Carlo Verdone e l’Homo sapiens che stiamo conservando

 


Carlo Verdone e l’Homo sapiens che stiamo conservando

Carlo Verdone dice parole dure sul nostro tempo. Vede intelligenza nella scienza, creatività nell’arte e, quando volge lo sguardo alla politica, vede invece una «grande mediocrità». Soprattutto vede qualcosa che sembra inquietarlo ancora di più: non sappiamo più dialogare. «Nessuno ha il buon senso di dialogare; tutti mostrano prepotenza».

Forse Humberto Maturana e Ximena Dávila ci aiutano a guardare questa osservazione da un punto di vista diverso.

Non chiediamoci, almeno per un momento, se Verdone abbia ragione o torto nel giudicare questi «i peggiori anni che abbiamo mai vissuto». Chiediamoci piuttosto: quale modo di vivere dell’Homo sapiens sta distinguendo?

Maturana non vede l’essere umano come qualcosa di definito una volta per tutte dalla parola sapiens. Distingue differenti configurazioni del nostro vivere e convivere. Possiamo vivere nell’Homo sapiens-amans, quando l’altro emerge come legittimo altro nella convivenza; nell’arrogans, quando siamo certi di possedere la verità e pretendiamo che l’altro vi si sottometta; nell’aggressans, quando l’altro diventa avversario da battere; nell’ammans, quando il vivere si orienta verso appropriazione, accumulazione e controllo.

Letta così, la denuncia di Verdone diventa più interessante.

La «mediocrità» della politica potrebbe non essere innanzitutto una mediocrità dell’intelligenza dei politici. Potrebbe essere la povertà del dominio relazionale nel quale facciamo politica.

Una persona può essere intelligentissima e vivere nell’arrogans.

Può conoscere la storia, l’economia, il diritto, citare libri e statistiche e tuttavia entrare in ogni conversazione partendo da una certezza: io ho ragione e tu hai torto.

A quel punto il dialogo è già finito prima di cominciare.

E dall’arrogans all’aggressans il passo può diventare brevissimo. Se possiedo la verità e tu insisti nel non riconoscerla, non sei più semplicemente qualcuno che vede diversamente da me: diventi l’ostacolo. Il concorrente. L'avversario. Talvolta persino il nemico.

E allora accade esattamente ciò che osserva Verdone: la prepotenza prende il posto della conversazione.

Ma qui Maturana introduce qualcosa che considero fondamentale: non dobbiamo cercare il colpevole.

Non esiste necessariamente qualcuno che abbia deciso di costruire questo mondo. Un modo di vivere si conserva perché, momento dopo momento, continuiamo a realizzarlo.

Il politico alza la voce perché funziona. Il programma televisivo invita chi alza la voce perché produce ascolti. Il frammento più aggressivo viene condiviso sui social. Noi lo commentiamo. L’avversario risponde con una frase ancora più violenta. Quella frase ottiene ancora maggiore attenzione.

E così, senza che nessuno abbia necessariamente progettato il risultato finale, conserviamo una deriva.

È questo il punto che trovo più fecondo nell'accostamento tra Verdone e Maturana.

Verdone dice che il mondo gli appare «folle e privo di umanità».

Maturana probabilmente correggerebbe soltanto l’ultima espressione.

No, non siamo diventati privi di umanità.

Siamo ancora profondamente umani. Persino l’arroganza, l’aggressione, l’avidità e la competizione appartengono alle possibilità del nostro vivere umano.

La domanda è un’altra:

quale Homo sapiens stiamo conservando?

Perché l’Homo sapiens-amans non è necessariamente più intelligente dell’arrogans. La differenza sta nel modo in cui incontra l’altro.

L’amans non dice: «Tu hai ragione».

Dice qualcosa di molto più radicale:

«Tu sei legittimo anche quando non sono d’accordo con te».

Posso contestare ciò che dici. Posso votare contro di te. Posso dimostrare che i tuoi dati sono sbagliati. Posso combattere democraticamente una tua proposta.

Ma non ho bisogno di negare te per negare ciò che sostieni.

Ed è proprio qui che nasce la possibilità della politica.

Perché, se l’altro deve essere annientato, non abbiamo più una conversazione politica: abbiamo una lotta per stabilire chi avrà il potere di imporre all’altro il proprio mondo.

C'è poi un paradosso magnifico nell'osservazione di Verdone.

Dice che continuiamo a vedere l’intelligenza emergere nella scienza e nell’arte mentre la politica precipita nella mediocrità.

Forse significa che il problema del nostro tempo non è affatto una carenza di intelligenza.

Possiamo mandare sonde nello spazio, manipolare il genoma, costruire intelligenze artificiali, comporre musica meravigliosa, realizzare film straordinari e nello stesso tempo essere incapaci di sederci davanti a qualcuno che pensa diversamente da noi senza desiderare di umiliarlo.

Essere sapiens, dunque, non ci salva.

Ed ecco perché Maturana aggiunge idealmente qualcosa a quel sapiens.

La questione non è soltanto quanto sappiamo.

È come viviamo insieme mentre sappiamo.

E allora non mi interessa neppure stabilire se questi siano davvero, come dice Verdone, «i peggiori anni che abbiamo mai vissuto». Ogni generazione ha avuto le proprie tragedie e sarebbe difficile costruirne una graduatoria.

Mi interessa molto di più osservare ciò che sta accadendo adesso.

Se distinguo intorno a me arrogans, aggressans e ammans, la domanda non è:

«Come faccio a cambiarli?»

Perché nel momento stesso in cui penso di possedere la verità su come dovrebbero essere gli altri rischio di diventare proprio quell’arrogans che sto denunciando.

La domanda maturaniana torna invece su di me:

«Quale modo di vivere sto conservando io, adesso, mentre converso con gli altri?»

Posso indignarmi contro la prepotenza diventando prepotente.

Posso combattere l’arroganza diventando arrogante.

Posso denunciare l’aggressività aggredendo.

Oppure posso osservare ciò che faccio mentre lo faccio.

Ed è qui, forse, che l’Homo sapiens-amans smette di essere una bella definizione e diventa una pratica quotidiana.

Non cambiare il mondo.

Generare, nella relazione che sta accadendo adesso, il mondo nel quale desidero vivere.


#CarloVerdone fotografa con parole durissime il presente e soprattutto la politica contemporanea.
Secondo il regista e attore romano, mentre l’intelligenza continua a emergere nella scienza e nell’arte, nella politica domina una «grande mediocrità», accompagnata dall’incapacità di confrontarsi davvero.
«Nessuno ha il buon senso di dialogare; tutti mostrano prepotenza», afferma Verdone, descrivendo questi come «i peggiori anni che abbiamo mai vissuto» e un mondo diventato, ai suoi occhi, «folle e privo di umanità».

 

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