«Quale Germania sta emergendo dalle conversazioni, dalle paure, dalle appartenenze e dalle distinzioni che milioni di tedeschi stanno conservando nel loro vivere insieme?»

E se il vero problema non fosse il 44,6% dell’AfD?

In Sassonia-Anhalt quasi un elettore su due ha scelto l’AfD. Possiamo chiamarla protesta, paura, populismo, estrema destra. Ma Humberto Maturana ci suggerirebbe una domanda più profonda:

quale mondo stanno facendo emergere i tedeschi nel loro vivere insieme?

Perché la democrazia non è soltanto votare. È una forma di convivenza fondata sul riconoscimento dell’altro come legittimo altro, anche quando pensa diversamente da noi.

Forse le democrazie non cominciano a cambiare dentro le urne.

Cambiano molto prima: nelle conversazioni, nelle paure, nelle appartenenze e nel modo in cui impariamo a distinguere “noi” da “loro”.

Le urne contano i voti.
Le conversazioni costruiscono il mondo in cui quei voti diventano possibili.

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«Quale Germania sta emergendo dalle conversazioni, dalle paure, dalle appartenenze e dalle distinzioni che milioni di tedeschi stanno conservando nel loro vivere insieme?»

Il numero è di quelli che obbligano a rileggere la riga: 44,6 per cento.

In Sassonia-Anhalt l’AfD non ha semplicemente vinto. Ha raccolto abbastanza voti da trasformare quello che fino a ieri veniva considerato il margine estremo della politica nel luogo intorno al quale oggi devono muoversi tutti gli altri.

E allora viene spontaneo rifugiarsi nelle parole che conosciamo: estrema destra, populismo, protesta, paura degli immigrati, nostalgia dell’Est.

Sono parole importanti.

Ma forse non bastano.

Perché quasi un elettore su due non è più un incidente statistico. È una domanda.

Che cosa stanno dicendo quelle persone quando votano AfD?

Non necessariamente la stessa cosa.

Qualcuno parlerà di immigrazione, qualcuno di sicurezza, qualcuno della Russia, qualcuno del costo della vita. Altri probabilmente stanno dicendo qualcosa di ancora più semplice: non mi riconosco più nel mondo che mi raccontate.

Ed è qui che comincia la parte più difficile.

Per anni la politica tedesca ha costruito un muro intorno all’AfD. Il famoso Brandmauer. Ma i muri politici hanno una caratteristica curiosa: funzionano finché dall’altra parte rimangono in pochi.

Quando dall’altra parte finisce quasi metà degli elettori, il problema non è più soltanto come tenere fuori un partito.

Diventa capire perché tanta gente abbia scelto di stare là fuori.

Ed è precisamente qui che la vicenda tedesca può essere osservata attraverso una concezione della democrazia meno abituale.

Quella proposta dal biologo ed epistemologo cileno Humberto Maturana.

Per Maturana la democrazia non è soltanto un sistema elettorale, una Costituzione, un Parlamento o una procedura attraverso la quale contiamo i voti.

È soprattutto un modo di convivere.

Nasce e continua a esistere nelle conversazioni attraverso le quali persone differenti riescono a riconoscersi reciprocamente come interlocutori legittimi nella costruzione di un mondo comune.

Questa parola — legittimità — cambia la prospettiva.

Perché una democrazia non consiste nel pensare tutti allo stesso modo.

Al contrario.

Esiste precisamente perché siamo differenti.

Il problema democratico comincia quando la differenza dell’altro smette di essere una differenza con cui convivere e diventa qualcosa da eliminare, delegittimare o espellere dal mondo comune.

Ed ecco allora che il 44,6 per cento dell’AfD assume un significato diverso.

Possiamo certamente domandarci se sia giusto costruire un muro politico intorno a un partito considerato incompatibile con determinati principi democratici.

Ma dobbiamo porci contemporaneamente un’altra domanda, molto più scomoda:

che tipo di convivenza stiamo producendo quando milioni di cittadini non riconoscono più gli altri come interlocutori, mentre gli altri, a loro volta, non riescono più a riconoscere loro?

Non significa equiparare le posizioni.

Non significa sostenere che tutte le idee siano democratiche per il semplice fatto di essere votate.

E non significa rinunciare a difendere le istituzioni democratiche.

Significa distinguere due cose che spesso confondiamo:

la democrazia come procedura e la democrazia come modo di convivere.

Si possono avere elezioni perfettamente regolari mentre si deteriorano le conversazioni che rendono possibile la convivenza democratica.

Si può votare e contemporaneamente smettere di ascoltarsi.

Si può rispettare formalmente l’avversario e considerarlo intimamente un nemico.

Si può continuare a chiamare qualcuno «cittadino» mentre lo si espelle simbolicamente dal mondo che consideriamo legittimo.

Ed è qui che Maturana diventa sorprendentemente contemporaneo.

La democrazia, nella sua prospettiva, non è qualcosa che possediamo una volta per tutte.

La produciamo continuamente.

E proprio per questo possiamo continuamente perderla.

La produciamo nel linguaggio che usiamo.

Nelle distinzioni che facciamo.

Nel modo in cui descriviamo chi non la pensa come noi.

Nelle emozioni dalle quali conversiamo.

Nel riconoscimento oppure nella negazione dell’altro.

Persino nelle parole apparentemente innocenti con cui dividiamo il mondo fra noi e loro.

Per Maturana ogni sistema di convivenza viene conservato finché vengono conservate le conversazioni e le emozioni che lo rendono possibile.

È un’idea quasi elementare.

E proprio per questo radicale.

Perché significa che la democrazia non vive soltanto nei Parlamenti. Vive nelle relazioni quotidiane che la rendono possibile.

Ingo Schulze, scrittore cresciuto nella Germania orientale, individua un punto inquietante: l’AfD sarebbe riuscita a impadronirsi di una narrazione dell’Est che gli altri hanno lasciato incustodita. L’idea di una Germania originaria, omogenea, riconoscibile. Una patria perduta da recuperare.

Le narrazioni politiche funzionano così.

Prima diventano conversazioni.

Poi diventano appartenenze.

Le appartenenze producono distinzioni.

Le distinzioni costruiscono un «noi».

E ogni «noi», prima o poi, deve decidere che cosa fare di «loro».

Infine tutto questo diventa voto.

Per questo il dato forse più interessante non è nemmeno quel 44,6 per cento.

L’affluenza ha sfiorato il 75 per cento e l’AfD è riuscita a riportare alle urne persone che non votavano da anni.

Significa che non ha soltanto raccolto rabbia.

Ha prodotto partecipazione.

Ed è precisamente questo che dovrebbe interrogare i suoi avversari più della parola «estrema».

Perché non si risponde a una visione del mondo semplicemente dichiarandola inaccettabile.

Bisogna comprendere quale mondo quella visione faccia emergere e quale mondo alternativo siamo capaci di far emergere noi.

Qui entra un’altra distinzione essenziale del pensiero di Maturana.

Noi tendiamo a credere di osservare una realtà politica che esiste indipendentemente da noi: la Germania è diventata così; gli elettori sono diventati così; l’Est è così; gli immigrati sono così; la destra è così; la sinistra è così.

Maturana ci costringerebbe invece a ricordare che ogni affermazione viene formulata da un osservatore.

Non vediamo il mondo da nessun luogo.

Lo distinguiamo vivendo, parlando, emozionandoci e conversando con gli altri.

Questo non significa che «tutto è relativo».

Significa qualcosa di più impegnativo:

siamo responsabili del mondo che contribuiamo a far emergere nelle nostre conversazioni.

La CDU è crollata. La socialdemocrazia arranca. La sinistra si divide. E intanto l’AfD offre qualcosa che nella politica contemporanea è diventato rarissimo: una rappresentazione semplice del futuro.

Può essere un futuro che molti considerano sbagliato, pericoloso o persino spaventoso.

Ma è comunque un futuro riconoscibile per chi lo desidera.

E gli esseri umani non scelgono soltanto programmi.

Scelgono appartenenze.

Scelgono racconti.

Scelgono conversazioni nelle quali riconoscersi.

Scelgono, senza necessariamente rendersene conto, mondi nei quali desiderano continuare a vivere.

E allora anche il celebre muro contro l’AfD assume un significato più complesso.

Un muro può essere necessario sul piano istituzionale per proteggere determinate regole.

Ma un muro non costituisce, da solo, una conversazione democratica.

Può impedire una coalizione.

Non può obbligare milioni di persone a desiderare un altro mondo.

Questo è forse il punto più difficile da accettare.

La democrazia non può essere conservata soltanto impedendo qualcosa. Deve essere continuamente desiderata.

E per essere desiderata deve produrre un vivere insieme nel quale persone differenti possano riconoscersi come legittime senza essere obbligate a diventare uguali.

Maturana lega infatti la democrazia a un’emozione fondamentale che chiama amore, usando questa parola in un significato molto diverso da quello romantico.

Amore significa riconoscere l’altro come legittimo altro nella convivenza.

Non significa essere d’accordo con lui.

Non significa approvare ciò che dice.

Non significa rinunciare al conflitto.

Significa poter dire:

io considero sbagliato ciò che sostieni, posso combatterlo politicamente, posso votare contro di te, ma la tua esistenza non deve essere cancellata perché il mio mondo possa esistere.

Quando questa disposizione scompare, cambia l’emozione fondamentale della convivenza.

L’altro non è più avversario.

Diventa minaccia.

E quando l’altro diventa minaccia, la conversazione cambia.

Cambiano le parole.

Cambiano le distinzioni.

Cambiano le appartenenze.

Alla fine cambiano anche le istituzioni.

E forse le istituzioni cambiano dopo, quando qualcosa era già cambiato da molto tempo nelle conversazioni.

Ecco perché Magdeburgo potrebbe raccontarci qualcosa che riguarda molto più della Sassonia-Anhalt.

Forse una democrazia non comincia a entrare in crisi quando un determinato partito raggiunge il 44,6 per cento.

Forse quel numero compare quando la trasformazione è già avvenuta altrove.

Nelle famiglie.

Nei luoghi di lavoro.

Nei social network.

Nei giornali.

Nei bar.

Nelle paure.

Nei risentimenti.

Nelle parole utilizzate per descrivere gli stranieri.

Ma anche nelle parole utilizzate per descrivere chi vota AfD.

Nelle conversazioni attraverso le quali milioni di persone hanno lentamente imparato a distinguere chi appartiene al proprio mondo e chi invece viene collocato fuori.

Per questo la domanda più interessante non è soltanto:

come farà la Germania a fermare l’AfD?

Ce n’è una precedente.

Quali conversazioni hanno reso possibile questa Germania?

E subito dopo ne arriva un’altra, ancora più importante:

quali conversazioni dovranno essere conservate, e quali trasformate, perché possa emergere una Germania nella quale persone profondamente differenti continuino a riconoscersi come legittime partecipanti alla costruzione del mondo comune?

Il 44,6 per cento è un risultato elettorale.

Comparirà nei libri di storia, nelle statistiche e nei grafici.

Ma Humberto Maturana probabilmente ci inviterebbe a guardare altrove.

Non soltanto dentro le urne.

Dentro il modo in cui i tedeschi stanno vivendo insieme.

Perché le urne contano i voti.

Le conversazioni, molto prima, costruiscono il mondo nel quale quei voti diventano possibili.


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