Antonio Bruno conversa con Hilda Doolittle (H.D.)

 


Antonio Bruno conversa con Hilda Doolittle (H.D.)

Prima conversazione — Vienna, 1933-1934. La scala di Freud, il tempo che finisce e il dolore che ci trasforma.

Una conversazione immaginaria, costruita a partire dal primo brano di Tribute to Freud di Hilda Doolittle, nella quale Antonio Bruno interroga la scrittrice attraverso la fenomenologia, l'epistemologia e la biologia del conoscere di Humberto Maturana e Francisco Varela.

Antonio Bruno: Hilda, vorrei cominciare da quel piccolo calendario che tenevi sul tavolo dell'Hotel Regina, a Vienna. Segnavi i giorni, li cancellavi, calcolavi le settimane che ti restavano per incontrare Sigmund Freud. Mi colpisce una cosa: non racconti anzitutto quello che accadeva durante le sedute. Racconti il tempo che passava. Perché?

Hilda Doolittle: Perché il tempo era diventato qualcosa che potevo vedere. Ogni giorno cancellato era un incontro che non avrei più avuto. Ero consapevole che quelle ore erano limitate. Il calendario mi permetteva di misurare ciò che stavo perdendo.

Antonio Bruno: Ma tu non perdevi nulla, Hilda. Vivevi ogni incontro e poi ne vivevi un altro. Sei tu che, contando i giorni, costruivi nel presente la previsione di un futuro in cui non avresti più incontrato Freud. E quella previsione modificava il tuo vivere presente. Ti accorgevi di questo?

Hilda Doolittle: Non in quei termini. Sentivo che il tempo scorreva troppo rapidamente. Volevo trattenerlo.

Antonio Bruno: Ecco. Trattenerlo. Come si trattiene qualcosa che non esiste indipendentemente dal nostro vivere? Il passato è una ricostruzione che facciamo adesso. Il futuro è uno scenario che immaginiamo adesso. E tu, seduta davanti a quel calendario, vivevi entrambe queste operazioni nel presente. Non sto dicendo che fosse sbagliato. Mi interessa sapere come facevi quello che facevi.

Hilda Doolittle: Forse avevo bisogno di dare una forma alla mia inquietudine.

Antonio Bruno: E quella forma era il calendario.

Hilda Doolittle: Sì. Una forma ordinata per qualcosa che dentro di me non era affatto ordinato.

Antonio Bruno: Poi racconti del portiere dell'albergo. Ti chiede di salutargli il Professore e parla con ammirazione della moglie. Addirittura immagina che, dopo la morte di Freud, Berggasse possa diventare Freudgasse. Mi interessa molto questo episodio. Perché lo hai conservato nella memoria?

Hilda Doolittle: Perché quell'uomo vedeva Freud in un modo diverso dal mio. Per lui era già una figura destinata alla storia. Per me era una persona viva, che avrei incontrato di lì a poco.

Antonio Bruno: Eppure entrambi parlavate dello stesso uomo. Tu distinguevi Freud come interlocutore, lui come monumento futuro. Non c'erano due Freud. C'erano due osservatori che, attraverso le proprie storie, facevano emergere due mondi differenti. Ti sembra possibile?

Hilda Doolittle: È una distinzione interessante. Il portiere parlava della sua grandezza pubblica. Io ero immersa nella mia esperienza privata.

Antonio Bruno: Vorrei aggiungere qualcosa. Quando il portiere prevede che la strada cambierà nome, non sta osservando un fatto. Sta facendo una previsione. Eppure, nel linguaggio quotidiano, spesso trattiamo le previsioni come se fossero già realtà. È uno dei modi con cui costruiamo le nostre certezze.

Hilda Doolittle: Ma alcune previsioni si avverano.

Antonio Bruno: Certamente. Questo non cambia la loro natura quando vengono formulate. Il fatto che una previsione trovi successivamente conferma non significa che fosse un'osservazione del futuro.

Hilda Doolittle: Freud avrebbe apprezzato questa tua insistenza sulle distinzioni.

Antonio Bruno: Non lo so. E preferisco non attribuirgli un apprezzamento che non posso verificare.

Hilda sorride.

Antonio Bruno: Arriviamo alla scala di Berggasse 19. La descrivi con una precisione straordinaria. I gradini di pietra, la balaustra, la curva, le due porte sul pianerottolo. Quella di destra conduceva allo studio professionale di Freud, quella di sinistra alla vita familiare. Perché questa architettura occupa tanto spazio nel tuo racconto?

Hilda Doolittle: Perché faceva parte del rito dell'incontro. Salire quelle scale significava entrare progressivamente in un altro spazio. Le due porte separavano due aspetti della vita del Professore.

Antonio Bruno: Ma era davvero Freud a essere diviso in due oppure eri tu che, osservando quelle porte, distinguevi due modi di essere in relazione con lui?

Hilda Doolittle: Le porte erano reali, Antonio.

Antonio Bruno: Certamente. Non metto in discussione la loro esistenza materiale. Ti sto chiedendo come emergeva per te il loro significato. Una porta conduceva al Freud che ascoltava i pazienti. L'altra al Freud marito, padre, membro di una famiglia. La separazione architettonica diventava una distinzione relazionale.

Hilda Doolittle: Dunque, secondo te, non descrivevo soltanto un edificio.

Antonio Bruno: Esattamente. Descrivevi il tuo vivere quell'edificio. La scala non era soltanto una scala. Era il luogo in cui il tuo corpo si disponeva all'incontro. Immagino che, salendo, potessi sentire il rumore dei passi, la consistenza della pietra, la luce del pianerottolo. Queste sono esperienze sensoriali. Poi arrivavano le interpretazioni, le aspettative, le emozioni.

Hilda Doolittle: Ricordo soprattutto la familiarità del percorso.

Antonio Bruno: Ecco una parola decisiva: familiarità. La ripetizione degli incontri aveva trasformato uno spazio inizialmente estraneo in un ambiente riconoscibile. Potremmo dire, con Maturana, che nel tuo vivere ricorrente con quell'ambiente si conservava una particolare storia di accoppiamento strutturale.

Hilda Doolittle: Tu parli di una relazione che modifica chi la vive.

Antonio Bruno: Di una storia di trasformazioni reciproche, senza supporre che l'ambiente determini meccanicamente ciò che avviene dentro l'organismo. Ed è proprio qui che vorrei arrivare.

Hilda Doolittle: Allora continua.

Antonio Bruno: Scrivi che talvolta incontravi qualcuno che scendeva mentre tu salivi. Solo alla fine del brano comprendiamo che quell'uomo ha un'importanza enorme nella tua storia. Era stato a Johannesburg per una conferenza, pilotava personalmente il suo aereo e, durante il ritorno, era precipitato in Tanganica. La notizia del suo incidente contribuì al tuo ritorno a Vienna. Perché scegli di rivelarlo soltanto alla fine?

Hilda Doolittle: Perché, quando ricordiamo, conosciamo già ciò che allora non sapevamo. Quell'uomo che incontravo sulle scale apparteneva a una successione di eventi che avrei compreso soltanto dopo.

Antonio Bruno: Qui tocchiamo il cuore della mia domanda epistemologica. Quando scrivi, nel presente della scrittura, ricostruisci un passato. Ma quella ricostruzione contiene distinzioni che non possedevi quando vivevi gli avvenimenti. Non stai semplicemente recuperando un passato intatto. Stai producendo un racconto a partire dall'osservatrice che sei diventata.

Hilda Doolittle: Eppure gli avvenimenti sono accaduti.

Antonio Bruno: Non nego gli avvenimenti. Distinguo l'accadere dal raccontare ciò che è accaduto. La tua memoria non è una registrazione cinematografica che possiamo riavvolgere. È un'attività che realizzi adesso, con la struttura che hai adesso.

Hilda Doolittle: Allora che valore attribuisci alla testimonianza?

Antonio Bruno: Un valore immenso, purché distinguiamo la testimonianza dalla pretesa di possedere una realtà indipendente dall'osservatore. Tu mi racconti come hai vissuto e come oggi ricostruisci quel vivere. Non è poco. È tutto ciò che mi interessa conoscere di te.

Hilda Doolittle: E la psicoanalisi? Freud avrebbe cercato le ragioni profonde di quei ricordi, le associazioni, i desideri inconsci.

Antonio Bruno: Io non cerco necessariamente una causa nascosta dietro quello che racconti. Mi interessa osservare come si genera, nel tuo vivere presente, ciò che chiami ricordo, desiderio, paura, perdita. E soprattutto mi interessa una domanda: ti piace il vivere che emerge da queste operazioni?

Hilda Doolittle: Non sempre. Il dolore per una perdita non è qualcosa che si possa semplicemente scegliere di non provare.

Antonio Bruno: Sono d'accordo. Non propongo di scegliere le emozioni come si sceglie un vestito. Propongo di accorgersi di ciò che accade, senza pretendere che l'accorgersi debba necessariamente condurre a una spiegazione o a una correzione.

Hilda Doolittle: Ma se non cerchi di spiegare il dolore, che cosa ne fai?

Antonio Bruno: Lo vivo. Lo sento nel corpo. Mi accorgo delle parole con cui lo racconto e delle storie che costruisco intorno a esso. Non ho bisogno di negarlo, né di trasformarlo immediatamente in qualcos'altro. Posso accoglierlo come parte del mio vivere.

Hilda Doolittle: Tu sembri cercare una libertà diversa da quella che cercavo io attraverso Freud.

Antonio Bruno: Può darsi. Ma non voglio stabilire una superiorità tra il tuo percorso e il mio. Voglio soltanto riconoscere che sono differenti. Tu hai incontrato Freud in un preciso momento della tua vita. Io incontro te attraverso le parole che hai scritto. E in questo incontro emerge qualcosa che prima non esisteva nella nostra relazione.

Hilda Doolittle: Che cosa?

Antonio Bruno: Questa conversazione.

Hilda Doolittle: E che cosa conserveresti del mio racconto?

Antonio Bruno: La scala.

Hilda Doolittle: La scala?

Antonio Bruno: Sì. Perché tu salivi quei gradini per incontrare Freud. Ma, mentre li salivi, incontravi anche la donna che eri in quel momento. Non perché la scala custodisse una verità su di te. Semplicemente perché lì, in quell'istante, si realizzava il tuo vivere.

Hilda Doolittle: E il calendario?

Antonio Bruno: Lo lascerei sul tavolo dell'Hotel Regina. Con i suoi giorni segnati. Non per dimenticarlo, ma perché adesso siamo qui.

Hilda Doolittle: Qui dove, Antonio?

Antonio Bruno: Nel presente in cui tu racconti e io ascolto. Il solo tempo in cui possiamo incontrarci.

Nota di Antonio Bruno

In questa prima conversazione con Hilda Doolittle non ho cercato di interpretare il suo inconscio, né di sostituire la psicoanalisi freudiana con un'altra teoria della mente.

Ho cercato di distinguere cinque operazioni che emergono dalla sua testimonianza: osservare, ricordare, prevedere, emozionarsi e raccontare.

La questione che mi interessa non è stabilire se Hilda ricordasse correttamente la scala di Berggasse 19. Mi interessa comprendere come quella scala emerga nel suo racconto e come, attraverso il linguaggio, diventi parte del mondo che lei condivide con il lettore.

La domanda che conserverò per la seconda conversazione è questa:

«Hilda, quando tornasti a Vienna dopo aver saputo dell'incidente di quell'uomo, chi stavi cercando di incontrare: Sigmund Freud, l'uomo che avevi perduto, oppure te stessa nel vivere che emergeva da quella perdita?»

Nota editoriale: le risposte attribuite a Hilda Doolittle sono una ricostruzione letteraria immaginaria, non citazioni autentiche. Il dialogo si fonda sul brano fornito, mentre le riflessioni epistemologiche sono formulate dalla prospettiva di Antonio Bruno.

 

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