10 giugno 2016 "Cugni" e trapani te le tajate

La pietra è stata impiegata dalla specie umana sin dagli inizi della sua civiltà. Con essa e con altri materiali, legno e pelli in primo luogo, ha costruito abitazioni, strumenti per difendersi e offendere (da animali ed altri uomini), strumenti da utilizzare nella pratica quotidiana, raggiungendo livelli di utilizzo man mano sempre più raffinati. Analogamente al legno, la pietra ha rappresentato il materiale per eccellenza delle prime opere di architettura.
Nell’arte di costruire dei romani l’utilizzazione della pietra iniziò dalla raccolta in superficie dei frammenti di roccia staccatisi dalla massa per effetto delle intemperie o della vegetazione o ancora per fenomeni di frana. Questi elementi di dimensioni variabili permettevano di costruire muri di pietra a secco, la cui stabilità era assicurata dall’uso di blocchi di grosse dimensioni e di forma regolare che fungono da paramento e che racchiudono un riempimento di pietrisco. Spesso era localmente possibile reperire anche ciottoli marini o fluviali, che, data la regolarità delle forme e delle dimensioni rappresentavano materiale di ottima qualità anche se, data la rotondità ne impedivano la messa in opera a secco. Era allora necessario ricorrere ad una malta di argilla per la compattazione e stabilizzazione del l’opera, ma questo era materiale non sempre facilmente reperibile. Pertanto, parallelamente alla raccolta di materiale in superficie la cui pratica si è svolta continuativamente nel tempo fino ai giorni nostri anche per la facilità di ritrovamento ed i limitati costi, divenne sempre più importante l’acquisizione di tecniche di estrazione perché l’architettura di qualità potesse disporre di pietre da poter lavorare secondo le esigenze, le mode, e i vari utilizzi, sempre più raffinati.

Di seguito vengono riportate alcune indicazioni sull’arte di estrazione della pietra, estrapolate dal libro “L’arte di costruire presso i Romani, materiali e tecniche” di Jean-Pierre Adam. Il lavoro di estrazione avveniva sfruttando strati e fessure naturali dell’affioramento. Con la mazzetta o il martello o la più potente bocciarla ed il punteruolo venivano preparati lungo un linea, che rappresentava il tracciato del distacco del blocco, degli incavi in cui venivano alloggiati dei cunei di ferro. Battendo un colpo secco e violento con il martello o la mazzetta sul cuneo veniva provocata, lungo la fessura, una forte azione laterale che determinava il distacco dei blocchi .
Talora i cavatori si servivano di cunei di legno, un sistema che in alcune cave è stato utilizzato fino al XVIII secolo. Cunei di legno molto secco venivano conficcati dentro i fori, spruzzati d’acqua e coperti di stracci bagnati; l’acqua provocava l’ingrossamento dei pezzi di legno che provocando la pressione laterale lungo le superfici del cuneo, causava distacco del blocco di pietra.

Altro strumento destinato ad eseguire perforazioni nella roccia è il trapano, nelle sue molteplici varianti: esso consente di realizzare fori tutti dello stesso diametro.
Nell'antichità sono documentati il trapano "a corda" o quello "ad arco", nel medioevo fu largamente impiegato quello "ad asta".

Questi strumenti vengono riportati nella figura successiva, ripresa dal testo di Peter Rockwell- tecnologie della lavorazione della pietra.



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