OGGI ASCOLTO Mauro Pagani – “Tutto mi manca”
OGGI ASCOLTO Mauro Pagani – “Tutto mi manca”
Testo e
musica: Mauro Pagani
Quando la nostalgia diventa il desiderio di perdersi
nell'altro
di Antonio
Bruno – Un racconto musicale nel solco del giornalismo
Ci sono
musicisti che attraversano la nostra vita senza chiedere permesso. Entrano
quando siamo ragazzi, si sistemano da qualche parte nella nostra memoria e ci
restano per decenni. Poi, un giorno, tornano. E scopriamo che non sono più
quelli che ricordavamo. O forse siamo noi a essere cambiati.
Oggi ascolto
Mauro Pagani. Il brano si intitola Tutto mi manca.
E la prima
cosa che mi sorprende è la voce.
C'è qualcosa
di Gino Paoli in questo canto. Qualcosa che non saprei definire soltanto
attraverso il timbro o il fraseggio. È piuttosto un modo di abitare le parole,
di lasciarle sospese, come se ogni frase contenesse una confessione che non ha
bisogno di essere gridata.
E poi c'è
Maria.
Una Maria
dolcissima, evocata con una tenerezza che diventa quasi fisica. Una presenza
che si avverte anche nell'assenza, perché questa canzone, prima ancora di
parlare di ciò che manca, racconta quello che continua a vivere dentro di noi
quando qualcuno non è più accanto a noi.
La
nostalgia, insomma.
Ma
attenzione: non quella nostalgia che ci immobilizza davanti alle fotografie
ingiallite. Qui c'è qualcosa di diverso. C'è una nostalgia che desidera ancora,
che continua a cercare, che non si rassegna a trasformare la vita in un
inventario delle cose perdute.
Tutto il
resto diventa rumore di fondo.
Le donne, le
parole, il tempo. Le promesse che non si realizzano. Le immagini che si
sovrappongono ai ricordi. Quello che avremmo voluto dire e non abbiamo detto.
Quello che abbiamo immaginato e che forse non è mai accaduto.
Eppure
continuiamo a sognare.
Continuiamo
a desiderare qualcuno con cui parlare davvero.
E qui,
ascoltando Pagani, mi accorgo che la canzone mi porta verso una questione che
mi interessa sempre di più: che cosa significa incontrare veramente un'altra
persona?
Perché a un
certo punto emerge il desiderio di perdersi completamente in una donna.
Ma non
basta.
Non basta
che io desideri lei. Non basta che io voglia abbandonarmi. Occorre che anche
lei desideri quell'incontro, che possa abbandonarsi liberamente, che voglia ciò
che voglio io senza rinunciare a essere se stessa.
È questa
reciprocità che mi commuove.
Non la
conquista. Non il possesso. Non la pretesa che qualcuno ci appartenga.
L'incontro.
Quell'istante
straordinario nel quale due persone scelgono di esserci, completamente, senza
chiedere garanzie sul domani.
E allora mi
viene da pensare che forse abbiamo sbagliato a misurare l'amore con il
calendario.
Quanto
durerà? Un anno? Dieci anni? Tutta la vita?
Ma perché
dovrebbe essere la durata a stabilire il valore di un incontro?
Non importa
quanto tempo durerà. Importa che accada.
Che ci sia
davvero.
Che per un
momento io possa incontrare lei e lei possa incontrare me, senza che nessuno dei
due debba diventare diverso da ciò che è.
Mauro Pagani
è nato nel 1946. Ha undici anni più di me. Appartiene a quella generazione di
musicisti che ho conosciuto quando la musica italiana cercava strade nuove,
quando la Premiata Forneria Marconi portava il rock progressivo verso territori
che sembravano inesplorati.
Lo ricordo
polistrumentista, compositore, sperimentatore. Un musicista capace di
attraversare linguaggi e culture, di costruire ponti tra mondi sonori
apparentemente lontani.
E oggi, a distanza
di oltre cinquant'anni dai miei primi ascolti, scopro un altro Mauro Pagani.
Un uomo che
sembra non avere più bisogno di dimostrare nulla.
C'è il
pianoforte.
C'è quella
voce che continua a riportarmi a Gino Paoli.
C'è una
musica che non cerca di sopraffare le parole, ma le accompagna, le lascia
respirare. E proprio per questo mi arriva dentro con una forza inattesa.
Mi viene da
pensare a quanto sia importante, per un artista, poter cambiare senza perdere
la propria storia.
E a quanto
sia importante, per chi ascolta, concedersi la possibilità di incontrare
nuovamente qualcuno che credeva di conoscere.
Perché io
conoscevo Mauro Pagani.
O almeno
credevo di conoscerlo.
Conoscevo il
musicista della PFM, il compositore, il produttore, l'uomo che aveva attraversato
mezzo secolo di musica italiana.
Ma questo
Pagani che canta la mancanza, che lascia affiorare la fragilità e il desiderio,
mi sorprende.
E mi piace.
Mi piace
soprattutto perché non sento la nostalgia di un uomo che vuole tornare giovane.
Sento il
desiderio di un uomo che vuole continuare a vivere.
E questa,
per me, è una differenza enorme.
Perché si
può avere settant'anni, ottant'anni, e continuare a desiderare un abbraccio,
una conversazione, una donna con cui perdersi, un pianoforte che accompagni una
sera nella quale non abbiamo voglia di essere altrove.
Forse è
proprio questo che mi racconta oggi Tutto mi manca.
Non soltanto
ciò che abbiamo perduto.
Ma ciò che,
nonostante tutto, siamo ancora capaci di desiderare.
E mentre la
canzone finisce, mi accorgo che quella voce mi ha restituito qualcosa che non
sapevo di cercare.
La
possibilità di guardare alla mia adolescenza senza volerci tornare.
La
possibilità di ascoltare un musicista della mia giovinezza e incontrarlo
nell'uomo che è diventato.
La
possibilità di riconoscere che la vita non finisce quando cominciamo a
ricordare.
Finisce,
semmai, quando smettiamo di desiderare di viverla.
Grazie,
Mauro.
Dopo più di
cinquant'anni sei riuscito ancora a sorprendermi.
E questa
volta non con un virtuosismo, con uno strumento insolito o con una nuova
frontiera musicale.
Ma con
qualcosa di molto più semplice.
Una voce.
Un
pianoforte.
E la
nostalgia che, per qualche minuto, torna a essere vita.

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