo del Maestro, della scuola, dei gruppi. E naturalmente le parlai di Pinocchio.
Lei capì.
Le madri, qualche volta, leggono i figli molto prima che i figli imparino a leggere se stessi.
Cominciò a chiamarmi Pinocchio.
Ero Pinocchio quando uscivo con gli amici e dimenticavo l'orario per tornare a casa.
Ero Pinocchio quando mi gettavo anima e corpo in qualche impresa che qualcuno mi proponeva, senza calcolare troppo le conseguenze.
Ero Pinocchio quando arrivavano le inevitabili batoste.
Non perché dicessi bugie.
Ero Pinocchio perché mi lasciavo attirare dal mondo.
E ancora oggi, dopo tanti anni, penso che in fondo quella parte di me non sia mai scomparsa.
E Geppetto era mio padre
Ricordo perfettamente quando terminai il libro.
Provai tristezza.
Quella particolare malinconia che conoscono i lettori quando un libro amato finisce e bisogna separarsi dalle persone che, per qualche giorno, hanno abitato con noi.
Non volevo che Pinocchio terminasse.
E il cosiddetto lieto fine, a pensarci oggi, non mi convince neppure del tutto.
Perché Pinocchio è meravigliosamente Pinocchio quando sbaglia. Quando crede. Quando si fa trascinare. Quando cade. Quando diventa asino. Quando viene ingannato e poi ricomincia.
La vita non è forse anche questo?
Ho capito molto più tardi chi fosse Geppetto nella mia storia.
Era mio padre.
Era lui che veniva a riprendermi, metaforicamente, dal ventre della balena. Era lui che c'era dopo le mie sconfitte. Avrebbe preferito risparmiarmele, naturalmente. Ma quando arrivavano, non spariva.
C'era.
Semplicemente.
La lezione che dura sessant'anni
E allora, nella Giornata Mondiale degli Insegnanti, io non riesco a pensare alla scuola in astratto.
Penso a un uomo.
Penso ad Alberto Tangolo.
Lui teneva a una cosa: non voleva essere chiamato professore. Preferiva Maestro.
Diceva che quella parola era più importante, più significativa.
Aveva ragione.
Perché professore indica una professione. Maestro, quando la parola è meritata, indica una relazione che attraversa il tempo.
Il Maestro Tangolo non poteva sapere cosa sarebbe diventato quel bambino seduto in terza elementare. Non poteva sapere quali studi avrebbe fatto, quali lavori, quali incontri, quali sconfitte e quali ripartenze avrebbe attraversato.
Ma aveva fatto qualcosa che un insegnante può fare e che nessun programma ministeriale riesce completamente a descrivere.
Aveva predisposto un mondo.
Aveva spostato i banchi.
Ci aveva fatto incontrare.
Mi aveva affidato una responsabilità.
Aveva messo dei libri a disposizione.
E poi aveva lasciato che accadesse qualcosa.
Grazie, Maestro
Oggi si parla molto di scuola: programmi, valutazioni, tecnologie, intelligenza artificiale, edifici, stipendi, riforme.
Sono questioni importanti.
Ma quando provo a capire che cosa sia davvero un insegnante, torno sempre in quell'aula di San Cesario.
Vedo Nino con il suo camice grigio che sposta i banchi.
Vedo sei bambini che improvvisamente non sono più una fila ma diventano un gruppo.
Vedo un bambino che apre Pinocchio e, senza saperlo, comincia a leggere anche se stesso.
E vedo Alberto Tangolo.
Forse insegnare è proprio questo: compiere oggi un gesto del quale qualcun altro comprenderà il significato sessant'anni dopo.
Io molte delle cose che ho fatto nella mia vita le riconduco ancora a quegli anni. Naturalmente ci furono la famiglia, la televisione, gli studi, gli incontri, il lavoro e tutto quello che venne dopo.
Ma all'origine rimane anche quell'uomo che un giorno del 1965 decise che i bambini non dovevano più stare soltanto uno dietro l'altro.
Oggi, 5 ottobre 2026, Giornata Mondiale degli Insegnanti, posso finalmente misurare la distanza percorsa da quel bambino.
E scoprire che, nonostante tutta quella strada, una parte di lui è ancora seduta lì.
Con Pinocchio aperto davanti.
Gli altri bambini intorno.
E il Maestro Alberto Tangolo nella stanza.
Grazie, Maestro.
Per i libri.
Per la fiducia.
Per avermi fatto incontrare gli altri.
E soprattutto per aver spostato quei banchi.
Perché qualche volta, per cambiare la vita di un bambino, basta cominciare da lì.

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