ANTONIO BRUNO CONVERSA CON HEINZ VON FOERSTER Inventare insieme un mondo

 


ANTONIO BRUNO CONVERSA CON HEINZ VON FOERSTER
Inventare insieme un mondo

Antonio Bruno: Professore, leggendo la sua storia mi sono fermato su un episodio apparentemente piccolo. Lei è bambino, incontra Ludwig Wittgenstein e gli dice di voler diventare uno scienziato della natura. Lui le risponde che bisogna sapere moltissimo. Lei, forte del fatto di aver appena superato l’esame di ammissione al ginnasio, replica: «Ma io so moltissimo». E Wittgenstein le dice, sorridendo, che lei non sa quanto abbia ragione.

Heinz von Foerster: E quella frase mi ha accompagnato per tutta la vita.

Antonio: Forse perché conteneva già qualcosa della sua futura epistemologia: noi sappiamo molto più di quanto sappiamo di sapere.

Heinz: Esattamente. Un bambino parla, cammina, danza, canta. Possiede capacità straordinarie senza necessariamente poterle descrivere. Non sa di sapere.

Antonio: Mi interessa molto questo punto. Perché quando io mi osservo mentre faccio qualcosa, accade un passaggio particolare. Non sono più soltanto colui che agisce. Divento anche colui che osserva Antonio Bruno mentre agisce.

Heinz: Ecco che compare l’osservatore.

Antonio: Ma allora l’osservatore non è fuori dal mondo che osserva.

Heinz: Come potrebbe esserlo?

Antonio: È precisamente questo che continua a perturbarmi. Perché siamo stati educati a pensare che là fuori esista una realtà già pronta e che il nostro compito sia rappresentarla correttamente.

Heinz: E invece io le chiederei: chi descrive quella realtà?

Antonio: Io.

Heinz: E allora Antonio Bruno deve entrare nella descrizione.

Antonio: Questa è la rivoluzione.

Heinz: È la responsabilità.

Antonio: Responsabilità?

Heinz: Certamente. Se considero ciò che dico una semplice fotografia della realtà, posso sempre difendermi dicendo: «Le cose stanno così». Se invece riconosco che sono io a operare distinzioni, scegliere parole, stabilire connessioni, allora non posso più nascondermi dietro la realtà.

Antonio: Quindi potrei dire: il mondo che descrivo dice qualcosa anche del modo in cui lo sto costruendo.

Heinz: Molto bene.

Antonio: E qui incontro Humberto Maturana.

Heinz: Mio caro amico Humberto!

Antonio: Da qualche tempo mi accompagna una sua domanda: Come faccio quello che faccio?

Heinz: Una domanda molto più interessante di «Che cosa sono?».

Antonio: Perché?

Heinz: Perché «che cosa sono?» rischia di trasformarla in una cosa. In qualcosa di statico. Io preferisco pensare all'essere umano non come human being, ma come human becoming: un essere che diviene.

Antonio: Allora non dovrei domandarmi definitivamente «Chi è Antonio Bruno?».

Heinz: Potrebbe domandarsi: «Quale Antonio Bruno sto facendo emergere adesso?».

Antonio: Questo cambia tutto.

Heinz: Naturalmente.

Antonio: Perché non devo più trovare una definizione vera di me stesso.

Heinz: Può osservare il suo divenire.

Antonio: E posso scegliere cosa conservare.

Heinz: Sì. Ma attenzione: anche quando parla di scelta, non immagini un individuo isolato.

Antonio: Perché siamo nella relazione.

Heinz: Sempre.

Antonio: È curioso che lei abbia imparato qualcosa di simile facendo il prestigiatore.

Heinz: Ah, la magia! È stata una delle mie migliori scuole di epistemologia.

Antonio: Nel suo racconto lei sostiene qualcosa di sorprendente: il mago non crea semplicemente un’illusione ingannando lo spettatore. Mago e pubblico costruiscono insieme un mondo.

Heinz: Esatto.

Antonio: Quindi il miracolo non sta soltanto nelle mani del prestigiatore.

Heinz: Sta nella relazione tra quelle mani e gli occhi di chi guarda.

Antonio: E soprattutto nelle aspettative.

Heinz: Soprattutto.

Antonio: Lei racconta di quel prestigiatore del Crazy Horse di Parigi che metteva una vaso di fiori sotto un secchio. Tutti aspettavano che i fiori comparissero dall’altra parte.

Heinz: E invece non accadeva nulla!

Antonio: Sollevava il secchio e i fiori erano ancora esattamente dove si trovavano prima.

Heinz: Ed era quello il miracolo.

Antonio: Perché il pubblico aveva già costruito l’evento che avrebbe dovuto vedere.

Heinz: Ora cominciamo a capirci.

Antonio: Quindi vediamo anche attraverso ciò che ci aspettiamo di vedere.

Heinz: E partecipiamo alla costruzione di ciò che chiamiamo esperienza.

Antonio: Questo significa che quando entro in una relazione portando con me un’aspettativa, quell’aspettativa entra nella relazione.

Heinz: Inevitabilmente.

Antonio: E allora potrei chiedermi: quale mondo sto facendo emergere con questa aspettativa?

Heinz: Questa mi sembra una domanda eccellente.

Antonio: Perché a volte posso desiderare una cosa e comportarmi in un modo che genera esattamente il contrario.

Heinz: Benvenuto nella cibernetica!

Antonio: Perché entra in gioco il feedback.

Heinz: Certamente. Io faccio qualcosa. Ciò che faccio modifica la situazione. La situazione modificata ritorna verso di me. Io reagisco nuovamente. Non abbiamo più una linea: A causa B. Abbiamo una circolarità.

Antonio: E dentro quella circolarità ci sono anch’io.

Heinz: Finalmente!

Antonio: [ride] Lei sembra contento.

Heinz: Moltissimo. Perché uno dei problemi dell'epistemologia tradizionale è proprio il tentativo dell'osservatore di sparire dalla propria osservazione.

Antonio: Io invece provo a fare una cosa diversa: mi accorgo. Mi domando che cosa percepisco, che cosa sto facendo, quale passato sto ricostruendo, quali futuri sto immaginando e infine che cosa scelgo.

Heinz: E mentre fa tutto questo?

Antonio: Cerco di accorgermi che sono io a farlo.

Heinz: Allora siamo molto vicini.

Antonio: Però c'è un rischio.

Heinz: Quale?

Antonio: Trasformare anche l'auto-osservazione in controllo.

Heinz: Ah!

Antonio: Osservarmi continuamente per riuscire a governare perfettamente ciò che accade.

Heinz: Allora avrebbe trasformato l'epistemologia in una prigione.

Antonio: È proprio quello che non voglio.

Heinz: L'osservazione dovrebbe aumentare le possibilità, non diminuirle.

Antonio: Questa frase mi interessa moltissimo.

Heinz: Per me l'etica ha precisamente a che fare con l'aumento delle possibilità di scelta.

Antonio: Allora osservare non significa controllare ciò che deve accadere.

Heinz: Significa vedere possibilità che prima non vedeva.

Antonio: Una vita larga invece di una vita stretta.

Heinz: Mi piace questa espressione.

Antonio: Una vita nella quale non devo necessariamente sapere prima dove arriverò.

Heinz: Se conoscesse già il punto di arrivo, che conversazione sarebbe?

Antonio: Sarebbe l'esecuzione di un programma.

Heinz: Esattamente.

Antonio: E invece una conversazione autentica produce qualcosa che nessuno dei due possedeva prima.

Heinz: Proprio come la magia.

Antonio: Proprio come l'amore, forse.

Heinz: Perché dice forse?

Antonio: Ha ragione. Togliamo il forse.

Heinz: [sorride]

Antonio: Anche l'amore, quando è relazione, non appartiene interamente né all'uno né all'altro.

Heinz: Accade tra.

Antonio: Tra. È una parola meravigliosa.

Heinz: È lì che nascono i mondi.

Antonio: E allora comprendo meglio anche il suo rifiuto dell'idea di collettivo quando cancella la persona. Lei dice che a un collettivo non posso stringere la mano, non posso chiedergli come sta.

Heinz: Posso incontrare soltanto esseri umani.

Antonio: Ed è lì che lei introduce anche quella frase di Maturana: «Power is the consequence, submission is the cause».

Heinz: Il potere è la conseguenza, la sottomissione è la causa.

Antonio: È una frase difficile.

Heinz: Deve esserlo.

Antonio: Perché ci restituisce responsabilità.

Heinz: Sì.

Antonio: Ma responsabilità non significa colpa.

Heinz: Assolutamente no. La colpa guarda indietro alla ricerca di qualcuno da condannare. La responsabilità può aprire una domanda: «Che cosa posso fare adesso?».

Antonio: Questo mi porta alla sua esperienza durante il nazismo. Lei vive a Berlino, falsifica la dichiarazione sull'ascendenza ariana, aiuta amici ebrei, vive sapendo che potrebbero bussare alla porta.

Heinz: E qualche volta bussavano davvero.

Antonio: Eppure, in quelle notti, lei faceva giochi di prestigio.

Heinz: Ridevamo.

Antonio: Non era una fuga dalla realtà?

Heinz: Quale realtà?

Antonio: Mi ha preso in trappola.

Heinz: [ride] Vede?

Antonio: Stavate creando, per alcune ore, un altro spazio possibile.

Heinz: Non negavamo il pericolo. Il pericolo esisteva nella nostra esperienza. Ma non concedevamo al terrore il diritto di determinare ogni istante della nostra esistenza.

Antonio: Questa è una distinzione fondamentale.

Heinz: Potevamo avere paura e contemporaneamente ridere.

Antonio: Conservare uno spazio di libertà.

Heinz: Crearlo.

Antonio: Crearlo, non conservarlo.

Heinz: Adesso sì.

Antonio: Dopo la guerra lei arriva negli Stati Uniti e incontra Warren McCulloch, Norbert Wiener, Margaret Mead, Gregory Bateson, John von Neumann...

Heinz: Un gruppo meravigliosamente indisciplinato.

Antonio: Lei preferisce infatti parlare di non-disciplinarità più che di interdisciplinarità.

Heinz: Perché persino la parola interdisciplinare continua a presupporre che esistano territori separati e che sia straordinario attraversarne i confini.

Antonio: Mentre per lei il problema viene prima delle discipline.

Heinz: E la curiosità viene prima dei dipartimenti universitari.

Antonio: È qualcosa che sento molto vicino. Sono agronomo, ma mi occupo di musica, epistemologia, paesaggio, comunicazione, storia, relazioni umane...

Heinz: E chi ha deciso che debba scegliere?

Antonio: L'organizzazione disciplinare della conoscenza.

Heinz: Appunto: l'organizzazione. Non la conoscenza.

Antonio: Lei distingue infatti tra science e systemics: da una parte separare, distinguere, scomporre; dall'altra collegare, mettere in relazione.

Heinz: E abbiamo bisogno di entrambe.

Antonio: Purché, dopo avere tagliato la realtà in pezzi per comprenderla, ci chiediamo che cosa abbiamo tagliato.

Heinz: Bravo!

Antonio: È forse questa la domanda che oggi mi interessa di più: che cosa sto separando quando distinguo?

Heinz: E aggiungerei: che cosa potrebbe apparire se provasse a ricongiungerlo?

Antonio: Professore, allora provo a formulare ciò che porto via da questa conversazione.

Non devo scoprire una realtà nascosta dietro le apparenze.

Posso accorgermi di come partecipo alla realtà che emerge.

Heinz: Continui.

Antonio: Non devo trovare una definizione definitiva di me stesso.

Posso osservare come sto diventando.

Heinz: Continui.

Antonio: Non devo controllare ogni cosa per sentirmi responsabile.

Posso assumermi la responsabilità delle mie scelte senza pretendere di controllarne tutti gli esiti.

Heinz: Continui.

Antonio: E quando incontro un'altra persona non devo necessariamente convincerla a entrare nel mio mondo.

Heinz: Finalmente arriviamo al punto decisivo.

Antonio: Possiamo costruire insieme un mondo che prima del nostro incontro non esisteva.

Heinz: Come il mago e il suo pubblico.

Antonio: Come due persone che conversano.

Heinz: Come Antonio Bruno e Heinz von Foerster.

Antonio: Ma lei è morto nel 2002.

Heinz: Questo lo dice lei.

Antonio: [sorride] È vero. In questo momento sto conversando con lei.

Heinz: E allora mi dica, Antonio: questa conversazione è reale oppure no?

Antonio: Non lo so.

Heinz: Magnifico!

Antonio: Perché magnifico?

Heinz: Perché finalmente non sta cercando la risposta giusta.

Antonio: E che cosa sto facendo?

Heinz: Sta facendo emergere una domanda.

Antonio: Quale?

Heinz: Quale mondo facciamo emergere, adesso, continuando questa conversazione?

Antonio Bruno rimane in silenzio.

Non perché non abbia una risposta.

Ma perché, per una volta, non sente il bisogno di averla subito.

E in quello spazio minuscolo fra una domanda e la risposta che ancora non arriva, si apre qualcosa.

Non una verità da scoprire.

Una possibilità.

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Il nucleo della conversazione viene direttamente dal testo: von Foerster descrive la magia come attività dialogica in cui pubblico e prestigiatore «inventano» insieme un mondo, e arriva a considerare l'incontro riuscito come una costruzione comune.

Lo stesso filo conduce alla sua concezione dell'uomo come human becoming, essere in divenire e dunque aperto a possibilità non predeterminate.

Ho inoltre fatto convergere la conversazione verso science e systemics, perché nel brano è uno dei passaggi che meglio sintetizzano il pensiero di von Foerster: distinguere è necessario, ma occorre anche domandarsi «che cosa ho tagliato, che cosa ho separato?».

 

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