Oggi ascolto Gianluca De Rubertis & Violante Placido – “Vita a dirotto”

 


Oggi ascolto Gianluca De Rubertis & Violante Placido – “Vita a dirotto”

C’è un momento, ascoltando “Vita a dirotto” di Gianluca De Rubertis e Violante Placido, in cui mi viene un sospetto.

Mi sembra che Gianluca De Rubertis abbia studiato Heinz von Foerster. Proprio lui, il fisico e filosofo della cibernetica di secondo ordine, quello che ci ha insegnato una cosa apparentemente semplice e invece vertiginosa: quando osserviamo qualcosa, nell’osservazione ci siamo anche noi.

Non esiste soltanto ciò che vediamo. Esiste anche chi lo sta vedendo.

E allora sento cantare «vedermi poi baciarti» e penso: eccoci.

L’osservatore è entrato nella canzone.

Solo che qui vorrei fare una piccola obiezione a De Rubertis. Una di quelle obiezioni che si fanno a qualcuno proprio perché la sua canzone ci ha costretto a pensare.

Non c’è bisogno di uscire dalla vita per osservarsi mentre la si vive.

Si può farlo adesso.

Io lo faccio.

Mi osservo mentre faccio qualcosa. Poi osservo me stesso che osserva quello che sto facendo. E intanto continuo a farlo.

Non scompaio dall’esperienza.

Sono lì.

E allora direi a Gianluca, con molta semplicità: puoi farlo anche tu. E può farlo tranquillamente anche Violante Placido.

Perché forse il punto non è vedersi vivere al posto di vivere. Il punto è accorgersi di vivere mentre si vive.

È una differenza enorme.

Ed è qui che questa canzone, pubblicata il 2 ottobre 2026, diventa per me qualcosa di più di una bella canzone d’autore. Diventa quasi un piccolo esperimento epistemologico sull’amore.

De Rubertis e Placido l’hanno definita una specie di “cortometraggio formato canzone”. E l’immagine funziona. Ci sono due persone, due corpi, due voci. Ci sono il respiro, il petto, una mano da stringere, una vela, il vento, le scale, il buio.

Ma soprattutto c’è qualcuno che ama e contemporaneamente si accorge di amare.

Ed ecco l’altra cosa che mi piace moltissimo.

La lentezza.

Quel loro “fallo piano”.

Piano.

Non per avere meno vita, ma forse per averne di più.

Perché abbiamo trasformato persino l’amore in qualcosa da consumare velocemente. Ci baciamo pensando a quello che accadrà dopo. Abbracciamo qualcuno mentre una parte di noi è altrove. Facciamo l’amore e qualche volta siamo intenti a fare tutto meno che vivere quell’amore con lei, con lui, adesso.

Invece questa canzone dice: piano.

Come se chiedesse di rimanere.

Di sentire una mano mentre stringe la nostra mano.

Di accorgersi del respiro.

Di sentire una bocca mentre si avvicina.

Di gustare sino in fondo l’amore mentre l’amore accade.

Perché io e lei non possiamo ridurre tutto a un io che prova piacere.

Se lo facciamo, perdiamo proprio la cosa più interessante.

La relazione.

Io non sono io da una parte e tu non sei tu dall’altra. Quando entriamo davvero in relazione emerge qualcosa che prima non c’era: un mondo costruito insieme.

È questo, forse, che trasforma.

E qui da von Foerster arriverei persino a Humberto Maturana: ciò che conta non è soltanto quello che accade dentro di me o dentro di te, ma quello che facciamo emergere nel nostro stare insieme.

Forse è proprio quella la “galassia” che sentono nel petto De Rubertis e Violante Placido.

Una galassia non appartiene completamente all’uno né all’altra.

Accade tra loro.

Anche musicalmente il brano mi dà questa sensazione. La musica mi accarezza con una dolcezza un po’ ruvida. Non è completamente lenta. Non vuole addormentarsi nella contemplazione. Conserva un movimento, quasi una piccola danza.

E mi piace pensare che sia necessario.

Perché una relazione non è immobilità.

È coordinazione.

Uno si avvicina e l’altro risponde. Una mano cerca l’altra. I corpi modificano continuamente le loro distanze. Le bocche si sfiorano piano piano.

Persino le due voci fanno questo.

Gianluca De Rubertis non canta semplicemente accanto a Violante Placido. Le due voci si cercano, si alternano, si sovrappongono. La presenza dell’uno modifica il significato della presenza dell’altra.

E viceversa.

La produzione e l’arrangiamento di De Rubertis con Matilde Davoli accompagnano questa atmosfera senza soffocarla. Davoli, anche alle chitarre e al missaggio, costruisce uno spazio sonoro elegante, mentre la batteria di Simone Prudenzano conserva quel movimento che impedisce alla canzone di diventare soltanto contemplazione.

È pop d’autore, certo. C’è qualcosa della chanson, qualcosa dell’indie italiano più raffinato. Ma le definizioni, alla fine, interessano relativamente.

A me interessa quello che succede mentre ascolto.

E mentre ascolto succede che penso al tempo.

Noi diciamo continuamente che il tempo passa.

Forse qualche volta dovremmo smettere di inseguirlo.

Perché mentre la vita va a dirotto, come dice la canzone, esiste un luogo stranissimo nel quale possiamo incontrarla.

È sempre lo stesso.

Adesso.

Non domani.

Non quando avremo capito tutto.

Non quando saremo finalmente capaci di amare nel modo giusto.

Adesso.

E allora quel “fallo piano” smette quasi di essere un invito rivolto soltanto agli amanti.

Diventa un modo di stare al mondo.

Fallo piano.

Guarda.

Sentilo.

Accorgiti.

Osservati mentre vivi, senza smettere di vivere per osservarti.

E se una mano arriva vicino alla tua, stringila.

Perché magari la vita continuerà ad andare a dirotto, il vento continuerà a soffiare nella vela e noi continueremo a non sapere esattamente dove stiamo andando.

Ma per qualche istante sapremo almeno dove siamo.

Qui.

In relazione.

Adesso.

E per oggi è tutto.

 

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