L'uguaglianza comincia quando cambia l'emozione
L'uguaglianza comincia quando cambia l'emozione
Ho ascoltato una conversazione sull'uguaglianza.
Si ricordavano i pugliesi che, negli anni dell'emigrazione, partirono verso il Nord d'Italia. Si raccontavano le loro difficoltà, le umiliazioni subite, i pregiudizi che li accompagnavano. Non erano considerati persone come le altre. Per alcuni erano "i meridionali", una categoria prima ancora che esseri umani. Faticavano a trovare una casa, un lavoro, persino il riconoscimento della loro dignità.
Questa memoria è importante.
Ma, mentre ascoltavo, è emersa una domanda.
Che cosa accade quando gli stessi pugliesi, che conservano la memoria di quella sofferenza, incontrano oggi uomini e donne provenienti dal Senegal, dal Mali, dallo Sri Lanka, dalla Romania, dall'Ucraina, dall'Estonia o dalla Lettonia che hanno scelto la Puglia come luogo in cui vivere?
Perché talvolta si riproduce la stessa dinamica di esclusione?
Se osserviamo questo fenomeno come un errore morale, probabilmente non lo comprenderemo.
Se invece osserviamo l'essere umano come un essere che vive nelle relazioni, allora diventa possibile distinguere qualcosa di diverso.
Noi non viviamo in una realtà oggettiva che tutti vediamo allo stesso modo. Viviamo nel mondo che costruiamo nella nostra storia di convivenza. Ogni persona porta con sé una rete di esperienze, emozioni, incontri, paure e fiducie che costituisce il dominio nel quale distingue ciò che chiama realtà.
Quando ascoltiamo la storia dell'emigrante pugliese, quella storia appartiene alla nostra memoria culturale. Possiamo riconoscerci in essa. Sentiamo che riguarda "uno di noi".
Quando incontriamo uno straniero, invece, quella stessa emozione non è necessariamente presente. Se nella nostra storia di relazioni non abbiamo costruito uno spazio di fiducia, la sua presenza può essere distinta come estraneità. Non perché quella persona sia oggettivamente estranea, ma perché la nostra storia relazionale la fa emergere così.
È importante comprendere che non sono le idee a generare questo comportamento.
Sono le emozioni.
Le idee arrivano dopo.
Le idee spiegano.
Le emozioni rendono possibile il vedere.
Se vivo nell'emozione della paura, distinguerò facilmente minacce.
Se vivo nell'emozione della competizione, distinguerò rivali.
Se vivo nell'emozione dell'accoglienza, distinguerò persone.
Per questo motivo non basta insegnare l'uguaglianza come principio giuridico o politico.
L'uguaglianza è, prima di tutto, un modo di convivere.
È un'emozione che rende possibile riconoscere l'altro come un legittimo altro nella convivenza.
Questa espressione non significa che dobbiamo essere d'accordo con tutti.
Non significa rinunciare alle leggi, alle regole o alla responsabilità.
Significa qualcosa di molto più semplice e, nello stesso tempo, molto più impegnativo.
Significa riconoscere che l'altro possiede la stessa legittimità di esistere che attribuiamo a noi stessi.
Quando dimentichiamo questo, la memoria della discriminazione subita perde la sua forza trasformativa.
Può persino accadere qualcosa di paradossale.
Chi ieri era escluso può diventare colui che esclude.
Non perché sia cattivo.
Ma perché non ha trasformato il dolore vissuto in un diverso modo di convivere.
La sofferenza, da sola, non genera amore.
Genera amore soltanto quando diventa riflessione sulla propria maniera di vivere con gli altri.
Per questo la memoria non dovrebbe limitarsi a ricordare ciò che ci è stato fatto.
Dovrebbe aiutarci a osservare ciò che facciamo oggi.
Ogni volta che incontriamo qualcuno diverso da noi possiamo domandarci:
Lo sto vedendo come una persona oppure come una categoria?
Questa domanda non cambia il mondo.
Cambia noi.
Ed è soltanto quando cambia il nostro modo di vedere che cambia anche il mondo che costruiamo nella convivenza.
L'uguaglianza non nasce dalle leggi, anche se le leggi sono indispensabili.
Non nasce dagli slogan, anche se gli slogan possono mobilitare.
Nasce nell'istante in cui, guardando l'altro, non ci domandiamo più da dove venga, quale lingua parli o quale sia il colore della sua pelle, ma riconosciamo semplicemente un essere umano con il quale condividiamo l'avventura del vivere.
È in quell'istante che l'uguaglianza cessa di essere una parola.
Diventa un modo di esistere insieme.

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