I tre agosti di mia madre
"Vuoi sapere chi sono i tuoi veri amici e la tua
famiglia? Perdi il lavoro, ammalati o attraversa un brutto momento, vedrai
tutto con chiarezza!"
Robert Downey jr.
I tre agosti di mia madre
Mia madre
aveva un destino particolare con agosto.
Era nata a
Lecce il 15 agosto del 1928, quando l'estate nel Salento sembrava non dover
finire mai e le pietre conservavano il calore del giorno fino a notte
inoltrata.
Si potrebbe
dire che agosto l'avesse accompagnata per tutta la vita, aspettandola con la
pazienza che hanno soltanto i mesi e le cose che non sanno di essere
importanti.
Per molti
anni nessuno ci fece caso.
Mia madre
viveva.
E vivere,
per lei, significava soprattutto stare con gli altri.
Fino
all'agosto del 2005, quando aveva settantasette anni, le sue giornate erano
piene di persone. Telefonate, incontri, visite, impegni. C'era il volontariato,
al quale dedicava tempo ed energie. C'erano amici e conoscenti. C'erano persone
che la cercavano e altre che lei cercava.
Intorno a
lei c'era quel rumore umano che, quando lo abbiamo, ci sembra naturale e che
soltanto quando scompare comprendiamo essere stato una forma della nostra
esistenza.
Poi arrivò
di nuovo agosto.
Era il 2005.
Mia madre
ebbe un ictus.
Non so se
esista un momento preciso in cui una vita si divide in due. Per mia madre, se
esiste, fu quello.
Prima
dell'ictus e dopo l'ictus.
Ma accadde
qualcosa che nessun medico avrebbe potuto diagnosticare.
Insieme alla
salute se ne andarono le persone.
Non tutte
lentamente.
Semplicemente
non vennero più.
Le persone
che avevano riempito le sue giornate fino a poche settimane prima sembrarono
dissolversi come succede alle comparse quando termina uno spettacolo e qualcuno
spegne le luci.
La casa
rimase.
Mia madre
rimase.
Noi
rimanemmo.
Ma il mondo
che fino a quel momento le aveva girato intorno non c'era più.
Non voglio
giudicare quelle persone. Non conosco ciò che accadde nelle loro vite, non
conosco le loro paure, le loro difficoltà, le giustificazioni che ciascuno avrà
dato a se stesso.
Posso
raccontare soltanto quello che vidi.
E quello che
vidi fu un'assenza durata dieci anni.
Per dieci
anni non vidi più nessuna delle tante persone che avevano riempito le giornate
di mia madre.
In quel
deserto, però, rimasero due presenze.
Maria
Caravan e io.
Maria fece
una cosa straordinaria proprio perché, giorno dopo giorno, diventò ordinaria: le
fece da mamma.
A una donna
ormai anziana, che era stata madre per tutta la vita, qualcuno tornò a fare da
madre.
La accudì
per tutti quei dieci anni.
Io, invece,
le feci da amministratore.
Organizzavo
ciò che doveva essere organizzato. Provvedevo alle necessità. Mi occupavo delle
decisioni, delle incombenze, delle cose concrete attraverso le quali una vita
fragile continua comunque a essere una vita.
Maria
custodiva mia madre.
Io custodivo
il suo mondo.
E passarono
dieci anni.
Dieci
estati.
Dieci agosti.
Il tempo
continuò a fare ciò che sa fare meglio: passare senza chiedere il permesso a
nessuno.
Poi agosto
tornò ancora una volta.
Era il 2015.
Mia madre
aveva quasi ottantasette anni, o li aveva appena compiuti, a seconda del giorno
esatto in cui morì.
Morì a San
Cesario.
E soltanto
dopo mi apparve quella strana geometria della sua esistenza.
Agosto 1928.
Era venuta
al mondo.
Agosto 2005.
A
settantasette anni, l'ictus aveva diviso la sua vita in un prima e in un dopo.
Agosto 2015.
La sua vita
era finita.
Tre agosti.
Il primo le
aveva dato il mondo.
Il secondo
le aveva mostrato quanto rapidamente il mondo possa svuotarsi.
Il terzo
l'aveva portata via.
Ma oggi,
quando ripenso a quei dieci anni, non sono più sicuro che la storia più
importante sia quella di coloro che scomparvero.
Forse mi
sono sbagliato per molto tempo.
Perché le
assenze fanno rumore soltanto all'inizio. Poi diventano silenzio.
Sono le presenze
a lasciare una traccia.
Maria
Caravan rimase.
Io rimasi.
E mia madre,
dentro una vita diventata improvvisamente molto più piccola, rimase con noi per
altri dieci anni.
Forse
l'ictus non le tolse soltanto qualcosa.
Fece anche
cadere una scenografia.
Prima
c'erano molte persone.
Dopo ce ne
furono pochissime.
Ma quelle
pochissime erano vere perché erano lì.
Ho imparato
così una cosa che nessuno vorrebbe imparare attraverso la malattia di propria
madre: non sappiamo veramente chi abita la nostra vita finché possiamo
ancora offrire qualcosa agli altri.
Lo scopriamo
quando diventiamo fragili.
Quando non
possiamo più essere utili.
Quando non
possiamo più uscire.
Quando non
possiamo più ricambiare.
Quando una
visita non è più un piacere ma richiede tempo, pazienza, forse fatica.
È allora che
una stanza si svuota.
Ed è allora
che finalmente possiamo vedere chi è rimasto seduto accanto al letto.
Mia madre
era nata il 15 agosto.
Forse per
questo, quando penso a lei, non riesco a pensare ad agosto soltanto come al
mese delle vacanze, delle strade vuote e delle finestre spalancate contro il
caldo.
Per me
agosto ha un altro significato.
È il mese in
cui una donna venne al mondo.
È il mese in
cui, settantasette anni dopo, il suo mondo si fece improvvisamente piccolo.
Ed è il mese
in cui, dieci anni più tardi, se ne andò.
Ma fra quei
due ultimi agosti ci furono dieci anni.
E dentro
quei dieci anni c'è forse tutta la storia che vale la pena raccontare.
Una donna
malata.
Una casa
diventata silenziosa.
Tante
persone che non tornarono.
Una donna,
Maria, che le fece da mamma.
Un figlio
che le fece da amministratore.
E una porta.
Una porta
che per dieci anni rimase lì.
Molti
avrebbero potuto aprirla.
Pochissimi
lo fecero.

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