Le sedie vuote della banda

Foto dell'Architetta Nadia Letizia

 Le sedie vuote della banda

Ci sono immagini che spiegano un'epoca meglio di qualsiasi statistica. La mia è quella di una cassa armonica in una domenica di luglio. San Cesario di Lecce, 26 luglio 2026. La banda è pronta a suonare. I musicisti, però, prima del concerto sono seduti sulle sedie destinate al pubblico. Quando arriva il momento della marcia, si alzano, prendono gli strumenti e vanno al loro posto. Le sedie restano vuote.

Non è una metafora. È cronaca. Ed è forse proprio per questo che diventa una metafora.

Per puro caso sono finito alla festa del paese. Due baracche con le noccioline, poche persone che passeggiavano senza fretta, qualche bambino, le luminarie accese come se aspettassero qualcuno che aveva dimenticato l'appuntamento.

Mentre guardavo quella scena, mi sono tornate in mente le pagine di Fernando Manni in Secoli tra gli Ulivi. Lui descriveva le feste come il deposito dell'anima di un popolo. Le noccioline impolverate, la banda, i fuochi d'artificio, i venditori ambulanti, il vestito nuovo, il sacro che si mescola al profano, il piacere semplice di stare insieme. Non erano dettagli folcloristici. Erano gli ingranaggi di una macchina capace di produrre appartenenza.

La festa non era un evento. Era il paese che si raccontava a sé stesso.

E allora mi sono chiesto se sia cambiata la festa o se siamo cambiati noi.

Perché la banda c'era ancora. La cassa armonica pure. Le luminarie anche. Persino le noccioline resistevano, come avevano resistito nei ricordi di Manni.

Mancava il resto.

Mancava il pubblico.

Forse oggi non abbiamo più bisogno della piazza perché ciascuno possiede una piazza tascabile. Si chiama smartphone. Dentro ci sono concerti migliori, spettacoli più ricchi, amici sempre raggiungibili, infinite occasioni di distrarsi senza dover uscire di casa. La festa del paese non compete più con quella del paese vicino. Compete con il mondo intero.

Ed è una gara impari.

Eppure Manni, con una fiducia che oggi fa quasi tenerezza, scriveva che le feste non sarebbero morte. Resistevano perché nascevano da qualcosa di più profondo del divertimento: dal bisogno umano di condividere la gioia, di riconoscersi parte di una comunità, di aspettare insieme un giorno speciale.

Forse aveva ragione.

Perché una festa non muore quando si svuota una piazza.

Muore quando smettiamo di sentire che quella piazza parla anche di noi.

Le sedie vuote della banda non raccontavano soltanto un pomeriggio estivo con poca gente. Raccontavano il passaggio silenzioso da una comunità che si radunava spontaneamente a una società che si incontra sempre meno e si connette sempre di più.

Le luminarie illuminavano ancora la strada.

Ma sembravano cercare i volti di un paese che, almeno per quella sera, aveva deciso di guardare altrove.

E mentre la banda iniziava a suonare, mi è sembrato che il pubblico più attento fosse proprio Fernando Manni. Da qualche pagina ingiallita continuava a ricordarci che una festa non è fatta dalle luminarie, dalla musica o dalle noccioline. È fatta da persone che, almeno per una sera, scelgono di diventare un "noi".

Le sedie vuote, invece, non erano soltanto sedie.

Erano la domanda che un paese rivolge a sé stesso: chi si alzerà, domani, per sedersi al nostro posto?

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