Oggi ascolto Ivano Fossati | La musica che gira intorno


Oggi ascolto

Ivano Fossati | La musica che gira intorno

Ci sono canzoni che appartengono a chi le ha scritte. E poi ce ne sono altre che, dopo essere state scritte, commettono una specie di tradimento.

Se ne vanno.

La musica che gira intorno Ivano Fossati l'ha scritta lui. Su questo non c'è discussione. Testo e musica portano il suo nome e nel 1983 la mise all'inizio di Le città di frontiera, un disco registrato a Londra, ai Town House Studios, con musicisti straordinari: Phil Palmer alle chitarre, Pete Wingfield alle tastiere, Andy Brown al basso, Pete Van Hooke alla batteria, Luis Jardim alle percussioni, Guy Barker al flicorno. Fossati suonava chitarre, pianoforte e flauto e produceva lui stesso il disco.

Un disco dedicato, non casualmente, alla musica di Randy Newman.

Tutto documentato.

Poi però succede qualcosa che nei documenti non può esserci.

Metto la canzone e Fossati dice che la musica gira intorno.

No, Ivano.

A me non gira intorno.

A me emerge da dentro.

Ed ecco che, ascoltandola, ritorna un'improbabile notte trascorsa in una cabina di regia. Non so nemmeno più quanto di quella notte appartenga ai fatti e quanto alla ricostruzione che ne faccio adesso.

Ma forse non importa.

C'è una finestra.

Fuori c'è una notte piena di stelle.

Il cielo riesco a vederlo soltanto in una striscia, compresso tra la persiana e la chiesa che incombe dappertutto. Una chiesa vera, naturalmente. Fatta di pietre, muri, campanile.

Ma anche un'altra chiesa.

Quella che ciascuno si porta dentro quando credenze, educazione, paure, desideri e percezioni finiscono per mescolarsi fino a non sapere più dove termini ciò che abbiamo ricevuto e dove cominci ciò che stiamo vivendo.

E intanto Fossati canta.

Ha trentadue anni quando esce questa canzone.

È il 1983.

L'Italia viene dagli anni di piombo, il mondo è ancora diviso dalla Guerra fredda e il muro di Berlino sembra destinato a durare chissà quanto. Nella canzone compaiono l'America, Roma, il Medio Oriente, uomini poco allineati e soprattutto un muro.

Ma il muro più interessante non è quello di Berlino.

È quello che abbiamo nella testa.

Ed è curioso che quarantatré anni dopo io ascolti questa canzone e quel muro mi interessi molto meno del verbo che Fossati mette al centro di tutto:

girare.

Perché Fossati canta una musica che gira intorno agli uomini.

Io oggi la sento diversamente.

La musica non gira intorno a me.

Accade con me.

Quella chitarra non esiste per me indipendentemente dal mio ascoltarla. Il pianoforte, la voce, la pulsazione tranquilla della batteria diventano ciò che sono nell'istante in cui io li distinguo.

Ed ecco perché una canzone del 1983 può entrare in una cabina di regia che appartiene al mio passato e poi uscire da quella cabina quarant'anni dopo completamente trasformata.

Non perché sia cambiata la registrazione.

Sono cambiato io.

O, meglio ancora, accade un altro me mentre l'ascolto.

È questa forse la cosa meravigliosa della musica.

La SIAE può stabilire chi abbia scritto una canzone. Può registrarne autore e compositore, tutelarne i diritti. Ed è giusto che sia così.

Ma nessun registro può certificare ciò che quella canzone diventa quando entra nella vita di qualcuno.

La musica che gira intorno è di Ivano Fossati.

Ma quella che ascolto io, alle sei del mattino del 5 settembre 2026, non può essere esattamente quella che ascoltava Fossati nel 1983 ai Town House Studios di Londra.

Perché adesso ci sono anch'io.

Ci sono quella cabina di regia, quella persiana, quella chiesa, quelle stelle.

Ci sono i miei sessantanove anni e insieme tutti gli anni che non esistono più se non nella ricostruzione che ne faccio in questo preciso istante.

Per questo mi fermo su una delle intuizioni più belle e terribili della canzone: la musica che non ha futuro.

Nel testo di Fossati quella frase porta con sé l'inquietudine di una generazione e dei suoi muri.

Io oggi la sento quasi al contrario.

È vero.

La musica non ha futuro.

Ma non perché sia destinata a morire.

Perché il futuro non è il luogo nel quale la musica può accadere.

Nemmeno il passato lo è.

La musica accade adesso.

Accade mentre la ascolto.

Emerge insieme a me, insieme alla finestra, alla luce, ai ricordi, al corpo, alla stanza, a tutto ciò che in questo momento distinguo come il mio mondo.

Fra dieci minuti la stessa canzone sarà già un'altra.

Domani sarà un'altra ancora.

E quando non ci sarò più continuerà forse a essere ascoltata da qualcuno che dirà:

«Questa canzone è mia».

E avrà ragione.

Perché Fossati può averla scritta.

Può averla incisa.

Può averle dato quella magnifica andatura rilassata che sembra non voler arrivare da nessuna parte.

Ma una canzone diventa musica soltanto quando qualcuno la ascolta.

Ed è allora che accade il piccolo miracolo.

Non sappiamo più se la musica stia girando intorno a noi.

O se siamo noi a girare dentro di lei.

Forse sono vere entrambe le cose.

O forse nessuna.

So soltanto che stamattina Ivano Fossati canta una canzone del 1983.

E io non sto ascoltando il passato.

Sto vivendo questo momento.

La musica non ha futuro.

Per fortuna.

Ha questo istante.

 

 


Commenti

Post popolari in questo blog

Oscar Farinetti - La fortuna di nascere in Italia.

Gli esami di Stato del 1976

MESCIU ANTONIU LETTERE MEJU CU LU TIENI COMU AMICU...