Oggi ascolto Lorenzo Salvetti – “Oggetti Smarriti” (con eroCaddeo)
Oggi ascolto Lorenzo Salvetti
– “Oggetti Smarriti” (con eroCaddeo)
Ci sono
cognomi che sono macchine del tempo.
Leggo Salvetti
e, prima ancora di ascoltare Lorenzo, io sono già altrove.
Sono davanti
alla televisione, molti anni fa. C’è un signore simpatico, pacioccone, con
quell’aria rassicurante di chi sembrava conoscere personalmente tutte le
canzoni dell’estate. Si chiamava Vittorio Salvetti.
Annunciava
quei motivi che qualche giorno dopo avremmo ritrovato al jukebox sulla spiaggia.
E io ero affascinato anche da un particolare tecnico che forse oggi farebbe
sorridere: quelle immagini non mi sembravano riprese con la normale telecamera
televisiva. Avevano qualcosa del cinema, della pellicola, un bianco e nero
bellissimo che trasformava persino una canzone leggera in un piccolo
avvenimento.
Ma che
c’entra Vittorio Salvetti?
Niente.
Ho letto Lorenzo
Salvetti e il mio cervello ha fatto quello che fanno i ricordi: non ha
chiesto il permesso. È partito.
Lorenzo non
ha nulla a che fare con Vittorio Salvetti. Non è nemmeno un parente.
Eppure una
canzone comincia anche prima di cominciare, perché noi non ascoltiamo mai
soltanto quello che esce dagli altoparlanti. Ascoltiamo anche tutto quello che
quella musica fa riemergere.
Poi parte “Oggetti
Smarriti”, insieme a eroCaddeo.
E parte con
una chitarra elettrica.
Semplice
semplice.
Mi piace
subito.
Non ha
bisogno di dichiarare la propria importanza. Entra delicatamente, quasi
ammiccando, e sembra voler dire: vieni, ascolta, poi vediamo dove andiamo.
E infatti
andiamo.
La canzone
prende la forma di una conversazione. Ci sono una città, un telefono dal quale
bisognerebbe finalmente staccare gli occhi, due persone che non riescono più a
capirsi, qualcuno che ha ragione e qualcuno che forse ha smesso perfino di
volerla avere.
È qui che
arriva l'immagine più bella: gli oggetti smarriti.
Persone che
hanno viaggiato insieme e che, dopo tanti viaggi, si ritrovano come bagagli
dimenticati da qualche parte. Oggetti che nessuno viene più a reclamare.
È una
metafora semplice e proprio per questo funziona.
Perché tutti
abbiamo visto almeno una volta uno di quei luoghi dove finiscono le cose
perdute. Una valigia, un cappotto, un ombrello. Oggetti che hanno avuto una
storia, sono appartenuti a qualcuno, sono stati portati in viaggio, stretti in
una mano, caricati su un treno.
Poi,
improvvisamente, sono rimasti lì.
Ma mentre
ascolto Lorenzo Salvetti ed eroCaddeo mi accorgo che su una cosa non riesco a
seguirli fino in fondo.
Io non credo
che le persone possano diventare davvero oggetti smarriti.
Io non ho
dimenticato nessuna delle persone che ho amato.
Nessuna.
E non ho
neppure molti dubbi sul fatto che, da qualche parte nella loro vita, anche loro
conservino qualcosa di me.
Non significa
continuare una relazione. Non significa tornare indietro. Non significa vivere
prigionieri della nostalgia.
Significa
semplicemente riconoscere che quando due esseri umani si sono davvero
incontrati qualcosa è accaduto.
E ciò che è
accaduto non può essere disaccaduto.
Possiamo
perderci di vista.
Possiamo
scegliere strade differenti.
Possiamo non
telefonarci più.
Possiamo
perfino diventare estranei nella vita quotidiana.
Ma
dimenticarci completamente?
Non credo.
Forse è
proprio questa la strana contraddizione che mi lascia addosso “Oggetti
Smarriti”: la canzone racconta due persone come cose dimenticate, mentre a
me fa pensare esattamente il contrario.
Mi fa
pensare a quanto sia difficile smarrire davvero qualcuno che abbiamo amato.
Poi arriva
una domanda che vale più di tante spiegazioni: a cosa serve avere ragione
quando intorno sta bruciando tutto?
E qui la
canzone smette per un momento di parlare soltanto di una coppia.
Perché
quante volte nelle relazioni combattiamo per stabilire chi abbia ragione
mentre, proprio durante quella battaglia, perdiamo ciò che volevamo difendere?
Si depongono
le armi e subito dopo si costruisce un muro.
È
un'immagine amarissima.
E
tremendamente umana.
Lorenzo
Salvetti ed eroCaddeo hanno costruito una ballad elegante, malinconica senza
essere pesante, contemporanea senza avere bisogno di inseguire il
contemporaneo. C’è delicatezza, ma sotto quella delicatezza c’è una domanda
molto seria: che cosa rimane di noi quando una storia finisce?
Io la mia
risposta ce l’ho.
Rimane
quello che abbiamo vissuto.
Rimangono le
parole.
Rimangono
certi luoghi.
Rimane
magari una canzone che, trent'anni dopo, arriva alla radio e senza chiedere
permesso riapre una porta.
Proprio come
è successo stamattina a me.
È bastato
leggere un cognome.
Salvetti.
E sono
tornato davanti a una televisione in bianco e nero, con Vittorio Salvetti che
annunciava le canzoni dell'estate che poi avrei ascoltato al jukebox sulla
spiaggia.
Vedete che
strani viaggi fanno le canzoni?
Partono da
due ragazzi del nuovo pop italiano, attraversano bagagli dimenticati, amori
finiti, città senza mare e lettere d'amore, e arrivano fino a un bambino
davanti alla televisione.
Forse,
allora, gli oggetti si possono smarrire.
Le persone
che abbiamo amato, no.
E per oggi è
tutto.

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