Errore, menzogna o carriera? Quando il voto serve al progetto e quando il progetto serve a chi è stato votato


 

Errore, menzogna o carriera? Quando il voto serve al progetto e quando il progetto serve a chi è stato votato

 

·  L'errore: Non è intenzionale. Chi commette un errore è in buona fede perché, nel momento in cui vive e descrive la propria esperienza, è convinto che sia vera. L'errore viene riconosciuto solo a posteriori ("ho sbagliato"), e per questo chiede all'altro un atto di fiducia e il riconoscimento della propria onestà.

·  La menzogna: È un atto intrinsecamente in mala fede. Chi mente sa di mentire; è pienamente cosciente di una realtà o di una verità che decide deliberatamente di occultare o distorcere per ingannare l'altro.

Chi chiede di essere votato per diventare il prescelto per la responsabilità e gestione dei Comuni, delle Provincie, delle Regioni e dello Stato responsabilità che ottiene ma che risulta più utile a percorsi personali che a un progetto per il comune, provincia, regione o paese italia ha commesso un errore ho è un truffatore?

Se manteniamo rigorosamente la distinzione epistemologica tra errore e menzogna, non possiamo concludere automaticamente che un amministratore che utilizza il mandato soprattutto per costruire una carriera personale sia un «truffatore». Dobbiamo introdurre almeno una terza categoria: la trasformazione delle intenzioni e delle priorità nel corso del tempo.

Il punto decisivo è: che cosa sapeva e che cosa intendeva la persona nel momento in cui chiedeva il voto?

Possiamo distinguere quattro configurazioni.

  1. Errore o fallimento politico. Il candidato, quando chiede il voto, crede realmente nel progetto che propone. Una volta eletto, il progetto fallisce, oppure egli scopre di non avere capacità, condizioni o consenso sufficienti per realizzarlo. A posteriori possiamo dire che ha sbagliato, anche gravemente, ma non che abbia mentito.
  2. Trasformazione durante il mandato. Il candidato inizialmente crede nel progetto collettivo, ma successivamente emergono opportunità di carriera, appartenenze, nuove ambizioni o interessi personali che diventano prevalenti. Qui non abbiamo necessariamente né l'errore originario né la menzogna originaria: è cambiata nel tempo la configurazione delle sue preferenze. Politicamente può essere giudicato per avere abbandonato o subordinato il progetto, ma non possiamo retrodatare automaticamente al momento delle elezioni l'intenzione che osserviamo successivamente.
  3. Menzogna politica. Il candidato, già quando chiede il voto, sa che ciò che promette o rappresenta agli elettori non corrisponde alle sue effettive intenzioni e utilizza consapevolmente quella rappresentazione per ottenere consenso. Secondo la distinzione proposta, siamo nella mala fede: non errore, ma inganno deliberato.
  4. Truffa in senso giuridico. È un'altra questione ancora. «Truffatore» non è semplicemente sinonimo di politico che mente. In diritto penale occorrono gli specifici elementi della fattispecie prevista dall'art. 640 c.p., tra cui artifici o raggiri, induzione in errore, profitto ingiusto e danno altrui. Una promessa elettorale disattesa o una carriera politica perseguita durante il mandato non bastano da sole a fare una truffa.

Questa distinzione diventa particolarmente importante applicandola ai comunicati di San Cesario che abbiamo appena analizzato.

Quando qualcuno scrive «carrierista», «smisurata ambizione personale», «coltivare l'orto domestico» o sostiene che qualcuno utilizzi l'amministrazione per preparare la propria carriera, sta attribuendo all'altro un'intenzione. Può anche avere ragione, ma deve dimostrarlo: il comportamento successivo non ci consente, da solo, di conoscere retrospettivamente lo stato intenzionale esistente quando quella persona chiese il voto.

Ed è qui che Maturana diventa particolarmente utile.

L'errore si distingue dopo; la menzogna richiede conoscenza dell'inganno

Supponiamo che nel 2022 una persona dica sinceramente:

«Voglio partecipare a questa lista civica perché credo che persone provenienti da esperienze politiche differenti possano amministrare insieme San Cesario».

Nel 2026 quella stessa persona potrebbe perseguire una candidatura regionale, nazionale o un diverso percorso politico.

Dal secondo fatto non consegue logicamente:

«Quindi nel 2022 mentiva».

Potrebbe essere così. Ma potrebbe anche essere accaduto qualcosa durante quei quattro anni.

Per sostenere la menzogna originaria dovremmo avere evidenze che consentano di affermare:

nel 2022 sapeva già che il progetto dichiarato non corrispondeva al progetto che realmente intendeva perseguire.

Altrimenti stiamo facendo esattamente ciò che abbiamo individuato nell'analisi epistemologica dei comunicati: trasformiamo la nostra spiegazione del comportamento dell'altro nella conoscenza della sua intenzione.

C'è però una responsabilità politica che rimane

E questo è importante: evitare l'attribuzione epistemologicamente infondata della menzogna non significa assolvere politicamente nessuno.

Un amministratore può essere stato perfettamente sincero al momento dell'elezione e, quattro anni dopo, avere subordinato l'interesse amministrativo alla propria carriera.

In quel caso l'elettore può legittimamente dire:

«Non ti accuso di avermi ingannato quando ti ho votato, perché non posso sapere quale fosse allora la tua intenzione. Posso però osservare ciò che fai oggi e giudicare che il progetto per il quale ti avevo affidato il mandato non è più ciò che stai conservando nelle tue azioni.»

Questa, secondo me, è una formulazione epistemologicamente molto più potente dell'insulto «truffatore».

Perché non pretende di entrare nella testa dell'altro. Rimane sui comportamenti osservabili e sulla responsabilità politica.

E permette una domanda ancora più precisa:

Che cosa sta conservando oggi questa persona attraverso le proprie azioni: il progetto per il quale ha chiesto il voto oppure il proprio percorso politico personale?

Possiamo osservare e documentare le azioni necessarie per rispondere a questa domanda. Solo con prove ulteriori possiamo compiere il passo successivo e affermare che fin dall'inizio sapeva di chiedere il voto per una cosa mentre intendeva farne un'altra.

In sintesi: fallire ciò che si era sinceramente promesso è errore; cambiare priorità è trasformazione; promettere sapendo già di voler fare altro è menzogna; "truffa" è invece una qualificazione giuridica che richiede elementi ulteriori e specifici. Questa distinzione consente di essere severissimi nel giudizio politico senza affermare di sapere ciò che non possiamo ancora sapere.

 

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