Forty-love e Succederà questa notte: quando il passato incontra ciò che non è accaduto.
Forty-love e Succederà questa notte: quando il passato incontra ciò
che non è accaduto.
Ci sono persone che abbiamo amato per quello che abbiamo vissuto con loro. E
ce ne sono altre che continuano ad accompagnarci soprattutto per quello che con
loro non è accaduto.
Forse sono queste ultime le più difficili da salutare.
Perché una storia realmente vissuta, prima o poi, incontra i propri confini.
Ha avuto un principio, delle giornate, delle parole, degli errori. Magari ha
avuto una fine.
Una storia possibile, invece, non finisce mai.
Possiamo riscriverla per anni.
Se quella sera fossi andato.
Se avessi avuto coraggio.
Se invece di aspettare fossi andato a prenderla.
Se avessi capito prima.
Se non avessi avuto paura delle conseguenze.
Se avessi semplicemente fatto quello che sentivo di voler fare.
È forse per questo che mi ha colpito così profondamente Forty-love,
il racconto di Eshkol Nevo che entra nel materiale narrativo del nuovo film di
Nanni Moretti presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.
C'è un uomo che gioca a tennis.
Accanto ai campi c'è una sala per ricevimenti. Da una parte racchette,
sudore, imprecazioni; dall'altra vestiti eleganti, musica, fiori e matrimoni.
Due mondi che convivono senza toccarsi.
Finché una sera una sposa entra sul campo.
È ancora vestita di bianco. Si toglie le scarpe, prende una racchetta e
chiede di giocare.
L'uomo serve piano, intimidito. Lei invece colpisce sul serio.
La pallina comincia ad attraversare la rete e succede qualcosa che conosce
chiunque, almeno una volta nella vita, abbia creduto di capire una persona
senza bisogno delle parole.
A lui sembra che stiano conversando.
Lei domanda con un colpo.
Lui risponde.
Poi domanda lui.
Risponde lei.
Per qualche minuto una pallina da tennis diventa un linguaggio. E lui ha la
sensazione che quella donna stia cercando di dirgli qualcosa di importante.
Poi il gioco finisce.
Lei deve tornare al proprio matrimonio.
Prima di andarsene lo guarda negli occhi.
Lui capisce — o crede di capire, che nella vita è una differenza enorme — che
dovrebbe fare qualcosa.
Ma rimane fermo.
Non dice niente.
La finestra si chiude.
Più tardi avrebbe ancora un'occasione.
La vede ballare con le amiche. Potrebbe entrare nella sala. Potrebbe dirle
una cosa qualsiasi. Anche soltanto: auguri.
Si guarda.
Scarpe da tennis sporche. Pantaloncini. Una chiazza di sudore sulla
maglietta.
E non entra.
È difficile leggere una storia così senza andare a cercare dentro di noi la
persona davanti alla quale, una volta, siamo rimasti immobili.
Io credo che quasi tutti ne abbiamo una.
Non necessariamente il grande amore.
Forse nemmeno un amore.
Una persona che rappresenta una biforcazione.
Di qua la vita che abbiamo vissuto.
Di là quella che avrebbe potuto esserci.
Il problema è che della prima sappiamo quasi tutto e della seconda non
sapremo mai niente.
Eppure è proprio la seconda che continuiamo a interrogare.
Che cosa sarebbe successo?
Saremmo stati felici?
Avremmo distrutto tutto?
Ci saremmo amati per un mese, dieci anni, una vita?
Ci saremmo accorti dopo pochi giorni di avere inseguito soltanto
un'illusione?
Non lo sappiamo.
E questa è forse la risposta più difficile da accettare:
non lo sapremo mai.
Nel racconto, l'amico del protagonista gli dice una cosa semplice.
Probabilmente, se fosse entrato nella sala, la sposa lo avrebbe liquidato. Ma
almeno avrebbe saputo di averci provato e non sarebbe rimasto a tormentarsi.
Ma noi esseri umani abbiamo uno strano rapporto con le porte che non abbiamo
aperto.
Quelle aperte ci mostrano una stanza vera: con i mobili, la polvere, magari
qualche brutta sorpresa.
Quelle rimaste chiuse possono contenere qualsiasi cosa.
Anche la felicità.
Soprattutto la felicità.
Passano gli anni.
E quell'uomo trasforma il proprio rimpianto in una regola di vita.
Ogni volta che deve trovare il coraggio di fare qualcosa ricorda quella
donna, quello sguardo e il proprio silenzio.
Trova così il coraggio di cercare un lavoro, di chiedere un aumento, di
avvicinarsi alla donna che diventerà sua moglie. Molto tempo dopo troverà
persino quello necessario per lasciare casa.
Quella sposa, dunque, entra nella sua biografia senza esserci veramente
entrata.
Ed è qui che letteratura e vita si assomigliano terribilmente.
Perché certe persone diventano importanti non per il tempo trascorso con
noi, ma per il significato che continuiamo ad attribuire loro.
Le portiamo dentro.
Parliamo con loro senza che ci siano.
Ricostruiamo conversazioni.
Immaginiamo incontri.
Inventiamo persino ciò che diremmo se un giorno, girando un angolo, ce le
trovassimo davanti.
Poi Nevo fa accadere proprio questo.
Molti anni dopo l'uomo incontra nuovamente quella donna.
La riconosce in una sala d'attesa.
Sono cambiati entrambi.
Lui ha attraversato un matrimonio e una separazione.
Lei è divorziata.
La vita sembra aver fatto una cosa che nella realtà capita molto raramente:
ha rimesso i due giocatori ai lati della stessa rete.
Adesso tocca a lui.
Per anni si è rimproverato di essere rimasto zitto.
Per anni quella mancata azione gli ha insegnato ad avere coraggio.
Per anni ha pensato, in qualche modo: se la vita mi concedesse un'altra
occasione, questa volta saprei cosa fare.
E invece no.
Lei esce nel cortile.
Gli parla.
Gli sorride.
Gli dice persino di essere divorziata.
E lui si paralizza.
La bellezza di lei lo paralizza.
La necessità di trovare qualcosa da dire lo paralizza.
Persino sapere che è libera lo paralizza.
Ed è qui che il racconto smette di parlare soltanto di quell'uomo.
Parla di noi.
Perché possiamo trascorrere vent'anni a immaginare come avremmo dovuto
comportarci in un determinato momento, ma questo non significa che, se quel
momento tornasse, sapremmo finalmente viverlo.
Forse perché il problema è proprio questo.
Il momento non torna.
Può tornare una persona.
Può tornare un luogo.
Può tornare perfino uno sguardo.
Ma non tornano le persone che eravamo.
Se due esseri umani si incontrassero nuovamente dopo molti anni, non
potrebbero riprendere la conversazione dal punto in cui l'avevano lasciata.
Perché davanti non avrebbero più la persona di allora.
Avrebbero qualcuno che nel frattempo ha amato, sbagliato, sofferto, scelto,
rinunciato, avuto paura, cambiato idea.
E forse la domanda non dovrebbe più essere:
«Che cosa sarebbe successo se allora fossi andato a prenderla?»
Quella domanda non ha risposta.
La domanda potrebbe diventare:
«Che cosa accadrebbe fra noi, adesso?»
E anche questa, fino a quando l'incontro non accade, non ha risposta.
Ma c'è una differenza enorme.
La prima domanda pretende di modificare il passato.
La seconda lascia aperto il presente.
Forse è per questo che un regista sceglie una storia come questa e decide di
portarla al cinema.
Non credo che un autore debba aver vissuto letteralmente ciò che racconta.
Sarebbe un'idea poverissima dell'autobiografia.
Un regista racconta se stesso anche quando sceglie la storia di un altro.
Lo fa scegliendo ciò che vede.
Un silenzio.
Un'occasione mancata.
Un uomo che pensa troppo.
Una donna che aspetta.
Uno sguardo che forse significava qualcosa e forse no.
La domanda che rimane dopo vent'anni.
Non è necessario dire: «Quell'uomo sono io».
Basta dire: «Quell'uomo riesco a vederlo».
E forse ogni opera d'arte è autobiografica proprio in questo senso.
Non racconta necessariamente ciò che ci è successo.
Racconta il mondo che siamo capaci di distinguere.
E allora lo scrittore racconta qualcosa di sé inventando Ofir.
Il regista racconta qualcosa di sé scegliendo Ofir.
E lo spettatore racconta qualcosa di sé quando, guardando Ofir,
improvvisamente pensa a una persona della propria vita.
È una catena meravigliosa.
Uno scrittore mette una pallina dall'altra parte della rete.
Un regista la rimanda.
Lo spettatore la riceve.
E qualche volta quella pallina arriva esattamente nel punto della nostra
vita che credevamo di avere dimenticato.
Nel finale del racconto la donna rimane ancora una volta davanti all'uomo.
C'è silenzio.
Ma questa volta accade qualcosa di diverso.
Lei non interpreta quel silenzio come un fallimento.
Gli dice che è stato bello tacere insieme.
Poi gli chiede:
«Ci vediamo la prossima settimana?»
E rimane a guardarlo negli occhi, proprio come tanti anni prima.
Nevo si ferma lì.
Non ci dice cosa succederà.
Ed è giusto così.
Perché forse abbiamo trascorso già abbastanza tempo a domandarci che cosa
sarebbe successo.
La vita, quando accade, non usa il condizionale.
Usa il presente.
E se un giorno, dopo molti anni, incontrassimo davvero quella persona
davanti alla quale una volta siamo rimasti immobili, forse non avremmo bisogno
di sapere finalmente che cosa sarebbe potuto accadere allora.
Potremmo guardarla.
Ascoltare quello che succede dentro di noi.
Accorgerci che davanti abbiamo una persona reale e non quella conservata per
anni nella memoria.
E aspettare di vedere che cosa emerge.
Senza recuperare niente.
Senza completare niente.
Senza pretendere che il presente dia finalmente ragione al passato.
Perché forse la seconda occasione non consiste nel poter rifare ciò che non
abbiamo fatto.
Consiste nell'essere abbastanza presenti da non perdere, pensando a ciò che
non accadde allora, quello che sta accadendo adesso.

Commenti
Posta un commento