Conversazione tra Antonio Bruno e sua figlia Sara Maria Agnese

 


Conversazione tra Antonio Bruno e sua figlia Sara Maria Agnese

La voce che viene da noi

Antonio: Sara, leggendo queste pagine sul canto mi sono fermato su una frase: quando ci chiediamo quale sia la nostra vera voce, dovremmo ricordare che tutti i suoni che produciamo vengono da noi. Sono tutte nostre voci.

Sara: E qual è, allora, la voce vera?

Antonio: Forse proprio questa è la domanda sbagliata. Se tutte vengono da noi, non ce n’è necessariamente una autentica e le altre false. Ci sono modi diversi in cui la nostra struttura, in quel momento, può produrre una voce.

Sara: Quindi anche una voce che non mi piace è mia?

Antonio: Sì. E mi interessa molto quello che il libro aggiunge: quelle voci «reclamano di essere ascoltate». Possono mostrare sfumature che fanno fatica a esprimersi.

Sara: È strano. Quando uno studia canto pensa di dover trovare la voce bella.

Antonio: Anch’io l’ho pensato. Invece qui trovo qualcosa che si avvicina molto a ciò che sto osservando in questo periodo. Prima ancora di correggere, posso accorgermi.

Sara: Anche mentre canti?

Antonio: Soprattutto mentre canto. Mi accorgo del respiro, della gola, del suono che esce, del corpo, dell’emozione. Senza stabilire immediatamente: questo va bene, questo va male.

Sara: Però se studi canto devi correggere gli errori.

Antonio: Certamente. E infatti il testo non contrappone le due cose. Dice che tecnica e fisiologia possono essere apprese con pazienza e studio, mentre immaginazione, estro, creatività ed energia appartengono alla maniera irripetibile con cui ciascuno realizza la propria espressione vocale.

Sara: Quindi tecnica e spontaneità insieme.

Antonio: Esatto. Mi sembra uno dei punti più belli di queste pagine. Il canto viene presentato come incontro tra ragione e sentimento, tra ciò che sappiamo fare tecnicamente e ciò che abbiamo da dire.

Sara: E il talento dove sta?

Antonio: Anche qui il libro propone una risposta interessante: talento e tecnica non sono avversari, «si potenziano a vicenda». Il talento viene descritto come incontro fra predisposizione ed esperienza, mentre le abilità si sviluppano attraverso ambiente, studio e apprendimento.

Sara: Quindi uno può avere talento e non saperlo usare.

Antonio: Sì. E può anche possedere molta tecnica senza riuscire a comunicare veramente. Il testo arriva a dire che la sola competenza tecnica, in assenza di abilità comunicativa, non rende necessariamente interpreti di grande impatto.

Sara: Questo vale anche fuori dal canto.

Antonio: È quello che ho pensato anch’io. Posso conoscere perfettamente le regole e tuttavia non esserci veramente in quello che faccio.

Sara: Papà, però tu hai passato una vita a cercare di fare bene le cose.

Antonio: Sì.

Sara: E adesso?

Antonio: Adesso mi accorgo che c’è una differenza fra fare bene e dover continuamente dimostrare a me stesso che sto facendo bene.

Sara: E il canto ti ha aiutato a vederla?

Antonio: Credo di sì. Perché la voce non si lascia controllare completamente. Posso studiare respirazione, appoggio, risonanza, articolazione, intonazione. Posso esercitarmi. Ma poi devo cantare.

Sara: Devi lasciarla uscire.

Antonio: Sì. E questo testo dice una cosa ancora più precisa: l’apprendimento del canto si sviluppa nel sentire. L’intelletto guida inizialmente la pratica, ma poi deve lasciare spazio a nuovi modi di sentire e percepire, all’ascolto del corpo e delle sensazioni, così che il gesto tecnico diventi meno rigido e impersonale, più naturale ed elastico.

Sara: Questo assomiglia molto al tuo «mi accorgo».

Antonio: Moltissimo. Non devo necessariamente dire alla mia voce che cosa deve essere. Posso ascoltare quello che sta accadendo.

Sara: Ma se sbagli una nota?

Antonio: Me ne accorgo.

Sara: E poi?

Antonio: Poi può esserci la tecnica. Posso lavorarci. Ma l’errore non deve necessariamente diventare un giudizio su di me.

Sara: Nel libro c’è qualcosa sull’errore?

Antonio: Sì, ed è forse il passaggio che mi riguarda di più. Dice che è fondamentale uno spazio di apprendimento nel quale tutto possa essere messo in discussione e l’errore sia ammesso e integrato nel percorso di crescita, accettato come esperienza.

Sara: Questo per te non riguarda soltanto il canto.

Antonio: No. Riguarda molto di più.

Sara: Perché?

Antonio: Perché per tanto tempo l’errore, per me, non è stato soltanto: «questa cosa non è riuscita». Poteva diventare: «non sono stato abbastanza bravo», «avrei dovuto prevederlo», «avrei dovuto fare meglio».

Sara: E oggi?

Antonio: Oggi posso accorgermi anche di questo meccanismo mentre emerge.

Sara: Senza combatterlo?

Antonio: Senza necessariamente combatterlo. C’è. Mi accorgo.

Sara: Allora forse quando canti non stai soltanto imparando a usare la voce.

Antonio: Può darsi. Ma non voglio neppure trasformare il canto in qualcosa che deve insegnarmi una lezione. Mi piace cantare.

Sara: Questo basta?

Antonio: Sì. E forse è proprio la novità.

Sara: C’è un’altra cosa che mi incuriosisce. Il libro parla del talento come predisposizione naturale. Come faccio a sapere qual è la mia?

Antonio: Non so se dobbiamo necessariamente saperlo prima. Il testo dice che una predisposizione senza abilità può rimanere un potenziale inespresso; e che competenze acquisite lontano dalla propria predisposizione possono non dare lo stesso appagamento e la stessa motivazione.

Sara: Quindi bisogna trovare quello per cui siamo fatti?

Antonio: Io la direi diversamente: possiamo accorgerci di ciò verso cui andiamo con interesse, piacere, curiosità. Senza trasformarlo immediatamente in un esame su chi siamo.

Sara: Anche nello studio?

Antonio: Anche nello studio.

Sara: Anche quando i risultati non sono quelli che vorremmo?

Antonio: Soprattutto allora. Un risultato dice qualcosa di ciò che è accaduto in quella prova, in quelle condizioni. Non necessariamente dice chi sei.

Sara: Questa però non è una frase del libro.

Antonio: No. Questa è una cosa che sto dicendo io, parlando con te.

Sara: Mi piace di più così.

Antonio: Anche a me.

Sara: Allora dimmi una cosa. Dopo aver letto queste quattro pagine, perché continui a cantare?

Antonio: Perché quando canto accade qualcosa che non riesco a ottenere soltanto pensando. Ci sono il corpo, il respiro, l’ascolto, la memoria, la tecnica, l’emozione, le altre persone. E a un certo punto tutto questo diventa voce.

Sara: La tua vera voce?

Antonio: No.

Sara: No?

Antonio: La voce che c’è in quel momento.

Sara: E se domani è diversa?

Antonio: Mi accorgerò di quella.

Sara: E se è imperfetta?

Antonio: Sarà anche imperfetta.

Sara: E se è bellissima?

Antonio: Mi accorgerò anche di quello.

Sara: Senza trattenerla?

Antonio: Senza trattenerla.

Sara sorride.

Per qualche secondo nessuno dei due parla.

Poi Sara domanda:

Sara: Papà, allora il silenzio è una voce?

Antonio rimane un momento ad ascoltare proprio quel silenzio.

Antonio: Non lo so, Sara.

E sorride.

Antonio: Ma mi sono accorto che c’era.**

 

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