Io sono così. E oggi mi piaccio anche per questo.
Io sono così. E oggi mi piaccio
anche per questo.
di Antonio
Bruno
Ho letto una
frase di Charles Bukowski che mi ha fatto fermare: «Ti lasci toccare solo da
chi ha l'anima in fiamme più della tua».
Mi sono
riconosciuto.
Io sono
proprio così. Quando incontro una persona che mi interessa, non riesco a
fermarmi alla superficie. Voglio sapere che cosa pensa, che cosa prova, che
cosa la fa ridere, che cosa la preoccupa. Mi piace ascoltarla mentre racconta
qualcosa che per lei è importante. Mi accorgo perfino di come cambia la sua
voce quando parla di ciò che ama.
E quando
sento che anche lei è curiosa di conoscermi, che mi ascolta con lo stesso
interesse, che ha piacere di cercarmi, allora succede qualcosa dentro di me.
Mi lascio
toccare.
Non parlo
soltanto di amore. Mi succede con la musica, con le amicizie, con le persone
che incontro durante una conversazione. Mi succede quando qualcuno parla con
passione del proprio lavoro, quando un insegnante riesce a farmi sentire ciò
che sta spiegando, quando un cantante non si limita a eseguire una canzone ma
ci mette dentro la propria vita.
In quei
momenti mi entusiasmo. Faccio domande, voglio capire, mi viene voglia di
partecipare. A volte torno a casa e continuo a pensarci. Riprendo un libro,
ascolto nuovamente una canzone, cerco di comprendere che cosa mi abbia
emozionato tanto.
È così che
vivo.
Anche nei
rapporti affettivi sono fatto in questo modo. Non mi basta sapere che una
persona mi vuole bene. Il bene è prezioso, naturalmente. Ma io desidero anche
sentire il piacere che quella persona prova nello stare con me.
Mi piace
essere cercato senza averlo chiesto.
Mi piace
quando qualcuno mi telefona soltanto perché ha voglia di sentire la mia voce.
Quando mi racconta una cosa successa durante la giornata e io capisco che ha
pensato proprio a me mentre accadeva. Quando mi guarda e sorride. Quando una
carezza nasce spontaneamente, senza che io debba avvicinarmi per primo.
Sono cose
piccole, apparentemente. Per me sono enormi.
Perché io,
quando desidero stare con qualcuno, lo faccio capire. Mi viene naturale. Cerco
la sua presenza, mi interessa sapere come sta, mi piace condividere quello che
mi succede. Se ascolto una bella canzone penso che sarebbe bello fargliela
ascoltare. Se leggo una pagina che mi emoziona vorrei parlarne. Se vedo
qualcosa di divertente mi viene voglia di riderne insieme.
Per anni ho
pensato che fosse naturale aspettarmi altrettanto.
Poi ho
capito che non tutti viviamo le relazioni nello stesso modo. E soprattutto ho
capito che non posso chiedere a un'altra persona di provare ciò che provo io.
Questa
consapevolezza non è arrivata senza dolore.
Ci sono
stati momenti in cui ho cercato di spiegare quello che desideravo. Ho cercato
le parole giuste, ho provato a farmi comprendere. A volte ho pensato che,
spiegandomi meglio, qualcosa sarebbe cambiato.
Ma il
desiderio non nasce da una spiegazione.
E nemmeno da
una richiesta.
Oggi questa
cosa mi è molto chiara. Se una persona non sente il piacere di avvicinarsi a
me, non voglio convincerla. Non voglio che mi abbracci perché sa che mi farebbe
piacere. Non voglio che mi cerchi perché ha capito che soffro quando non lo fa.
Vorrei che
mi cercasse perché ne ha voglia.
La
differenza è tutta qui.
E non
significa che io sia diventato freddo o distante. Anzi, continuo a emozionarmi
facilmente. Mi basta una bella voce, una conversazione inattesa, una persona
che racconta con entusiasmo ciò che sta facendo.
Qualche
volta mi commuovo persino mentre canto.
Mi capita di
sentire una frase di una canzone e di riconoscervi qualcosa della mia vita.
Allora quella frase cambia significato. Non sto più soltanto cantando le parole
scritte da qualcun altro. Sto raccontando qualcosa che conosco, che ho vissuto,
che sento ancora.
È una
sensazione bellissima.
Ecco perché
la frase di Bukowski mi riguarda tanto.
Io ho
bisogno di incontrare persone vive, appassionate, capaci di emozionarsi. Non
necessariamente persone esuberanti. A volte basta qualcuno che parla piano, ma
che mentre racconta lascia intravedere quanto sia importante per lui ciò che
sta dicendo.
E non
pretendo neppure che la sua anima sia davvero più in fiamme della mia.
Mi basta che
abbia un fuoco proprio.
Che non
debba essere io ad accenderlo ogni volta.
A
sessantanove anni mi accorgo che sto imparando a vivere questa mia
caratteristica con maggiore serenità. Non voglio cambiarla. Non voglio
diventare meno sensibile per evitare qualche delusione. E non voglio neppure
continuare a misurare l'affetto degli altri sulla quantità di attenzione che mi
dedicano.
Ognuno ha il
proprio modo di vivere.
Io ho il
mio.
La mattina
mi sveglio, leggo, ascolto musica, studio una canzone, prendo la chitarra.
Incontro persone, partecipo a una lezione, scrivo qualcosa che mi è venuto in
mente. Ci sono giornate in cui torno a casa felice per una conversazione durata
pochi minuti.
Non mi serve
molto per provare piacere.
Mi serve
sentire che quello che sto vivendo mi appartiene.
E se
qualcuno desidera condividere con me una parte di questa vita, ne sono felice.
Se non lo desidera, posso provare dispiacere, certo. Ma non voglio più
trasformare quel dispiacere nel tentativo di ottenere qualcosa.
Mi piace
essere come sono.
Mi piace la
facilità con cui mi entusiasmo. Mi piace avere ancora voglia di conoscere
persone, di cantare davanti a un pubblico, di leggere libri che mi costringono
a rivedere ciò che pensavo di sapere.
Mi piace
anche il fatto che, nonostante tutto quello che ho vissuto, una persona possa
ancora emozionarmi con uno sguardo.
E
soprattutto mi piace questa libertà che sto scoprendo: posso desiderare
intensamente un incontro senza pretendere che avvenga.
Non ho
bisogno di spegnere il mio desiderio. Mi basta riconoscerlo, sentirlo e
lasciare all'altro la libertà di provare, oppure no, qualcosa di simile.
Io sono
così.
Quando
incontro qualcuno che arde di vita, mi avvicino volentieri.
E quando
anche lui si avvicina a me, senza che nessuno dei due debba chiedere o
convincere, provo uno dei piaceri più belli che conosco.
Il piacere
di essere insieme perché entrambi lo desideriamo.
Non perché
abbiamo bisogno l'uno dell'altro. Ma perché ci piace.
Ecco, questo
modo di vivere mi piace davvero.

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