La libertà del "chissà"


La libertà del "chissà"

Ogni paese ha i suoi piccoli mondi. C'è quello che si ritrova per giocare, quello che si incontra attorno a una comunità, quello che discute di politica, quello che organizza eventi, quello che sogna di tornare a comandare come una volta. Cambiano i luoghi, cambiano i volti, ma il copione resta sorprendentemente simile.

Qualcuno mi raccontava dell'entusiasmo di un gruppo di persone che aveva trasformato un vecchio gioco in un'occasione di amicizia. Mi parlava di risate, tornei, partecipazione. Era bello ascoltarlo. Da un'altra parte osservavo una comunità molto attiva, capace di coinvolgere tante persone. Altrove ancora rivedevo fotografie di chi continua a inseguire un'idea di potere coltivata per anni, con la speranza che il tempo faccia il giro e riporti tutto dov'era.

Sono ambienti diversi, eppure mi accorgevo che dentro di me provocavano la stessa domanda.

Per molto tempo, quando un modo di fare non mi convinceva, finivo quasi inevitabilmente per mettere in discussione anche chi lo praticava. Era un riflesso antico: se non condividevo il comportamento, faticavo a riconoscerne la legittimità.

Oggi qualcosa è cambiato.

Posso guardare una realtà e pensare: è legittima. Poi, nello stesso istante, aggiungere: non è la mia strada.

Sono due frasi che sembrano vicine, ma in realtà abitano continenti diversi.

La prima riconosce all'altro il diritto di essere ciò che è.

La seconda riconosce a me il diritto di scegliere dove stare.

È una distinzione minuscola soltanto in apparenza. In realtà è la differenza fra il voler cambiare il mondo e il voler trovare il proprio posto nel mondo.

Qualche giorno fa qualcuno mi ha rivolto una domanda semplice: «Se ci fosse l'occasione, ti metteresti in gioco?».

Ho risposto d'istinto: «No».

Poi, quasi senza pensarci, ho aggiunto due parole.

«Ma chissà.»

Ripensandoci, credo che quelle due parole raccontino più di tutto il resto.

Un tempo avrei risposto con una certezza assoluta. O sì, o no. Perché avevo bisogno di controllare anche il futuro, come se prendere una posizione definitiva potesse impedire agli eventi di sorprendermi.

Oggi quel chissà non è indecisione.

È fiducia.

Significa lasciare che il futuro abbia il diritto di non essere ancora scritto.

Ho capito che non serve spiegare sempre perché gli altri agiscono in un certo modo. Posso osservare i comportamenti, decidere se mi appartengono oppure no e fermarmi lì. Non ho bisogno di attribuire intenzioni, né di decifrare l'anima di chi mi sta davanti.

La vera domanda non è più: «Come posso cambiare questo gruppo?».

È diventata un'altra.

«In questo modo di stare insieme, io mi sento a casa?»

La risposta, a volte, è no.

E quel no non è un giudizio.

È un orientamento.

Perché la maturità, forse, non consiste nello scegliere sempre da che parte stare, ma nel riconoscere con serenità quale parte non è la nostra.

Il resto può attendere.

Anzi, è meglio che attenda.

Chissà.

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