Perché è stato opportuno andare a scuola di canto

 


Perché è stato opportuno andare a scuola di canto

A un certo punto della mia vita sono andato a scuola di canto.

Avevo già attraversato quasi tutto quello che normalmente dovrebbe venire prima: il lavoro, la famiglia, le responsabilità, gli incarichi, gli studi universitari ripresi da adulto, le soddisfazioni e le delusioni. Non avevo bisogno di costruirmi una professione. E certamente non pensavo di diventare cantante.

Eppure sono andato a scuola di canto.

Oggi penso che sia stata una delle cose più opportune che potessi fare.

Non perché abbia scoperto di possedere una bella voce. Non perché qualcuno mi abbia detto che ero talentuoso. Non per il saggio finale e neppure per gli applausi.

È stato opportuno perché, per una volta, ho studiato qualcosa che non doveva necessariamente servirmi.

Per gran parte della vita avevo conosciuto un'altra forma dell'imparare. Si studia per superare un esame. Si lavora per raggiungere un risultato. Ci si prepara per essere all'altezza di una responsabilità.

Con il canto era diverso.

Nel 2024 entrai all'Accademia Art of Singing e cominciai a studiare con Roberta Devita. Poi, dal febbraio 2026, continuai con Michele Cortese.

Il 13 maggio 2025 arrivò anche una valutazione che mi fece piacere: «talentuoso».

Naturalmente mi piacque.

Ma oggi capisco che non era quella la cosa importante.

La cosa importante era che io fossi lì.

A cantare.

A respirare.

Ad ascoltare la mia voce.

A scoprire che persino qualcosa che avevo sempre considerato naturale — aprire la bocca e cantare — era il risultato di una quantità straordinaria di fenomeni che accadevano insieme.

La voce è uno strumento particolare perché non puoi lasciarlo a casa. Non lo metti nella custodia come una chitarra. È con te. È respiro, muscoli, corde vocali, risonanze, postura, ascolto. Ed è anche emozione, memoria, paura, piacere.

Studiando canto cominci a incontrare tutto questo.

La vocologia artistica lo dice con chiarezza: educare la voce significa occuparsi della sua formazione, della sua fisiologia, della sua cura e delle differenti possibilità attraverso le quali può diventare espressione artistica.

Ma c'è una parola che ritorna continuamente e che oggi mi interessa più di tutte:

consapevolezza.

È curioso, perché soltanto dopo avrei dato tanta importanza a un'espressione ancora più semplice:

mi accorgo.

A scuola di canto, senza chiamarlo necessariamente così, avevo già cominciato a esercitarmi nell'accorgermi.

Mi accorgo del respiro.

Mi accorgo della tensione.

Mi accorgo che sto spingendo.

Mi accorgo che quella nota arriva.

Mi accorgo che non arriva.

Mi accorgo del suono che esce da me.

E non devo necessariamente trasformare ogni accorgermi in un giudizio.

Questo, forse, è stato uno degli insegnamenti più importanti.

Perché per una vita una cosa che non riusciva poteva diventare immediatamente un problema da risolvere. Nel canto, invece, scopri che prima di correggere devi ascoltare.

E che ascoltare non significa ancora giudicare.

A giugno 2025 arrivò il saggio.

Salii sul palco e cantai.

Anche quello era un risultato, certamente. Ma oggi non mi interessa stabilire se cantai benissimo, bene o meno bene. Mi interessa un'altra cosa: io ero lì.

A quasi settant'anni avevo portato il mio corpo, la mia voce, la mia emozione davanti ad altre persone e avevo cantato.

Non dovevo vincere niente.

Non dovevo essere promosso.

Non dovevo dimostrare che la scelta di andare a scuola fosse stata giusta.

Cantavo.

Ed è sufficiente.

Poi è accaduta una cosa apparentemente contraddittoria.

Nell'agosto del 2026 ho deciso di interrompere le lezioni.

Ed è proprio qui che, secondo me, questa storia diventa interessante.

Perché siamo stati educati a pensare che, quando una cosa ci fa bene, dobbiamo continuarla. E se smettiamo, allora forse abbiamo fallito, ci siamo stancati, non abbiamo avuto abbastanza costanza.

Ma non è necessariamente così.

Ci sono esperienze che devono durare tutta la vita e altre che fanno quello che dovevano fare e poi possono finire.

Andare a scuola di canto era stato opportuno.

Smettere di andarci poteva esserlo altrettanto.

Non c'era niente da rinnegare.

Quello che avevo vissuto rimaneva vissuto.

La tecnica stessa, del resto, non dovrebbe servire a imprigionare il cantante dentro una maniera corretta di cantare. Nel materiale sulla vocologia artistica viene sostenuto quasi il contrario: maggiore è la consapevolezza delle possibilità meccaniche, timbriche e dinamiche, maggiore diventa la libertà del performer, perché si amplia la sua «tavolozza» espressiva.

La tecnica, insomma, non dovrebbe togliere libertà.

Dovrebbe restituirla.

E alla fine della presentazione del volume viene affrontata proprio una vecchia obiezione: la tecnica farà perdere naturalezza?

La risposta è netta. No. La tecnica viene descritta come uno strumento che permette di interpretare e di esprimersi meglio, utilizzando più pienamente le proprie possibilità.

Questa idea mi piace anche applicata alla vita.

Imparare qualcosa non significa essere obbligati a continuare a farla.

Significa avere una possibilità in più.

Io quella possibilità adesso ce l'ho.

Ho frequentato una scuola di canto. Ho avuto insegnanti. Ho fatto esercizi. Ho imparato ad ascoltare diversamente una voce, compresa la mia. Ho preparato delle canzoni. Sono salito su un palco.

Poi ho scelto di non continuare.

E il fatto che abbia smesso non cancella nemmeno un minuto di quello che è accaduto.

Anzi.

Forse mi permette di guardarlo senza dovergli costruire un futuro.

C'è poi un'affermazione, nel materiale che ho letto, che mi sembra particolarmente vicina a ciò che ho vissuto. Parlando del canto non teatrale, viene detto che l'interprete non è chiamato a diventare un personaggio: è chiamato a essere «il più se stesso possibile».

Ecco.

Forse sono andato a scuola di canto anche per questo, pur non sapendolo.

Non per diventare cantante.

Per essere, mentre cantavo, un po' più me stesso.

Oggi non ho bisogno neppure di trasformare questa frase in una spiegazione definitiva. Posso semplicemente constatare ciò che è accaduto.

Sono andato a scuola di canto.

Mi è piaciuto.

Ho imparato.

Ho cantato davanti agli altri.

Poi non ho più desiderato continuare nello stesso modo.

Me ne sono accorto.

E ho smesso.

Questo non rende sbagliata la decisione precedente. Al contrario, mi fa vedere qualcosa che per molti anni mi sarebbe risultato più difficile accettare: una scelta non deve durare per sempre per essere stata una buona scelta.

Ci sono esperienze alle quali chiediamo troppo quando pretendiamo che diventino permanenti.

Un viaggio non è inutile perché siamo tornati a casa.

Una canzone non è fallita perché è finita.

E una scuola di canto non è stata inutile perché un giorno abbiamo deciso di non andarci più.

Rimane quello che ha fatto accadere mentre c'eravamo.

Nel mio caso rimane soprattutto una scoperta molto semplice.

La voce che cercavo di educare era la mia.

E mentre imparavo a sentirla, forse stavo già imparando qualcosa che soltanto dopo avrei saputo chiamare con due parole:

mi accorgo.

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