4 NOVEMBRE. LA GUERRA FINISCE DOVE UNA MADRE RICONOSCE IL FIGLIO DI UN’ALTRA.

 



4 NOVEMBRE. LA GUERRA FINISCE DOVE UNA MADRE RICONOSCE IL FIGLIO DI UN’ALTRA.

Una riflessione di Antonio Bruno, 4 novembre 2026

Ci sono date che diventano nomi di strade. E poi ci sono strade che percorriamo per tutta la vita senza domandarci dove conducano davvero.

Il 4 novembre è una di quelle date.

Il 4 novembre 1918 finiva, per l'Italia, la Prima guerra mondiale. Il generale Armando Diaz annunciava la vittoria con parole solenni. L'esercito nemico era sconfitto. Centinaia di migliaia di prigionieri. Migliaia di cannoni conquistati. Una nazione intera poteva finalmente pronunciare una parola attesa per quarantuno mesi: pace.

Ma c'è qualcosa che i bollettini di guerra non raccontano.

Non raccontano le madri.

Quelle che aspettavano dietro una finestra. Quelle che riconoscevano il passo del postino e trattenevano il respiro. Quelle che pregavano perché il proprio figlio tornasse e che, forse senza saperlo, pregavano perché il figlio di un'altra madre non tornasse.

Perché la guerra ha questa terribile capacità: convincerci che il dolore degli altri sia diverso dal nostro.

Otto anni fa, il 3 novembre 2018, scrivevo una riflessione accompagnata da una poesia in dialetto salentino. Era tratta da Cartoline per Addis Abeba, di Sergio Calamo, e portava un titolo semplicissimo: «Lettera de nna mamma».

Una madre scrive al figlio lontano, disperso in qualche angolo della terra dove gli uomini hanno deciso di uccidersi.

Non dorme. Maledice la guerra. Aspetta il mattino come si aspetta una notizia che potrebbe salvarti la vita.

Poi, improvvisamente, pronuncia parole che valgono più di qualsiasi trattato di pace:

«Fiju, fiju miu, te pregu torna de ìu
e llu nemicu no, nu llu sparare»

Figlio mio, ti prego, torna vivo. E il nemico, no, non gli sparare.

E spiega perché:

«Comu a ttie puru iddhu ete nnu striu
e la mamma lu spetta, fallu turnare»

Anche lui, come te, è un ragazzo. E anche sua madre lo aspetta. Lascialo tornare.

Ecco.

Forse tutta l'educazione alla pace potrebbe cominciare da queste due righe.

Da una madre che, pur terrorizzata all'idea di perdere il proprio figlio, riesce a vedere nell'uomo che dovrebbe ucciderlo il figlio di un'altra donna.

Non gli chiede di essere un eroe. Gli chiede di restare umano.

Nel 2018 annunciavo che quei versi sarebbero stati recitati da una bambina della quinta classe della Scuola Primaria di Lequile, alunna della maestra Pina Tondo, durante la commemorazione dei Caduti.

Mi piace immaginare quella bambina davanti agli adulti, mentre presta la propria voce a una madre che supplica il figlio di non sparare.

Gli adulti, che conoscono le guerre, ascoltano una bambina che racconta ciò che gli adulti continuano a dimenticare.

Sono trascorsi otto anni da quel mio scritto. E centotto da quel bollettino firmato Diaz.

Le guerre non sono finite. Le madri continuano ad aspettare. I figli continuano a partire. E gli uomini continuano a trovare ragioni per considerare nemico qualcuno che, da un'altra parte del mondo, è semplicemente chiamato figlio.

Domani sarà ancora il 4 novembre.

Deporremo corone d'alloro. Ascolteremo discorsi. Ricorderemo i caduti. Ed è giusto farlo.

Ma vorrei che, almeno per un istante, davanti a ogni monumento ai caduti, risuonasse la voce di quella madre salentina.

Perché il giorno in cui riusciremo a riconoscere nel figlio del nemico lo stesso diritto alla vita che rivendichiamo per il nostro, forse avremo finalmente compreso che cosa significhi vincere una guerra.

E soprattutto che cosa significhi non doverne combattere più nessuna.

Antonio Bruno

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