Infanzia e giovinezza di Heinz von Foerster
Conversazione con Heinz von
Foerster
IV. Escursioni biografiche — 1. Infanzia e giovinezza.
Il mondo viennese
Antonio
Bruno: Professor
von Foerster, leggendo il racconto della sua infanzia mi viene spontaneo
partire da una frase di Fichte: «Che filosofia si abbia dipende da che tipo
di uomo si è». Ma nel suo caso verrebbe quasi da aggiungere: che uomo si
diventa dipende anche dal mondo nel quale si è imparato a guardare. Lei nasce a
Vienna nel 1911. Che mondo era il suo?
Heinz von
Foerster: Era un
mondo straordinariamente vivo. La Vienna nella quale nacqui conservava ancora
l'energia culturale della fine dell'Ottocento e dell'inizio del Novecento.
Artisti, architetti, pittori, musicisti, scrittori. Klimt, Schiele. La
creatività non era qualcosa che si andava a cercare in un museo: faceva parte
dell'ambiente.
E anche la
mia famiglia apparteneva a quel mondo. Il mio bisnonno era architetto e aveva
partecipato alla trasformazione urbanistica di Vienna; mio nonno era anch'egli
architetto e aveva costruito numerosi edifici lungo la Ringstraße.
Antonio
Bruno: Mi colpisce
subito una cosa. Noi siamo abituati a raccontare la biografia come una
successione di fatti: nascita, famiglia, studi, professione. Ma nel suo
racconto sembra esserci già qualcosa della sua futura epistemologia. Lei nasce
dentro una rete di relazioni.
Heinz von
Foerster:
Esattamente. Noi tendiamo a pensare che prima ci sia l'individuo e poi
l'ambiente nel quale egli viene collocato. Ma potremmo rovesciare la
prospettiva: l'individuo emerge continuamente nelle relazioni che vive.
Antonio
Bruno: Quindi il
bambino Heinz non è semplicemente dentro Vienna. In qualche modo quella
Vienna partecipa alla costruzione del bambino Heinz.
Heinz von
Foerster: Sì. E il
bambino, naturalmente, costruisce la propria Vienna.
Il padre e il futuro deciso da un altro
Antonio
Bruno: Suo padre,
Emil von Foerster, desiderava diventare architetto.
Heinz von
Foerster: Era un
disegnatore brillante. Possedeva una meravigliosa capacità di rappresentazione
tridimensionale e voleva moltissimo fare l'architetto. Ma mio nonno glielo
impedì.
Antonio
Bruno: Con una
motivazione che oggi appare quasi paradossale.
Heinz von
Foerster: Mio nonno
sosteneva di avere già costruito tutto quello che c'era da costruire
nell'Impero austro-ungarico. Dunque, secondo lui, non restava più nulla da
fare.
Antonio Bruno: E suo padre fu costretto a
diventare ingegnere elettrotecnico.
Heinz von
Foerster:
Sfortunatamente, sì.
Antonio
Bruno: Mi fermerei
qui perché c'è qualcosa di enorme dentro questa piccola storia familiare. Un
padre dice al figlio: il mondo è già stato costruito. Non c'è più niente
da fare.
Heinz von
Foerster: È proprio
così.
Antonio
Bruno: E tutta la
sua futura epistemologia sembra quasi rispondere: no, il mondo non è mai già
fatto. Ogni osservatore partecipa continuamente alla costruzione del mondo
che conosce.
Heinz von
Foerster: Questa è
una lettura che mi piace. Perché il problema nasce quando qualcuno pensa di
poter stabilire quale sia l'unico mondo possibile per un'altra persona.
Antonio
Bruno: Qui sento
una domanda che riguarda anche me: quale mondo faccio emergere quando credo
di sapere ciò che è bene per l'altro?
Heinz von
Foerster: È una
domanda molto importante. Perché nel momento in cui dico: «Io so che cosa devi
diventare», riduco le possibilità dell'altro.
Antonio
Bruno: E forse
credo di assumermi una responsabilità mentre, paradossalmente, gli sto
sottraendo la sua.
Heinz von
Foerster:
Precisamente.
Marie Lang: una bambina davanti a un'ingiustizia
Antonio
Bruno: Dalla parte
materna incontriamo invece una figura formidabile: sua nonna Marie Lang.
Heinz von
Foerster: Fu una
delle prime donne europee impegnate nella lotta per i diritti delle donne.
Fondò anche la rivista Dokumente der Frauen.
Antonio
Bruno: Ma ciò che
mi interessa particolarmente è l'origine di quell'impegno.
Heinz von
Foerster: Risaliva
alla sua infanzia. Quando era ancora una scolara, un giorno la sua insegnante
preferita non venne più a scuola. Nessuno voleva spiegare perché. Gli adulti
davano risposte evasive.
Mia nonna
riuscì infine a parlare con il marito dell'insegnante. Seppe così che la donna
era incinta e che, secondo la legge allora vigente, un'insegnante incinta
doveva lasciare il servizio.
Antonio
Bruno: Perché la
gravidanza diventava qualcosa che i bambini non dovevano vedere.
Heinz von
Foerster:
Esattamente. Si temeva che vedendo il ventre della maestra i bambini potessero
domandare da dove venisse.
Antonio
Bruno: È
straordinario: il problema non era la gravidanza. Era la domanda che la
gravidanza avrebbe potuto generare.
Heinz von
Foerster: Sì.
Antonio
Bruno: E sua
nonna, ancora bambina, decide che quella legge dovrà essere abolita.
Heinz von
Foerster: Lo decise
allora. E molti anni dopo, quando aveva ormai più di sessant'anni, riuscì
effettivamente a vedere abolita quella norma, dopo la Prima guerra mondiale,
durante il governo socialdemocratico austriaco.
Antonio
Bruno: Questa
storia mi impressiona perché contiene un'intera epistemologia dell'azione. Una
bambina vede qualcosa. Si accorge che qualcosa non torna. Fa una domanda. Gli
adulti cercano di chiudere la domanda. Lei invece la conserva per tutta la
vita.
Heinz von
Foerster: Sì. La
domanda può essere molto più persistente della risposta.
Antonio
Bruno: Direi
allora:
Mi accorgo →
domando → scelgo che cosa conservare → agisco.
Heinz von
Foerster: È una
formulazione interessante.
Il bambino sotto il tavolo
Antonio
Bruno: Quando suo
padre viene fatto prigioniero all'inizio della Prima guerra mondiale, lei
trascorre molto tempo nella casa di sua nonna.
Heinz von
Foerster: Sì. Mia
nonna aveva creato una specie di salotto. Una volta alla settimana arrivavano
artisti, cantanti, giornalisti, filosofi provenienti da molti luoghi.
Antonio
Bruno: E lei
dov'era?
Heinz von
Foerster: Sotto il
tavolo.
Antonio
Bruno: Questa è
forse l'immagine che preferisco di tutto il racconto.
Heinz von
Foerster: Avevo lì
sotto un piccolo spazio con i miei giocattoli. Gli adulti, sopra di me,
discutevano, litigavano, ridevano.
Antonio
Bruno: Il futuro
teorico dell'osservatore era letteralmente nascosto sotto il tavolo a osservare
gli osservatori.
Heinz von
Foerster: [ride] Si
potrebbe raccontarla così.
Antonio
Bruno: E nessuno
probabilmente pensava che lei stesse imparando.
Heinz von
Foerster:
Probabilmente no.
Antonio
Bruno: Questo
modifica anche il concetto di educazione. L'educazione non coincide con ciò che
intendiamo insegnare. Il bambino costruisce il proprio apprendimento anche
ascoltando ciò che gli adulti credono non lo riguardi.
Heinz von
Foerster: Certamente.
Antonio
Bruno: Mi viene
allora una domanda scomoda: che cosa insegniamo agli altri mentre crediamo
di non stare insegnando nulla?
Heinz von
Foerster: Moltissimo.
Un libro di cucina che contiene un mondo
Antonio
Bruno: E persino
il libro di cucina di sua nonna diventa qualcosa di più di un ricettario.
Heinz von
Foerster: Durante
quelle riunioni si parlava di politica, cultura, società. Ma inevitabilmente
qualcuno commentava anche le piccole cose deliziose che mia nonna serviva. Così
cominciavano gli scambi di ricette.
Lei annotava
tutto metodicamente su piccoli fogli: la ricetta, chi l'aveva suggerita, in
quale occasione, in quale giorno.
Più tardi
ordinò quei fogli e ne fece un libro.
Antonio
Bruno: Quasi un
archivio delle relazioni.
Heinz von
Foerster: Esattamente.
C'erano donne del mercato e personaggi celebri. Per esempio Eleonora Duse diede
a mia nonna una ricetta per il risotto in cambio di quella dei Salzburger
Nockerln.
Antonio
Bruno: Ecco
un'altra cosa che mi affascina: una ricetta apparentemente descrive come
preparare un piatto. Ma sua nonna annotava anche chi, quando, in
quale circostanza.
La
conoscenza non viene separata dalla relazione nella quale nasce.
Heinz von
Foerster: Potremmo
dirlo così.
Sotto il pianoforte
Antonio
Bruno: Poi c'è sua
madre, Lilith.
Heinz von
Foerster: Anche lei
disegnava e dipingeva. Aveva frequentato una scuola d'arte viennese insieme a
Oskar Kokoschka. Anche la nostra casa era molto aperta.
Antonio
Bruno: E lei
cambia nascondiglio.
Heinz von
Foerster: [sorride]
Sì. Dal tavolo di mia nonna passai sotto il pianoforte di mia madre, un enorme
Blüthner. Da lì ascoltavo gli adulti.
Antonio
Bruno: È quasi una
scena simbolica: prima sotto il tavolo delle conversazioni, poi sotto il
pianoforte della musica.
Parola e
suono.
Heinz von
Foerster: Può darsi.
Antonio
Bruno: E sua madre
era anche appassionata di montagna.
Heinz von
Foerster: Moltissimo.
Passava spesso l'estate sulle Dolomiti. A dodici o tredici anni cominciai
anch'io a fare le mie prime escursioni.
Antonio
Bruno: E
contemporaneamente arriva il jazz.
Heinz von
Foerster: Con due
amici avevo formato una piccola jazz band. Suonavo il sassofono. Talvolta
continuavamo fino alle sei del mattino. Poi correvo a casa, facevo una doccia
completamente fredda e alle otto ero a scuola, cercando almeno di sembrare
sveglio.
Antonio
Bruno: Quindi
prima di diventare scienziato lei era già immerso nella musica.
Heinz von
Foerster: Certamente.
Antonio
Bruno: E anche qui
mi viene da pensare che improvvisare jazz significhi fare una cosa molto
particolare: ascoltare gli altri mentre si produce qualcosa che prima non
esisteva.
Heinz von
Foerster: Questa è
una buona descrizione dell'improvvisazione.
Antonio
Bruno: E potrebbe
essere anche una buona descrizione della conversazione.
Heinz von
Foerster:
Assolutamente.
«Sono cresciuto in un
matriarcato»
Antonio
Bruno: Lei ha
scritto di essere cresciuto, in qualche modo, in un matriarcato.
Heinz von
Foerster: Sì. Nei
primi anni della mia vita fui circondato soprattutto da donne.
C'era anche
mia zia Grethe Wiesenthal, una famosa danzatrice. Era sposata con mio zio Erwin
Lang, pittore e grafico, che disegnava anche i suoi costumi.
Quando mio
padre e mio zio furono fatti prigionieri durante la Prima guerra mondiale, mia
madre cominciò a lavorare per Grethe Wiesenthal come una sorta di costumista.
Non
esistevano babysitter, così tra i quattro e i sei anni venivo portato
continuamente a teatro.
Antonio
Bruno: E che cosa
vedeva quel bambino?
Heinz von
Foerster: Sedevo nei
camerini di quelle bellissime donne. Le vedevo prepararsi, poi le osservavo
danzare sul palcoscenico e infine le rivedevo tornare nei camerini.
Assistevo
continuamente alla loro trasformazione, quasi alla rinascita della loro
bellezza attraverso la danza.
Per me era
meraviglioso. Fiabesco.
Adoravo
quelle donne. E loro coccolavano quel bambino che girava nei camerini.
Antonio Bruno: «Qui ritrovo Maturana»
Antonio
Bruno: Professore,
arrivato a questo punto io sento molto vicino Humberto Maturana.
Perché lei
non mi sta raccontando semplicemente che cosa le è accaduto. Mi sta
mostrando il modo in cui un bambino è emerso dentro una storia di relazioni.
La nonna che
combatte un'ingiustizia.
Gli artisti che discutono sopra il tavolo.
La madre che dipinge e scala montagne.
Il pianoforte.
Il sassofono.
Le donne del teatro.
I camerini.
La trasformazione dei corpi nella danza.
La guerra che porta via gli uomini.
E allora
vorrei chiederle non: «Che cosa le ha causato tutto questo?», ma una
domanda diversa:
Che cosa ha
conservato di tutto questo?
Heinz von
Foerster: Ah! Questa
è una domanda molto diversa.
Antonio
Bruno: Sì. Perché
se cerco una causa costruisco una catena lineare. Se cerco ciò che viene
conservato, guardo invece alla storia di un sistema vivente.
Heinz von
Foerster: Direi che
ho conservato soprattutto la curiosità. E forse la sensazione che il mondo non
sia mai definitivamente concluso.
La responsabilità
dell'osservatore
Antonio
Bruno: Allora
provo a mettere insieme i pezzi.
Suo nonno
dice a suo padre:
«Non c'è più
nulla da costruire.»
Sua nonna,
ancora bambina, vede una legge ingiusta e pensa:
«Questa cosa
deve cambiare.»
Lei ascolta
gli adulti da sotto un tavolo e scopre che sullo stesso argomento possono
esistere conversazioni differenti.
Poi ascolta
da sotto un pianoforte.
Poi suona
jazz.
Poi osserva
le danzatrici trasformarsi.
Non potrebbe
esserci, nascosta qui dentro, la radice biografica di una delle sue idee più
celebri?
Heinz von
Foerster: Quale?
Antonio
Bruno: Quella che
lei chiamerà:
«L'imperativo
estetico: se vuoi vedere, impara ad agire.»
E
soprattutto:
«L'imperativo
etico: agisci sempre in modo da aumentare il numero delle possibilità.»
Perché suo
nonno aveva diminuito le possibilità di suo padre: non farai l'architetto.
Sua nonna
invece aveva aumentato le possibilità di donne che non avrebbe mai conosciuto: una
donna incinta potrà continuare a insegnare.
Heinz von
Foerster: È un
collegamento molto bello.
Antonio
Bruno: E allora
l'etica non è più semplicemente distinguere il bene dal male dall'esterno.
Diventa una
domanda che rivolgo alle conseguenze delle mie azioni:
Quello che
sto facendo aumenta o diminuisce le possibilità dell'altro?
Heinz von
Foerster: Sì. Perché
quando qualcuno mi chiede: «Come devo comportarmi?», se io gli consegno una
regola assoluta gli sottraggo una parte della sua responsabilità.
Antonio Bruno: «E allora
arrivo a me»
Antonio
Bruno: Ed è qui
che la conversazione smette di essere soltanto sulla sua biografia.
Perché
mentre la ascolto mi accorgo che sto osservando me stesso che ascolta.
Heinz von Foerster: Benvenuto nella cibernetica di
secondo ordine.
Antonio
Bruno: [sorride] E
allora provo.
Mi accorgo.
Che cosa
percepisco?
Che cosa sto
facendo?
Quale
passato sto ricostruendo?
Quale futuro
sto anticipando?
Che cosa
scelgo?
E
soprattutto:
che cosa sto
cercando di conservare?
Heinz von
Foerster: Adesso la
domanda diventa interessante.
Antonio
Bruno: Perché
posso raccontarmi per ore perché sono diventato quello che sono. Posso
ricostruire genitori, scuola, lavoro, incontri, successi, errori.
Ma forse c'è
una domanda ancora più radicale:
come faccio
oggi quello che faccio?
Heinz von
Foerster:
Esattamente.
Antonio
Bruno: E se ciò
che faccio produce il mondo nel quale poi vivo, allora non posso più
considerarmi soltanto spettatore di ciò che mi accade.
Heinz von
Foerster: No. Sei
dentro ciò che osservi.
Il bambino sotto il tavolo siamo ancora noi
Antonio
Bruno: Adesso vedo
diversamente quel bambino sotto il tavolo.
All'inizio
pensavo fosse soltanto una bella immagine autobiografica: Heinz piccolo che
gioca mentre filosofi, artisti e giornalisti parlano sopra la sua testa.
Adesso mi
sembra quasi la metafora della conoscenza.
Noi crediamo
di guardare il mondo da sotto il tavolo.
Pensiamo che
il mondo sia lì sopra, già fatto, e che il nostro compito sia semplicemente
ascoltarlo bene.
Poi
scopriamo qualcosa di inquietante e liberatorio:
anche noi
siamo parte di quella conversazione.
Heinz von
Foerster: Sì.
Antonio
Bruno: E quando
usciamo da sotto il tavolo non scopriamo finalmente il mondo com'è.
Scopriamo la
nostra responsabilità nel mondo che facciamo emergere.
Heinz von
Foerster: Questa è precisamente
la svolta.
Antonio
Bruno: Allora
posso concludere con una domanda invece che con una risposta.
Heinz von
Foerster: Sarebbe
appropriato.
Antonio
Bruno: Stamattina,
dopo aver letto la storia della sua Vienna, di Marie Lang, di Lilith, del
sassofono, delle montagne e delle danzatrici, la domanda che mi rimane non è:
«Da dove
vengo?»
È:
«Di tutto
ciò da cui vengo, che cosa scelgo di conservare nel modo in cui vivo oggi?»
E subito
dopo ne arriva un'altra:
«Il modo in
cui lo sto conservando aumenta o diminuisce le possibilità mie e delle persone
con cui vivo?»
Heinz von
Foerster: Se una
conversazione termina con una domanda che prima non c'era, allora forse è stata
una buona conversazione.
Antonio
Bruno: Oppure non
è terminata.
Heinz von
Foerster: Ancora
meglio.

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