Appunti presi da Antonio Bruno nella lezione di Storia della musica del 30 settembre 2026 del Prof. Massimo Raffa non rivisti dal professore

 


Appunti presi da Antonio Bruno nella lezione di Storia della musica del 30 settembre 2026 del Prof. Massimo Raffa non rivisti dal professore

 

Elementi fondamentali del linguaggio musicale

Per comprendere il linguaggio musicale è utile partire da tre grandi opposizioni concettuali:

  1. melodia e armonia;
  2. tonalità e modalità;
  3. polifonia e melodia accompagnata.

Non si tratta soltanto di acquisire un vocabolario tecnico. Queste categorie permettono di capire come è costruita un'opera musicale e, soprattutto, quali significati estetici, storici ed espressivi possano derivare dalle scelte compositive.

1. Suono, nota e melodia

La melodia può essere definita, in prima approssimazione, come una successione di suoni o note che si sviluppano nel tempo.

È importante, però, distinguere il suono dalla nota. Tutte le note sono suoni, ma non tutti i suoni sono note.

Una sirena, un rumore o un segnale acustico sono suoni. Una nota, invece, possiede un'altezza sufficientemente stabile e identificabile. In termini acustici, possiamo associarla a un suono periodico caratterizzato da una determinata frequenza.

Una nota, inoltre, non deve necessariamente appartenere a un brano musicale. Anche alcuni segnali elettronici — per esempio il segnale della retromarcia di un'automobile o il suono di avvio di un computer — possono corrispondere ad altezze musicalmente identificabili.

La melodia è dunque costituita da note che si succedono diacronicamente, cioè nel tempo.

Per questo viene spesso definita come la dimensione orizzontale della musica.

2. Melodia e armonia: orizzontalità e verticalità

Se la melodia riguarda la successione temporale delle note, l'armonia riguarda invece la loro coesistenza simultanea.

Quando più note vengono eseguite nello stesso momento, possono formare un accordo.

Possiamo quindi rappresentare metaforicamente:

melodia → dimensione orizzontale

armonia → dimensione verticale

La melodia procede nel tempo; l'armonia sovrappone invece più altezze nello stesso istante. Anche nella notazione musicale questa distinzione è evidente: le note di una melodia vengono scritte in successione, mentre quelle di un accordo vengono disposte verticalmente, una sopra l'altra.

Un esempio importante di melodia pura è il canto gregoriano, nato senza accompagnamento armonico. Armonizzare sistematicamente un canto concepito originariamente come linea melodica autonoma significa quindi modificarne profondamente la natura.


3. La scala

Un altro concetto fondamentale è quello di scala.

Una scala è un insieme di note ordinate secondo la loro altezza, generalmente dalla più grave alla più acuta.

Prendiamo la scala di Do maggiore:

Do – Re – Mi – Fa – Sol – La – Si – Do

Notiamo immediatamente qualcosa: la scala comincia e termina con la stessa nota, il Do, anche se il secondo Do si trova un'ottava più in alto.

Le note della scala, inoltre, non hanno tutte la stessa funzione.

Il Do, in questo esempio, rappresenta il punto di partenza e di arrivo. È il centro attorno al quale vengono organizzate le altre note.

Questa nota fondamentale prende il nome di tonica.

4. La tonica come centro di gravità

Possiamo immaginare la tonica come una sorta di centro di gravità musicale.

Allontanandoci dalla tonica si genera una tensione; ritornando verso di essa questa tensione si scioglie.

È quasi possibile descrivere il fenomeno in termini fisici: per allontanarci dal centro dobbiamo esercitare una forza e questa energia tende successivamente a scaricarsi attraverso il ritorno alla tonica.

Particolarmente importante è il settimo grado della scala.

Nella scala di Do maggiore:

Do – Re – Mi – Fa – Sol – La – Si – Do

il Si tende fortemente verso il Do.

Per questa ragione il settimo grado viene chiamato sensibile.

Quando ascoltiamo il Si, percepiamo una tensione che sembra richiedere il passaggio al Do successivo.

Questo passaggio viene definito risoluzione: una tensione musicale viene cioè sciolta.

5. Il tritono e la tensione

Un'altra relazione particolarmente significativa è quella tra il quarto e il settimo grado della scala.

Nella scala di Do maggiore sono:

Fa – Si

Queste due note formano il celebre tritono, intervallo storicamente associato a una forte instabilità sonora e tradizionalmente indicato con l'espressione diabolus in musica.

Il tritono produce una tensione che tende a richiedere una risoluzione.


6. Che cos'è la tonalità?

La tonalità non coincide semplicemente con una scala.

È un sistema di relazioni gerarchiche, attrazioni e tensioni tra i diversi gradi della scala, organizzato intorno a una tonica.

Se la tonica è Do, parleremo di tonalità di Do; se cambiamo tonica, possiamo riprodurre lo stesso sistema di rapporti partendo da un'altra altezza.

Cambiano quindi le altezze assolute, ma possono rimanere identiche le relazioni tra i diversi gradi.

Questo è il sistema tonale, all'interno del quale si colloca una parte enorme della musica occidentale che ascoltiamo fin dall'infanzia.


7. Tonalità e modalità

Accanto alla tonalità esiste un altro sistema: la modalità.

Per comprenderne la differenza possiamo modificare una scala maggiore. Se abbassiamo, per esempio, il settimo grado di un semitono, viene meno quella fortissima attrazione della sensibile verso la tonica.

Si modifica quindi l'intero sistema delle tensioni.

Entriamo così in una logica modale.

Nel sistema modale esistono diversi modi, tradizionalmente denominati:

  • ionico;
  • dorico;
  • frigio;
  • lidio;
  • misolidio;
  • eolio;
  • locrio.

La modalità è fondamentale per comprendere molta musica antica, ma non appartiene soltanto al passato.

Il canto gregoriano è modale, così come gran parte della musica medievale e molta musica rinascimentale. Tuttavia procedimenti modali ricompaiono anche nel jazz, nel rock, nel pop e nella musica colta moderna e contemporanea.

La modalità, dunque, non scompare con l'affermazione della tonalità.

Rimane disponibile come risorsa espressiva.

8. Dalla modalità alla tonalità

Storicamente la tonalità è il risultato di un lungo processo.

Nel corso dei secoli, tra i diversi modi utilizzati dalla musica occidentale alcuni acquistano progressivamente maggiore importanza, contribuendo alla formazione dei nostri sistemi maggiore e minore.

Si passa quindi gradualmente da una cultura prevalentemente modale a una cultura prevalentemente tonale.

Questo non significa, però, che la modalità venga eliminata.

I compositori possono recuperarla deliberatamente, per esempio quando desiderano evocare un'atmosfera antica, arcaica o distante dalla logica della tonalità tradizionale.

Tra Otto e Novecento, per esempio, diversi compositori francesi ricorrono alla modalità proprio come alternativa o ampliamento del linguaggio tonale.


9. Polifonia

La terza distinzione fondamentale è quella tra polifonia e melodia accompagnata.

Polifonia non significa semplicemente presenza simultanea di più suoni.

Per poter parlare propriamente di polifonia è necessario che siano presenti più linee melodiche dotate di una certa autonomia.

Se eseguiamo semplicemente una successione di accordi, abbiamo più note contemporaneamente, ma non necessariamente polifonia.

Nella polifonia, invece, ciascuna voce possiede una propria individualità melodica.

Le diverse voci possono:

  • entrare in momenti differenti;
  • seguire percorsi differenti;
  • avere ritmi differenti;
  • mantenere una propria riconoscibilità.

La polifonia può quindi essere definita come una sovrapposizione organizzata di melodie autonome.


10. Strumenti polifonici

La polifonia non richiede necessariamente strumenti diversi.

Il pianoforte, per esempio, è uno strumento polifonico, perché consente di eseguire contemporaneamente più linee musicali.

Uno strumento come il flauto, invece, normalmente produce una sola nota alla volta e quindi è essenzialmente monodico.

Il violino presenta una situazione particolare. Pur non essendo uno strumento naturalmente polifonico come il pianoforte, un compositore come Johann Sebastian Bach è riuscito a creare composizioni nelle quali il violino produce la percezione di più linee indipendenti.

È una dimostrazione straordinaria delle possibilità della scrittura contrappuntistica.


11. Polifonia e melodia accompagnata

L'opposto concettuale della polifonia è la melodia accompagnata.

In questo caso esiste una gerarchia evidente:

melodia principale → figura

accompagnamento → sfondo

La melodia è ciò che emerge in primo piano; le altre parti hanno invece la funzione di sostenerla armonicamente.

Le voci dell'accompagnamento non sono quindi indipendenti nello stesso senso delle voci polifoniche: sono subordinate alla melodia principale.

Questa distinzione può essere compresa attraverso la psicologia della Gestalt, e in particolare attraverso il rapporto tra figura e sfondo.

Nella melodia accompagnata percepiamo chiaramente qualcosa che sta davanti — la melodia — e qualcosa che rimane dietro — l'accompagnamento.

Nella polifonia autentica, invece, il rapporto figura-sfondo è molto meno netto: le diverse voci possono trovarsi contemporaneamente in primo piano.


12. Il basso albertino

Un esempio classico di accompagnamento è il basso albertino.

Anziché eseguire contemporaneamente tutte le note di un accordo, esse vengono ripetute secondo una determinata successione.

Questo procedimento è molto frequente nella musica per tastiera del Settecento.

Ha anche una ragione legata alle caratteristiche degli strumenti: sul clavicembalo il suono decade rapidamente. Ripetere le note permette quindi di mantenere percepibile l'armonia.

Il basso albertino, tuttavia, non costituisce necessariamente una scrittura polifonica.

Le note dell'accompagnamento rimangono subordinate alla melodia principale e svolgono essenzialmente una funzione armonica.


13. Il contrapunto

Il termine contrappunto indica la disciplina compositiva che regola il rapporto tra più linee melodiche indipendenti.

Non basta infatti sovrapporre arbitrariamente diverse melodie.

Occorre stabilire:

  • quali note possano essere combinate;
  • come debbano muoversi le diverse voci;
  • quali intervalli possano essere utilizzati;
  • come debbano essere trattate consonanze e dissonanze;
  • come conservare contemporaneamente l'autonomia delle singole linee e la coerenza dell'insieme.

Per questo il contrappunto costituisce una delle discipline tecnicamente più complesse della composizione musicale.

Scrivere una melodia sostenuta da accordi è generalmente molto diverso dallo scrivere una composizione nella quale più melodie autonome devono convivere e interagire.


14. Il significato storico del contrappunto

La tecnica musicale non deve essere studiata isolatamente dalla storia.

Lo stesso procedimento può assumere significati differenti a seconda dell'epoca nella quale viene utilizzato.

Nel Quattrocento e nel Cinquecento la scrittura polifonica e contrappuntistica appartiene al linguaggio musicale corrente.

Se invece un compositore dell'Ottocento utilizza deliberatamente il contrappunto, quella scelta può acquistare un significato ulteriore.

Il compositore romantico può infatti richiamare consapevolmente un mondo musicale percepito ormai come antico.

Il contrappunto può allora diventare veicolo di:

memoria → nostalgia → evocazione del passato → tensione verso l'assoluto.

La tecnica diventa così anche significato poetico ed espressivo.

È questo uno dei motivi per cui occorre conoscere almeno gli elementi fondamentali della tecnica musicale: senza di essi rischiamo di non cogliere una parte importante del significato storico ed estetico dell'opera.


15. Le tre opposizioni fondamentali

Possiamo quindi riassumere l'intera lezione attraverso tre coppie concettuali.

Melodia ↔ Armonia

Melodia: successione delle note nel tempo; dimensione orizzontale.

Armonia: simultaneità e relazione verticale tra più note.

Tonalità ↔ Modalità

Tonalità: sistema gerarchico di tensioni e attrazioni organizzato intorno alla tonica.

Modalità: organizzazione delle altezze secondo differenti configurazioni intervallari e logiche modali, storicamente precedente alla piena affermazione della tonalità ma ancora presente nella musica successiva.

Polifonia ↔ Melodia accompagnata

Polifonia: sovrapposizione di linee melodiche relativamente autonome.

Melodia accompagnata: una linea melodica principale sostenuta da un accompagnamento armonico subordinato.


16. Perché queste nozioni sono importanti

Conoscere questi concetti non serve semplicemente a riconoscere tecnicismi musicali.

Serve a comprendere come una composizione produce significato.

Quando, per esempio, una sinfonia passa da una scrittura prevalentemente melodico-armonica a una scrittura contrappuntistica, non sta cambiando soltanto la tecnica utilizzata: può cambiare anche il modo in cui percepiamo la forma, la tensione, il rapporto tra le parti e il significato espressivo dell'opera.

Per questo la tecnica costituisce la porta d'ingresso verso questioni più ampie:

tecnica → forma → espressione → estetica → storia → cultura.

Conoscere la differenza tra melodia e armonia, tonalità e modalità, polifonia e melodia accompagnata significa quindi possedere un primo vocabolario attraverso il quale cominciare non soltanto ad ascoltare la musica, ma anche a comprenderne la costruzione e il significato.

Schema finale

MELODIA
note successive → tempo → orizzontalità

ARMONIA
note simultanee → accordi → verticalità

TONALITÀ
tonica → gerarchia → tensione → risoluzione

MODALITÀ
modi → diversa organizzazione intervallare → minore dipendenza dalla logica tonica-sensibile

POLIFONIA
più melodie autonome → sovrapposizione → contrappunto

MELODIA ACCOMPAGNATA
melodia principale + accompagnamento → figura/sfondo

Il punto essenziale è che la tecnica musicale non è fine a se stessa: diventa lo strumento attraverso cui possiamo riconoscere ciò che un compositore sta facendo e comprendere perché, in una determinata epoca e in una determinata opera, abbia scelto proprio quel modo di organizzare i suoni.

Questa versione è già adatta allo studio universitario: ho conservato anche gli esempi e il passaggio dalla tecnica al significato storico-estetico, che nella lezione è particolarmente importante.

La melodia non deve necessariamente trovarsi al di sopra degli accordi, cioè nella voce più acuta o al soprano. Può trovarsi anche più in basso, mentre gli accordi possono svilupparsi sopra di essa o addirittura avvolgerla. Il principio fondamentale, però, non cambia.

Siamo abituati a immaginare la melodia come qualcosa che sta “sopra” e l'accompagnamento come qualcosa che sta “sotto”. Non a caso, nel linguaggio musicale si usa spesso un'espressione come “tappeto d'archi”: se pensiamo letteralmente all'immagine del tappeto, lo collochiamo naturalmente a terra, sotto ciò che deve sostenere.

Tendiamo quindi a rappresentare la subordinazione dell'accordo alla melodia anche in termini di altezza, come se la melodia dovesse necessariamente occupare la parte superiore e gli accordi quella inferiore. Ma non è così.

La melodia può trovarsi anche in un registro intermedio, con alcune note dell'accordo al di sopra e altre al di sotto. Ciò che conta non è la posizione fisica delle note, ma la loro funzione musicale.

Se la scrittura è quella della melodia accompagnata, gli accordi rimangono funzionalmente subordinati alla melodia, indipendentemente dal registro in cui si trovano. In termini molto semplici, possiamo immaginare il procedimento compositivo così: prima viene concepita la melodia e poi viene costruito l'accompagnamento armonico che la sostiene.

Dunque, “melodia sopra” e “accordi sotto” è soltanto una rappresentazione intuitiva. La distinzione fondamentale non è spaziale, ma funzionale e gerarchica: nella melodia accompagnata, la melodia costituisce la linea principale, mentre gli accordi svolgono una funzione di sostegno.

 

Consonanza, dissonanza e origine della musica

1. L'“accordo vuoto” e la sensazione dell'antico

Che effetto produce l'ascolto di un accordo privo della nota centrale?

Quando da un accordo eliminiamo la nota di mezzo, otteniamo quello che viene chiamato accordo vuoto. La nota centrale è particolarmente importante perché è quella che permette di distinguere immediatamente un accordo maggiore da uno minore.

Se eliminiamo questa nota e manteniamo, per esempio, soltanto Do e Sol, otteniamo un intervallo di quinta:

Do – Re – Mi – Fa – Sol → cinque note → intervallo di quinta.

Questo tipo di sonorità tende a evocare qualcosa di antico.

Il motivo è anche storico: gli intervalli di quinta erano utilizzati nella musica antica e successivamente nella musica medievale. Per questo il nostro orecchio, anche senza possedere specifiche conoscenze musicologiche, può associare immediatamente questa sonorità all'idea dell'antichità.

È una sorta di memoria culturale dell'ascolto.

2. Il cinema e la costruzione sonora dell'antichità

Questo meccanismo è particolarmente evidente nelle colonne sonore dei vecchi film ambientati nell'antichità: i film su Roma, sui gladiatori, su Maciste, Ursus, Quo Vadis e, più in generale, il cinema storico di ambientazione greco-romana.

Naturalmente si tratta di un'antichità ricostruita cinematograficamente, spesso secondo l'immaginario di Cinecittà, e non della riproduzione filologica della musica greca o romana.

Tuttavia, quando nelle colonne sonore compaiono quinte vuote e movimenti paralleli, il nostro orecchio tende a riconoscere immediatamente un colore arcaico.

Non è necessario sapere consapevolmente perché ciò avvenga. Abbiamo accumulato nel tempo una sorta di enciclopedia dell'ascolto: determinate configurazioni sonore sono state associate così frequentemente a certe immagini da produrre automaticamente quelle associazioni.


3. Le quinte parallele

Quando due voci si muovono contemporaneamente mantenendo sempre tra loro la distanza di una quinta, si parla di quinte parallele.

Nella musica medievale questo tipo di movimento era comune.

Nella successiva tradizione dell'armonia occidentale, invece, le quinte parallele vengono generalmente considerate un errore nella scrittura delle parti.

Questo ci introduce a una questione fondamentale: ciò che viene considerato musicalmente corretto, gradevole o bello non rimane necessariamente tale in ogni epoca.

Una combinazione sonora perfettamente accettabile in un determinato periodo storico può diventare problematica o addirittura essere vietata dalle regole compositive di un'epoca successiva.


4. L'orecchio viene educato dalla cultura

Molte regole musicali vengono interiorizzate senza che nessuno ce le insegni esplicitamente.

Il fenomeno è simile all'apprendimento della lingua materna: un bambino impara a parlare molto prima di studiare la grammatica.

Analogamente, vivendo immersi in un determinato ambiente musicale, impariamo implicitamente quali successioni sonore aspettarci, quali accordi ci sembrano stabili e quali instabili, quali combinazioni ci appaiono normali e quali insolite.

Il nostro orecchio è quindi anche il prodotto di una storia culturale dell'ascolto.


5. Il bello può diventare brutto e il brutto può diventare bello

Una combinazione musicale considerata piacevole in un'epoca può successivamente apparire povera, spoglia o arcaica.

Può verificarsi anche il processo opposto: ciò che inizialmente viene percepito come sgradevole può diventare progressivamente familiare e quindi accettabile.

Un esempio è l'accordo di settima diminuita, utilizzato frequentemente nell'opera lirica per sottolineare situazioni emotivamente intense, drammatiche o minacciose.

La dissonanza diventa quindi uno strumento espressivo.


6. Mozart e la relatività della dissonanza

Un esempio particolarmente significativo è la Sinfonia n. 40 in Sol minore di Mozart.

Oggi siamo perfettamente abituati alle sonorità presenti in quest'opera. Alcune combinazioni che all'epoca potevano apparire estremamente forti o dissonanti non producono più sul nostro orecchio lo stesso effetto.

Questo accade perché l'orecchio storico cambia.

L'ascoltatore si abitua progressivamente a determinate dissonanze. Ciò che inizialmente produce una forte sensazione di instabilità può diventare, nel corso del tempo, una componente perfettamente normale del linguaggio musicale.

In altre parole:

la percezione della consonanza e della dissonanza possiede anche una dimensione storica e culturale.


7. La settima di dominante

Prendiamo un altro caso: l'accordo di settima di dominante.

Nella tradizione tonale classica questo accordo produce una tensione che richiede normalmente una risoluzione.

Per esempio:

Do7 → Fa maggiore

L'accordo di Do settima tende a risolvere sul Fa maggiore.

Nel blues e nel jazz, invece, gli accordi di settima possono essere utilizzati senza questa necessità di risoluzione. È possibile costruire intere successioni di settime che rimangono tali senza che l'ascoltatore percepisca necessariamente la mancanza di una conclusione.

È cambiato il sistema delle aspettative dell'ascoltatore.


8. Gradevole e sgradevole non sono categorie assolute

Questo principio vale anche per la polifonia.

Esistono polifonie che possono apparire gradevoli e altre che possono risultare molto più aspre. Ma gradevole e sgradevole non sono categorie assolute stabilite una volta per tutte.

Dipendono dalle abitudini di ascolto di una determinata società in un determinato momento storico.

Ciò che oggi appare gradevole potrebbe non esserlo stato in passato; ciò che in passato risultava insopportabilmente dissonante può essere oggi perfettamente familiare.

A complicare ulteriormente il quadro bisogna ricordare che nel corso della storia sono cambiati anche i sistemi di accordatura.

La percezione musicale, dunque, non può essere separata dalla storia.


9. Che cos'è la musica?

A questo punto emerge una domanda apparentemente semplice ma musicologicamente fondamentale:

che cos'è la musica?

La difficoltà ricorda la celebre riflessione di sant'Agostino sul tempo: finché nessuno ci chiede che cosa sia, ci sembra di saperlo; quando dobbiamo definirlo, la risposta diventa molto più difficile.

Non esiste infatti una definizione capace di esaurire tutte le dimensioni del fenomeno musicale.

10. “La musica è l'arte dei suoni”

Una definizione tradizionale descrive la musica come “arte dei suoni”.

Ma questa definizione presenta immediatamente un problema: perché la musica dovrebbe necessariamente essere arte?

Esistono enormi quantità di produzioni sonore che definiamo tranquillamente musica senza attribuire loro necessariamente lo statuto elevato di “opera d'arte”.

Possiamo non apprezzarle, possiamo giudicarle esteticamente modeste, ma continuano a essere musica.

La definizione di musica come “arte dei suoni” è quindi troppo restrittiva.


11. John Blacking: il suono umanamente organizzato

L'etnomusicologo John Blacking ha proposto una definizione divenuta celebre:

“humanly organized sound”, cioè “suono umanamente organizzato”.

Secondo questa prospettiva, può essere considerata musica qualsiasi attività nella quale gli esseri umani organizzino intenzionalmente dei suoni.

Questa definizione ha avuto grande fortuna perché permette di superare una concezione della musica limitata alla tradizione artistica occidentale.

Ma anche questa definizione oggi viene problematizzata.


12. La musica è necessariamente umana?

Una parte della musicologia contemporanea pone infatti una domanda radicale:

chi ha stabilito che soltanto gli esseri umani possano fare musica?

Dire che gli uomini producono musica mentre gli animali producono semplicemente “versi” potrebbe riflettere una concezione antropocentrica.

Pensiamo, per esempio, al canto degli uccelli.

Qual è il grado di organizzazione di quei suoni? Qual è il grado di consapevolezza dell'animale che li produce? Possiamo escludere a priori qualsiasi dimensione musicale?

All'interno di una crescente sensibilità ecologica e di una critica all'idea della superiorità assoluta dell'essere umano sulle altre specie, anche la definizione di Blacking — proprio perché contiene l'avverbio humanly — viene quindi rimessa in discussione.


13. Steven Pinker: la musica come “auditory cheesecake”

Un'altra provocatoria interpretazione è quella di Steven Pinker, che ha definito la musica una sorta di:

“auditory cheesecake” — una cheesecake per l'orecchio.

Dietro l'espressione apparentemente scherzosa c'è una questione seria.

Dal punto di vista strettamente biologico e materialistico, possiamo vivere senza musica.

Possiamo alimentarci, riprodurci, lavorare e svolgere tutte le funzioni necessarie alla sopravvivenza senza ascoltare una sola composizione musicale.

In questo senso la musica potrebbe apparire come qualcosa di non necessario alla sopravvivenza biologica.

Secondo questa prospettiva, sarebbe una sorta di prodotto collaterale dell'evoluzione: qualcosa che utilizza facoltà sviluppatesi originariamente per altre funzioni.

Ma proprio questa apparente “inutilità” apre una questione affascinante: il valore della musica potrebbe risiedere precisamente nel fatto che non risponde immediatamente a una necessità materiale.


14. Da dove viene la musica?

L'umanità si è sempre interrogata sull'origine della musica.

Le risposte possono essere ricondotte, in modo molto generale, a due grandi direzioni:

la musica viene dall'alto → origine divina

oppure

la musica viene dal basso → origine naturale, umana o evolutiva.


15. La musica come dono degli dèi

Molte mitologie considerano la musica qualcosa di troppo straordinario per essere stato inventato semplicemente dagli uomini.

Deve quindi essere stata donata da una divinità.

Nella mitologia greca, per esempio, Hermes è associato all'invenzione della lira.

Secondo il mito, Hermes, ancora bambino, trova una tartaruga e utilizza il suo guscio per costruire lo strumento, aggiungendovi elementi di legno e corde. La lira passerà poi ad Apollo, dio strettamente legato alla musica e alle Muse.

Anche Orfeo rappresenta una figura fondamentale: il suo canto possiede una forza tale da agire sugli uomini, sugli animali e persino sulla natura.

Tradizioni analoghe compaiono in numerose culture: la musica viene collegata a figure divine o mitiche e concepita come qualcosa che viene donato all'umanità.


16. Le spiegazioni naturalistiche

Accanto alle spiegazioni mitologiche esistono fin dall'antichità interpretazioni più materialistiche.

Una possibilità è che la musica sia nata dall'imitazione dei suoni della natura, per esempio dal canto degli uccelli.

Un'altra famiglia di interpretazioni cerca invece l'origine della musica nelle emozioni.

Sono le cosiddette teorie patogeniche, dal greco pathos, “emozione”.

L'idea fondamentale è che, in condizioni normali, utilizziamo il linguaggio parlato; quando però l'emozione diventa particolarmente intensa — grande gioia, dolore, paura, eccitazione — la voce si modifica.

Il linguaggio comincia ad allontanarsi dalla normale modalità del parlato e ad avvicinarsi al canto:

speech → intensificazione emotiva → song.

La musica potrebbe dunque essere nata da questa trasformazione emotiva della voce.

In questo quadro assumono particolare importanza anche le riflessioni di Aristosseno di Taranto, una delle figure fondamentali del pensiero musicale antico.


17. Musica e linguaggio

Altre teorie mettono in relazione la nascita della musica con lo sviluppo del linguaggio.

Musica e parola potrebbero avere avuto un'origine almeno in parte comune, per poi differenziarsi progressivamente.

Queste ipotesi sono state riprese anche in epoca moderna all'interno delle teorie evolutive sull'origine del linguaggio e della musicalità umana.


18. Postura eretta, rapporto madre-figlio e vocalizzazione

Una delle ipotesi evolutive collega la nascita della vocalità musicale al passaggio degli ominidi alla postura eretta.

Quando un primate si muove a quattro zampe, il piccolo può mantenere un contatto fisico continuo con la madre.

Con l'acquisizione progressiva della postura eretta, gli arti anteriori si liberano e diventano disponibili per altre funzioni. Ma cambia anche il rapporto fisico tra madre e piccolo: non sempre il cucciolo può rimanere aggrappato al corpo materno.

Come mantenere allora il contatto a distanza?

Attraverso la voce.

Le vocalizzazioni possono assumere una funzione affettiva e relazionale: la voce mantiene il legame quando il contatto corporeo viene temporaneamente interrotto.

Questa trasformazione anatomica modifica inoltre l'apparato fonatorio, contribuendo alla possibilità di produrre una gamma sempre più complessa di suoni vocali.

Si crea così una delle condizioni anatomiche necessarie allo sviluppo del canto.


19. Le teorie ritmogeniche

Un'altra famiglia di interpretazioni sostiene che il ritmo preceda storicamente la melodia.

Il ragionamento parte da un'osservazione:

può esistere una melodia senza ritmo? Difficilmente.

Può esistere un ritmo senza melodia? Certamente.

È sufficiente percuotere ritmicamente un oggetto.

Da qui nasce l'ipotesi che il ritmo possa essere più antico della melodia.

Il corpo umano presenta inoltre una simmetria bilaterale: abbiamo due gambe e due braccia e il movimento della camminata produce naturalmente un'alternanza regolare.

Il ritmo musicale potrebbe quindi derivare, almeno in parte, dai ritmi corporei e locomotori.


20. Il problema delle teorie ritmogeniche

Questa teoria incontra tuttavia una difficoltà importante.

Se il ritmo musicale derivasse semplicemente dai movimenti elementari del corpo, ci si potrebbe aspettare che le società considerate tecnologicamente meno complesse possiedano strutture ritmiche altrettanto semplici.

L'osservazione etnomusicologica mostra invece qualcosa di molto diverso.

Molte culture tradizionali utilizzano strutture ritmiche estremamente complesse, talvolta molto più articolate di quelle comuni nella tradizione musicale occidentale.

Non è quindi possibile costruire una semplice equivalenza:

società meno tecnologicamente complessa = ritmo più semplice.

L'evidenza etnomusicologica mette in crisi questa interpretazione lineare.


21. La musica e la magia

Esistono poi teorie secondo le quali la musica sarebbe nata nell'ambito delle pratiche magiche e rituali.

Al suono viene attribuito un potere particolare: può creare un ponte con il mondo invisibile, con le divinità, con gli antenati o con i morti.

Una traccia di questa concezione sopravvive persino nel nostro linguaggio.

La parola “incantesimo” conserva infatti il riferimento al canto: la voce e la formula pronunciata possiedono simbolicamente la capacità di agire sulla realtà.

Musica, parola, rito e magia risultano così originariamente intrecciati.


22. Le teorie evolutive contemporanee

Le moderne teorie evolutive sull'origine della musica tendono spesso a integrare diversi elementi delle ipotesi precedenti.

La musica potrebbe essere collegata contemporaneamente:

  • allo sviluppo del linguaggio;
  • all'espressione delle emozioni;
  • alla comunicazione tra madre e figlio;
  • alla trasformazione dell'apparato fonatorio;
  • al ritmo corporeo;
  • alla socializzazione;
  • ai rituali;
  • all'evoluzione cognitiva della specie.

Piuttosto che cercare un'unica causa, queste prospettive cercano quindi di comprendere come differenti capacità biologiche, cognitive, emotive e sociali abbiano potuto concorrere alla nascita della musicalità umana.

Idea centrale della lezione

La riflessione conduce a due conclusioni strettamente collegate.

La prima riguarda l'ascolto:

consonanza e dissonanza, bello e brutto, gradevole e sgradevole non sono categorie musicali completamente immutabili, ma dipendono anche dalla storia e dalle abitudini culturali dell'ascoltatore.

La seconda riguarda la definizione stessa della musica:

non esiste una sola risposta definitiva alla domanda “che cos'è la musica?” né una spiegazione unica e universalmente accettata della sua origine.

La musica può essere considerata arte, organizzazione del suono, comportamento umano, fenomeno biologico, espressione emotiva, strumento relazionale, pratica rituale o prodotto dell'evoluzione.

Ed è proprio questa pluralità di dimensioni a rendere la domanda “che cos'è la musica?” molto più complessa di quanto possa sembrare.

 

 

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