Oggi ascolto Ellie Goulding – I Know Too Much

 


Oggi ascolto Ellie Goulding – I Know Too Much

Oggi ascolto Ellie Goulding, I Know Too Much.

E già il titolo mi ferma: so troppo.

È una frase curiosa, perché abbiamo trascorso buona parte della vita convincendoci del contrario. Che sapere fosse meglio. Sapere chi siamo, sapere cosa vogliono gli altri, sapere perché una storia è finita, perché qualcuno è rimasto, perché qualcun altro se n'è andato.

Come se conoscere significasse necessariamente liberarci.

Poi arriva un momento nel quale scopriamo che possiamo avere capito quasi tutto e continuare ugualmente a sentire qualcosa che non sappiamo governare.

È questo che mi interessa nella musica di Ellie Goulding. Non soltanto quella voce fragile e insieme elettronica, sospesa tra il corpo e qualcosa che sembra arrivare da lontano. Mi interessa soprattutto la contraddizione racchiusa nel titolo.

Sapere troppo può diventare un peso.

Perché sapere non significa necessariamente comprendere. E comprendere non significa poter cambiare ciò che è accaduto.

A volte arriviamo tardi alla spiegazione perfetta.

Capiamo finalmente perché abbiamo pronunciato quella frase, perché non abbiamo avuto il coraggio di dirne un'altra, perché abbiamo aspettato qualcuno che non sarebbe arrivato o siamo andati via proprio quando avremmo voluto restare.

E allora?

Allora niente.

Il passato non riapre i suoi cancelli soltanto perché finalmente abbiamo trovato la chiave.

Forse è questa una delle scoperte più difficili: la consapevolezza non serve a correggere ieri. Serve a vivere diversamente oggi.

Viviamo, del resto, nell'epoca che pretende di sapere tutto.

Abbiamo telefoni che ci dicono dove siamo, orologi che ci raccontano come abbiamo dormito, algoritmi che cercano di prevedere quello che desidereremo domani. In pochi secondi sappiamo cosa sta accadendo dall'altra parte del pianeta.

Eppure continuiamo a non sapere cosa succede davvero quando una persona guarda un'altra persona e tace.

Forse perché quella conoscenza non sta nei dati.

Sta nell'esperienza.

Sta nel corpo.

Sta in quella frazione di secondo nella quale ci accorgiamo che qualcosa ci sta accadendo.

La musica possiede questa capacità meravigliosa: arrivare dove le spiegazioni si fermano.

E allora non importa nemmeno che la storia raccontata da una canzone sia la nostra. Quando entra nelle cuffie, nell'automobile, nella stanza dove siamo soli, smette per qualche minuto di appartenere soltanto a chi l'ha scritta.

Diventa autobiografia di chi ascolta.

È forse questo il piccolo miracolo della musica pop quando riesce a essere qualcosa di più di un prodotto: una donna registra una canzone e, da qualche altra parte del mondo, qualcuno l'ascolta e pensa alla propria vita.

Non perché abbia vissuto la stessa storia.

Ma perché riconosce qualcosa.

I Know Too Much.

So troppo.

Forse anch'io.

So molte più cose dell'uomo che ero trent'anni fa. Posso guardarlo, giudicarlo, persino spiegare perché abbia fatto certe scelte.

Ma c'è una cosa che non posso pretendere da lui: che sapesse allora quello che so adesso.

Quell'uomo poteva vivere soltanto con ciò che aveva, con ciò che vedeva, con il mondo che in quel momento riusciva a far emergere.

Ed è forse questa la parte più difficile della conoscenza: smettere di usarla per processare il passato e cominciare a usarla per abitare il presente.

Così continuo ad ascoltare Ellie Goulding.

E penso che forse non sappiamo mai troppo.

Sappiamo troppo tardi alcune cose e appena in tempo altre.

La differenza è tutta lì.

Nel momento in cui ce ne accorgiamo.

Per oggi è tutto.

 

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