Stefano Margiotta, Inquadramento geologico e territoriale della pietra leccese


La pietra leccese è costituita da biomicriti e biospariti a Foraminiferi planctonici, con dispersi piccoli granuli apatitici e gusci di Foraminiferi fosfatizzati; essa costituisce una unità litostratigrafica caratteristica della Penisola Salentina, dove affiora estesamente da poco a N del capoluogo fino alla zona di Lèuca. All’analisi macroscopica si presenta come un sedimento carbonatico in genere fine e di colore prevalentemente avana (con tonalità da chiare fino a bruno-tabacco o verdastre), privo di stratificazione o mal stratificato in banchi, con dispersi rari o rarissimi macrofossili a luoghi concentrati in livelli. L’area di Lecce, insieme a quella di Cursi - Melpignano è considerata l’area tipo dell’unità. A differenza dell’area di Cursi, laddove l’estrazione della Pietra leccese costituisce ancora un’attività importante nell’economia locale, le cave presenti nel territorio di Lecce sono in gran parte abbandonate o recuperate in vari modi se si eccettua per alcune cave presenti tra Lecce e Cavallino dove sopravvive una residua attività di estrazione e prima lavorazione di questo materiale. Le cave tutte “a cielo aperto” testimoniano di un sistema di coltivazione del tipo a fossa, con ripide pareti sub verticali ottenute con avanzamento a gradini. La pietra veniva attaccata prima con tagli verticali profondi 25 cm e ripetuti ogni 25-30 cm quindi, preparato un gradino corrente perpendicolarmente alla fila dei tagli verticali, si procedeva al distacco dei conci con picconi a lama lunga intaccandone la base del gradino. Nei tempi più recenti la coltivazione si attua mediante seghe circolari che agendo su apposite rotaie operano dapprima un taglio verticale e quindi uno orizzontale. La varietà “Pietra Gentile” o Leccìsu, cavata nel Depocentro di Lecce, è stata quella maggiormente utilizzata per la realizzazione dei monumenti barocchi della città di Lecce (MarGiotta, 1994). Altre varietà ben note sono la “Pietra di Cursi”, la “Bastarda” o Leccìsu Bastarda, la “Pietra Saponara” o “Salinara”, la “Leccese Màzzara”, la “dolce” la “Gagginara” ed il Piromàfo. Una pietra quindi che ben si prestava al modellamento delle ornamentazioni proprie dell’epoca barocca, ma di scarsa durevolezza (anDriani, Walsh, 2010). D’altro canto l’estrazione e l’uso della pietra leccese risale a ben prima dell’epoca barocca così come testimoniano i numerosi dolmen e menhir presenti nel territorio salentino. I dolmen sono caratteristici monumenti megalitici aventi funzione di tombe e costituiti da tre grossi blocchi di roccia a sorreggerne un altro orizzontale. I menhir, localmente chiamati pietrefìtte sono caratteristici blocchi parallelepipedi alti circa 4 m piantati nel terreno aventi funzione o astronomica o di segnaposto. La loro datazione è incerta ma probabilmente compresa tra l’età del bronzo e quella arcaica (orlanDo, 2007). Nel corso dei secoli la coltivazione della pietra leccese è continuata con vari scopi e quindi metodi legati alla forma e dimensioni dei blocchi da utilizzare. Un’altra eccezionale testimonianza è, ad esempio, quella del molo Adriano di San Cataldo (databile al II secolo d.C.) la cui struttura è costituita da grossi blocchi anche metrici di pietra leccese provenienti da zone nei dintorni di Acaja (saMMarco et al., 2012).

Proprio l’ampia disponibilità di questa pietra e l’eccezionale contenuto in fossili hanno incentivato le ricerche scientifiche. Tralasciando quelle di interesse principalmente paleontologico e quelle degli studiosi della fine del 1800 e dei primi del 1900, per le quali si rimanda al documento del Prof. Livio Ruggiero, si segnala che l’interesse dei ricercatori per la pietra leccese si è accresciuto negli anni ’60 del XX secolo allorquando è cominciata la stesura della II edizione della Carta Geologica d’Italia.
Nel 1962 Martinis riferisce alla pietra leccese i terreni miocenici cartografati nella Carta Geologica di De Giorgi, ne fornisce la potenza massima intorno ai 180 m e data la stessa unità prevalentemente all’Elveziano. Contemporaneamente, studi di Giannelli, salvatorini, tavani (1965; 1966) apportano un notevole contributo ai problemi riguardanti la cronostratigrafia del Miocene salentino individuando l’esistenza di sedimenti riferibili al Tortoniano e al Messiniano sulla base soprattutto delle associazioni a Foraminiferi. Nello stesso periodo anche unGaro (1966) riferisce la pietra leccese al Tortoniano. Nel 1967 Martinis istituisce la formazione delle Calcareniti di Andrano la cui area tipo è compresa tra Marittima e Tricase mentre la località tipo è presso Andrano. Pur riconoscendo una certa analogia tra questa formazione e la pietra leccese, l’A. ritiene necessaria l’istituzione di una nuova unità in quanto la formazione delle Calcareniti di Andrano, a differenza della Pietra Leccese, presenta caratteri di litofacies assai diversi da zona a zona. Secondo Martinis le Calcareniti di Andrano giacciono trasgressive e in discordanza sui Calcari di Castro e sono limitate al tetto dalle Calcareniti del Salento, anche queste in probabile rapporto discordante anche se non direttamente osservato. Per Martinis le Calcareniti di Andrano passano lateralmente alla pietra leccese. Dal punto di vista ambientale, sulla base del contenuto micropaleontologico, l’A. riconosce due diversi tipi di ambienti di sedimentazione: uno di mare aperto ma poco profondo ed un altro “decisamente litorale”. Infine, dal punto di vista cronostratigrafico, vengono individuate tre associazioni fossilifere riferibili rispettivamente al Langhiano - Elveziano, all’Elveziano - Tortoniano e al Tortoniano. Nel 1968 vengono pubblicati i fogli 204, 213, 214, 215 e 223 della Carta Geologica D’Italia (C.G.I.) in scala 1:100.000 e negli anni immediatamente successivi (1969,1970) le relative Note illustrative a cura di larGaiolli (204, 214, 215), Martinis (214, 223), MoZZi (204, 213, 214, 215), narDin (204, 214, 215).

(continua)

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