IL RUMORE DELLE COSE NUOVE Intervista immaginaria di Antonio Bruno a Paolo Genovese

 


IL RUMORE DELLE COSE NUOVE

Intervista immaginaria di Antonio Bruno a Paolo Genovese

Un'indagine epistemologica e fenomenologica sul romanzo: come costruiamo la realtà, come attribuiamo significato alle nostre esperienze e perché, talvolta, continuiamo a vivere dentro relazioni che non ci somigliano più.

Il rumore delle cose nuove - Paolo Genovese - Libro - Einaudi - Einaudi. Stile libero extra | IBS

Ci sono romanzi che raccontano una storia. E ce ne sono altri che, mentre raccontano, ci costringono a interrogarci sul modo in cui conosciamo il mondo.

Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese appartiene a questa seconda categoria.

Leggendolo, mi sono domandato non soltanto perché i personaggi facciano ciò che fanno, ma soprattutto come arrivino a considerare naturale, inevitabile o giusto ciò che fanno.

È una differenza decisiva.

L'epistemologia ci invita a esaminare i presupposti attraverso i quali conosciamo e interpretiamo la realtà. La fenomenologia ci conduce invece verso l'esperienza vissuta, verso ciò che appare alla coscienza prima ancora che venga spiegato, giudicato o classificato.

Ho immaginato perciò di incontrare Paolo Genovese e di rivolgergli alcune domande. Non per chiedergli di spiegare la trama, ma per entrare nei mondi che i suoi personaggi costruiscono e abitano.

Quella che segue è un'intervista critica immaginaria. Le domande sono mie; le risposte sono ricostruzioni interpretative fondate sul romanzo, non dichiarazioni autentiche dell'autore.

Prima parte — Come costruiamo ciò che chiamiamo realtà

ANTONIO BRUNO — Paolo, nel suo romanzo ho incontrato persone che vivono nella stessa città, talvolta nella stessa casa, e tuttavia sembrano abitare universi differenti. Andrea, Andreina, Viola, Ralph, Alba e Umberto non conoscono una realtà comune: ciascuno interpreta ciò che accade attraverso la propria storia. Mi viene in mente Humberto Maturana, quando distingue l'esperienza dalle spiegazioni che ne diamo. Lei ha voluto raccontare proprio questa distanza?

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

Mi interessa quello che accade quando due persone guardano la stessa cosa e vedono due cose diverse.

Prendiamo una coppia. Uno dei due può essere convinto che tutto proceda normalmente. L'altro, nello stesso momento, può sentirsi profondamente infelice.

Chi ha ragione?

La domanda sembra semplice, ma non lo è. Entrambi vivono qualcosa di autentico nella propria esperienza. Il problema comincia quando ciascuno pretende che la propria interpretazione esaurisca la realtà dell'altro.

Ecco, credo che molte relazioni si consumino proprio lì, nell'incapacità di riconoscere che l'altro non vede necessariamente il mondo come lo vediamo noi.

ANTONIO BRUNO — Heinz von Foerster, nella cibernetica di secondo ordine, ci invita a includere l'osservatore nel sistema osservato. Nessuna descrizione è indipendente da chi la produce. Mi sembra che i suoi personaggi siano spesso prigionieri delle proprie descrizioni. Non soltanto interpretano il comportamento altrui, ma finiscono per trattare quelle interpretazioni come fatti. È questo uno dei meccanismi attraverso cui si producono i conflitti?

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

Sì, è una lettura possibile.

Una persona torna a casa più tardi del solito. Questo è un fatto. Il partner pensa che abbia un'altra relazione. Questa è un'interpretazione.

Ma se quell'interpretazione diventa una certezza, cambia tutto: il tono della voce, le domande, i silenzi, perfino il modo di guardare l'altro.

A quel punto il sospetto comincia a produrre conseguenze reali.

Mi interessano questi passaggi. Il momento in cui qualcosa che abbiamo immaginato diventa così convincente da modificare il nostro comportamento e, attraverso di esso, la relazione.

Seconda parte — Il desiderio, il corpo e l'esperienza vissuta

ANTONIO BRUNO — Nel romanzo Ralph confida alla psicoterapeuta che il sesso di un tempo con Viola non esiste più. La terapeuta gli domanda se non desideri rapporti sessuali in generale oppure se non desideri più sua moglie. Ralph non sa rispondere. È un passaggio straordinariamente interessante dal punto di vista fenomenologico. Perché il desiderio non è soltanto un comportamento osservabile: è un'esperienza vissuta. Come si può distinguere ciò che non si prova più da ciò che non si riesce ancora a comprendere?

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

Il desiderio non funziona come un interruttore.

Non basta decidere di desiderare qualcuno perché quel desiderio si presenti. E non basta ricordare quanto si desiderasse una persona in passato per ritrovare la stessa esperienza nel presente.

Ralph non possiede una spiegazione definitiva. È proprio questo che mi interessa.

Nella vita siamo abituati a pretendere risposte, soprattutto da chi amiamo. Ma alcune risposte non sono immediatamente disponibili neppure alla persona alla quale le chiediamo.

L'assenza di desiderio può essere vissuta come un rifiuto da chi la subisce, mentre chi non desidera può non sapere come interpretare ciò che gli accade.

ANTONIO BRUNO — Qui vorrei introdurre una distinzione. Il desiderio di essere desiderati non coincide necessariamente con il desiderio dell'altra persona. Posso volere che qualcuno mi desideri, ma questo mio volere non produce il desiderio altrui. Se insisto, rischio di trasformare una relazione in una richiesta di prestazione. Dal punto di vista di una fenomenologia della reciprocità, l'incontro può esistere soltanto quando entrambi vi partecipano liberamente. Che cosa ne pensa?

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

È una distinzione importante.

Essere desiderati ci fa sentire vivi, riconosciuti, talvolta persino più sicuri della nostra identità.

Ma il desiderio dell'altro non ci appartiene.

Possiamo cercare di capire, parlare, rendere possibile un incontro. Non possiamo imporlo.

E credo che la parte più dolorosa sia proprio questa: accettare che una persona possa amarci senza desiderarci nel modo in cui vorremmo.

Non significa necessariamente che quell'amore sia falso. Significa che l'amore e il desiderio non sono esperienze perfettamente sovrapponibili.

Terza parte — Le spiegazioni che giustificano il dominio

ANTONIO BRUNO — Alba vive una relazione nella quale Umberto esercita controllo, svalutazione e violenza. Il romanzo mostra come un uomo possa presentare a se stesso il proprio comportamento come una forma di protezione o di responsabilità familiare. Vorrei chiederle non soltanto perché Umberto agisca così, ma quale concezione della donna e del matrimonio gli consenta di considerare legittimo il proprio comportamento.

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

Umberto non è soltanto un uomo che compie azioni violente. È anche una persona che ha costruito una rappresentazione del rapporto coniugale nella quale ritiene di avere un'autorità sulla moglie.

Il problema è che quella rappresentazione diventa una giustificazione.

Se penso che mia moglie debba comportarsi secondo le mie aspettative, posso arrivare a interpretare la sua autonomia come una provocazione.

Naturalmente, questo non giustifica nulla. Serve a comprendere come il controllo possa essere normalizzato da chi lo esercita.

ANTONIO BRUNO — È proprio qui che l'analisi epistemologica diventa, a mio avviso, anche una questione etica. Una convinzione può essere coerente con altre convinzioni e tuttavia produrre sofferenza e sopraffazione. Maturana ci invita a considerare le emozioni come disposizioni corporee che rendono possibili determinate classi di azioni. Se vivo nell'emozione del possesso, quali azioni diventano possibili? E quali, invece, diventano impossibili?

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

Quando considero l'altro una mia proprietà, la sua libertà diventa una minaccia.

Diventa difficile ascoltare, riconoscere un rifiuto, accettare una scelta autonoma.

Alba, invece, cerca uno spazio nel quale poter esistere senza essere continuamente definita da qualcun altro.

Non è semplicemente una questione di cambiare uomo o di trovare una nuova relazione. È la possibilità di ritrovare una vita nella quale le proprie scelte non siano continuamente subordinate alla paura.

Quarta parte — Il passato non è un luogo immobile

ANTONIO BRUNO — Nel capitolo 45 compare una riflessione sulla costruzione dei ricordi. Gli avvenimenti passati vengono selezionati, modificati, arricchiti di dettagli che assumono significato nel presente. Mi sembra un punto di incontro con la fenomenologia della memoria e con Paul Ricœur. Non ricordiamo soltanto ciò che è accaduto: ricordiamo attraverso la persona che siamo diventati. Quanto è importante questa dimensione nel suo romanzo?

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

È fondamentale.

Noi non torniamo mai davvero nel passato. Torniamo a un ricordo del passato.

E quel ricordo è attraversato da ciò che sappiamo oggi, da quello che abbiamo perduto, dalle aspettative che non si sono realizzate.

Due persone possono ricordare la stessa relazione in maniera molto diversa.

Una può ricordare soprattutto i momenti felici. L'altra può conservare il ricordo delle rinunce, delle incomprensioni, delle occasioni mancate.

Non necessariamente una mente e l'altra dice la verità. Possono avere attribuito significati differenti agli stessi avvenimenti.

ANTONIO BRUNO — Allora vorrei spingere la riflessione un poco oltre. Se il passato viene continuamente reinterpretato, posso modificare il significato che oggi attribuisco a una ferita senza pretendere che chi me l'ha procurata cambi la propria versione degli avvenimenti?

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

Credo di sì.

Ci sono persone che attendono per anni una spiegazione, una confessione, delle scuse.

A volte arrivano. Altre volte no.

Il rischio è consegnare la possibilità di stare meglio a una decisione che dipende da qualcun altro.

Non possiamo modificare ciò che è accaduto, ma possiamo cambiare il rapporto che intratteniamo oggi con quell'esperienza.

Questo non cancella le responsabilità e non impone il perdono. Può però restituire alla persona una possibilità di scelta.

Quinta parte — La genitorialità e il confine tra amore e aspettativa

ANTONIO BRUNO — Andreina, dopo la perdita di una gravidanza, vive un rapporto doloroso con la prospettiva di diventare madre. Andrea, invece, continua a desiderare un figlio. A un certo punto Andreina decide di assumere la pillola anticoncezionale senza informare il marito. È una scelta che riguarda il proprio corpo, ma anche una decisione mantenuta segreta all'interno di un progetto condiviso. Quali mondi differenti si incontrano, o forse si scontrano, in questa vicenda?

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

Andrea e Andreina non vivono la perdita nello stesso modo.

Andrea continua a guardare verso la possibilità di diventare padre. Andreina porta con sé un'esperienza corporea e affettiva che ha modificato il suo rapporto con la maternità.

La decisione di non affrontare apertamente il conflitto nasce anche dalla paura di perdere la relazione.

Ed è questo il paradosso: il tentativo di conservare un legame attraverso il silenzio può creare le condizioni per comprometterlo.

ANTONIO BRUNO — Mi interessa proprio questa espressione: conservare il legame. Ogni sistema vivente conserva qualcosa attraverso il proprio operare. Ma non sempre ciò che conserviamo coincide con ciò che dichiariamo di volere. Andreina vuole conservare il matrimonio, ma attraverso il segreto modifica le condizioni della fiducia. Andrea vuole conservare il progetto di paternità, ma rischia di non riconoscere l'esperienza della moglie. È possibile che entrambi, cercando di proteggere qualcosa, finiscano per danneggiare la relazione?

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

È una delle contraddizioni che attraversano il romanzo.

Spesso pensiamo di sapere quale sia il bene della nostra relazione. E agiamo per conservarlo.

Ma non sempre ci chiediamo se anche l'altra persona riconosca quel bene come proprio.

Una relazione non è semplicemente la somma di due progetti individuali. È qualcosa che prende forma attraverso ciò che le persone fanno insieme.

Quando questo fare insieme si interrompe, si può continuare a vivere nella stessa casa senza condividere davvero lo stesso progetto.

Sesta parte — Il nuovo, la libertà e la responsabilità

ANTONIO BRUNO — Il romanzo è attraversato da incontri inattesi, attrazioni, segreti, cambiamenti e conseguenze impreviste. Viola e Andrea vivono una passione che sembra restituire loro qualcosa che ritenevano perduto. Alba intravede possibilità di vita differenti. Ma il nuovo non coincide necessariamente con il bene. Come distingue la scoperta di una possibilità dalla sua legittimazione morale?

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

Il fatto che qualcosa ci faccia sentire vivi non significa automaticamente che sia giusto.

Una nuova relazione può rivelarci aspetti di noi che non conoscevamo. Può farci capire quanto fossimo insoddisfatti o quanto avessimo smesso di ascoltarci.

Ma le conseguenze delle nostre azioni esistono anche quando non vogliamo guardarle.

I personaggi cercano spesso una via d'uscita dalla propria condizione. Non tutti, però, si interrogano con la stessa attenzione su quello che le loro scelte produrranno nella vita degli altri.

ANTONIO BRUNO — Vorrei richiamare ancora von Foerster e il suo imperativo etico: agire in modo da aumentare il numero delle possibilità di scelta. È un criterio che trovo particolarmente fecondo. Se una mia azione amplia la mia libertà ma riduce drasticamente quella di un'altra persona, posso davvero considerarla una scelta liberante?

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

Non sempre.

La libertà non coincide con la possibilità di fare qualunque cosa desideriamo.

Richiede anche il riconoscimento dell'esistenza dell'altro.

Nel romanzo ci sono persone che cercano la libertà e altre che tentano di controllarla. Ci sono anche persone che confondono la propria felicità con il diritto di non considerare le conseguenze delle proprie azioni.

La libertà diventa una questione relazionale quando smettiamo di immaginare di essere soli al mondo.

Settima parte — Che cosa accade quando smettiamo di pretendere?

ANTONIO BRUNO — Le rivolgo un'ultima domanda. Immaginiamo che uno dei suoi personaggi, dopo anni trascorsi a chiedere spiegazioni, cercare conferme, interpretare silenzi e attendere cambiamenti, scopra di poter vivere diversamente.

Non perché abbia ottenuto ciò che desiderava.

Non perché l'altro sia finalmente cambiato.

Ma perché si accorge che il proprio benessere non deve necessariamente dipendere dalla risposta dell'altro.

Non si tratta di rassegnazione. E neppure di indifferenza.

È la possibilità di riconoscere ciò che accade, senza aggiungervi continuamente la pretesa che debba accadere qualcos'altro.

Dal punto di vista narrativo, potrebbe essere questa la trasformazione più radicale?

PAOLO GENOVESE — Risposta immaginaria

Potrebbe esserlo.

Siamo abituati a pensare che una storia debba concludersi con un avvenimento decisivo: un incontro, una separazione, una confessione, una riconciliazione.

Ma ci sono trasformazioni che avvengono senza che il mondo esterno cambi in maniera evidente.

Una persona può smettere di aspettare una risposta.

Può riconoscere che un desiderio non è condiviso.

Può continuare a provare affetto senza pretendere che quell'affetto assuma necessariamente la forma che aveva immaginato.

Da fuori potrebbe sembrare che non sia successo nulla.

E invece, per quella persona, è cambiato il mondo.

La riflessione conclusiva di Antonio Bruno

Chiudo idealmente il libro e mi rimane una domanda.

Non chi abbia ragione.

Non chi abbia torto.

Le responsabilità delle azioni, soprattutto quando producono violenza, inganno o sopraffazione, devono naturalmente essere riconosciute. Comprendere come si generi un comportamento non significa giustificarlo.

La domanda che mi rimane è un'altra.

Come facciamo quello che facciamo?

Umberto controlla Alba. Come arriva a considerare il controllo un proprio diritto?

Andreina nasconde ad Andrea una decisione fondamentale. Come arriva a ritenere che il silenzio possa proteggere il matrimonio?

Ralph non riesce a comprendere il mutamento del proprio desiderio. Come vive questa esperienza prima ancora di riuscire a darle un nome?

Viola e Andrea si incontrano in una passione che modifica la percezione delle loro vite. Come trasformano quell'esperienza in una spiegazione di ciò che sono e di ciò che desiderano?

Sono domande epistemologiche, perché riguardano i presupposti delle nostre conoscenze e delle nostre convinzioni.

Sono domande fenomenologiche, perché riguardano il modo in cui viviamo il corpo, il tempo, il desiderio, la paura, la memoria e l'incontro con l'altro.

E sono, inevitabilmente, domande etiche.

Perché ciò che crediamo di sapere contribuisce a determinare ciò che facciamo.

Da lettore, mi accorgo che il romanzo di Genovese permette di osservare una differenza fondamentale: quella tra vivere un'esperienza e pretendere che la nostra spiegazione di quell'esperienza sia l'unica possibile.

Posso provare dolore senza trasformarlo in una colpa dell'altro.

Posso desiderare senza pretendere di essere desiderato.

Posso riconoscere una ferita senza chiedere continuamente a chi me l'ha procurata di guarirla.

Posso amare una persona e riconoscere che quella persona vive un'esperienza differente dalla mia.

Questo non significa che tutte le relazioni debbano essere conservate, né che ogni sofferenza debba essere accettata. Significa riconoscere la differenza tra ciò che posso scegliere e ciò che appartiene alla libertà altrui.

È qui che, nella mia lettura, il titolo assume un significato ulteriore.

Il rumore delle cose nuove non è soltanto quello degli avvenimenti che irrompono nelle nostre vite.

Può essere anche il rumore, quasi impercettibile, di una convinzione che smette di governarci.

Di un'aspettativa che non abbiamo più bisogno di imporre.

Di una spiegazione alla quale rinunciamo perché abbiamo scoperto che non esaurisce la realtà.

E forse la cosa veramente nuova non è ciò che ci accade.

È il modo in cui cominciamo a vivere ciò che ci accade.

Antonio Bruno

Nota metodologica: le interpretazioni epistemologiche e fenomenologiche sono mie proposte critiche. I riferimenti a Maturana, von Foerster e Ricœur sono chiavi di lettura, non influenze filosofiche dichiarate da Paolo Genovese. Le risposte attribuite all'autore sono immaginarie.

 

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