Oggi ascolto Malika Ayane – Detto tra noi
Oggi ascolto Malika Ayane – Detto
tra noi
Stamattina
ascolto Malika Ayane – Detto tra noi.
E mi
accorgo.
Ormai questa
frase mi viene così. Non devo prepararla, non devo cercare qualcosa di cui
accorgermi. Prima accade e poi, qualche volta, mi dico: mi accorgo.
Questa volta
mi accorgo innanzitutto del ritmo.
È un bel
ritmo, quello di Detto tra noi. Entra nel corpo prima ancora che io
abbia deciso che cosa pensare della canzone. E sopra quel ritmo arriva la voce
di Malika Ayane, che mi dà una sensazione particolare: è come se fosse un'eco
tra lei e se stessa.
Una voce
femminile soffice, elegante, ma con una vena di bassi profondi che ogni tanto
sembra arrivare da un altro luogo. La voce parte, ritorna, si sovrappone quasi
alla propria traccia. I suoni producono riflessi che mi inebriano le orecchie.
Non devo
capire perché.
Mi accorgo
che mi piace.
E basta.
Questa cosa,
oggi, per me non è affatto piccola.
Per molti
anni avrei probabilmente cercato subito una spiegazione. Perché mi piace? Che
cosa significa? A che cosa mi fa pensare? Che cosa dice di me?
Adesso posso
anche non farlo.
La musica
arriva. Il corpo la sente. Io ascolto.
Poi
naturalmente arrivano anche le parole.
Arriva
l'amore chiamato forse troppo presto amore. Arriva la prudenza. Arriva la
pazienza. Arriva quell'inverno duro che dovrà prima o poi terminare. Arriva
maggio, con la sua inquietudine.
E mentre
ascolto mi accorgo di una cosa curiosa: questa è una canzone piena di
prudenza che invita a ballare.
Quasi una
contraddizione.
Ma forse
siamo noi a pretendere che la vita non contenga contraddizioni.
C'è
un'immagine nella canzone che resta addosso: due persone, i piedi nudi, un
pavimento sporco, intorno cose che potrebbero ferire. La ragione sa che bisogna
stare attenti. Eppure qualcosa vorrebbe continuare a ballare.
E allora
penso al mio vivere.
A quanto
tempo ho trascorso cercando di sistemare preventivamente il pavimento.
Togliere i
vetri.
Prevedere
dove avrei messo il piede.
Controllare
quello che sarebbe potuto accadere.
Immaginare
quello che gli altri avrebbero pensato.
Preparare
una risposta prima ancora che qualcuno facesse la domanda.
E soprattutto
evitare l'errore.
Come se
vivere significasse rendere il pavimento abbastanza sicuro da poter finalmente
cominciare a ballare.
Poi, però,
la vita passa mentre stai ancora raccogliendo i vetri.
Oggi
qualcosa è diverso.
Non perché i
vetri siano scomparsi.
Non perché
abbia trovato finalmente il modo giusto di vivere.
Non perché
abbia capito tutto.
È molto più
semplice.
Mi accorgo.
Mi accorgo
del ritmo.
Mi accorgo
della voce.
Mi accorgo
dei bassi di Malika.
Mi accorgo
del corpo che vorrebbe seguire quella musica.
E nello
stesso momento possono esserci un ricordo, una sensazione, qualcosa che vedo
davanti a me, un rumore che arriva dalla stanza, un pensiero su ciò che farò
più tardi.
C'è tutto.
Il presente
dei sensi, il passato che ricostruisco, il futuro che immagino.
E non sento
più l'obbligo di mettere ogni cosa al proprio posto prima di poter vivere.
Forse è
proprio questo che oggi mi fa ascoltare diversamente Detto tra noi.
Perché
persino quell'«inverno di pietra» non ha necessariamente bisogno di essere
sconfitto.
C'è.
Poi magari
finisce.
Forse arriva
maggio.
Forse
l'inquietudine resta.
Forse
cambia.
Mi accorgo.
E mentre
scrivo queste parole mi accorgo anche che sto già ricostruendo ciò che è
accaduto pochi minuti fa. Il primo ascolto non c'è più. Questa è la mia
ricostruzione di quell'ascolto.
Anche questo
mi piace.
Non ho
bisogno di trasformarlo in una teoria.
Stamattina
c'è Malika Ayane.
C'è Detto
tra noi.
C'è una voce
che sembra diventare eco di se stessa.
C'è un ritmo
che mi invita a muovermi.
E c'è una
frase che, quasi senza essere chiamata, emerge:
mi accorgo.
Forse per
tanto tempo ho pensato che prima bisognasse togliere tutti i vetri dal
pavimento e poi, finalmente, si potesse ballare.
Oggi non ne
sono più così sicuro.
Oggi ascolto
la musica.
Vedo anche i
vetri.
E mi accorgo
che sto già ballando.
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