CONVERSAZIONI CON ANTONIO BRUNO · EPISODIO II
CONVERSAZIONI
CON ANTONIO BRUNO · EPISODIO II
In una città in stato di assedio
Massimo
D’Alema e Antonio Bruno: dalla rivolta di Genova del 1960 alla Scuola Normale
di Pisa. Una conversazione epistemologica e fenomenologica sulla memoria, la
libertà, il potere, l'etica e la costruzione dell'identità.
Conversazione
immaginaria elaborata a partire dal secondo capitolo di Eravamo comunisti di
Massimo D’Alema (Feltrinelli). Le risposte attribuite a D’Alema sono
ricostruzioni narrative, non dichiarazioni rilasciate in un'intervista reale.
In una città in stato di
assedio
Una conversazione di Antonio Bruno con Massimo D’Alema
Antonio
Bruno: Massimo,
vorrei cominciare da una frase con la quale apre questo capitolo: «Ci
trasferimmo a Genova nei giorni della rivolta».
Lei descrive
una città presidiata dalla polizia, con reticolati, camionette, uomini armati
sui tetti. Poi scrive: «Sembrava di essere in guerra».
Mi interessa
proprio quel sembrava.
Lei aveva
undici anni. Che cosa vedeva il bambino Massimo e che cosa aggiunge oggi, a
quella visione, l'uomo che conosce la storia successiva?
Massimo
D’Alema: Ricordo una
città attraversata da una tensione straordinaria. Arrivammo con mia madre e mio
fratello Marco. Alla stazione non c'erano autobus né taxi. Vennero a prenderci
i compagni del servizio d'ordine del PCI con un furgoncino. Mio padre era già a
Genova, dove era stato nominato segretario regionale del partito.
Antonio
Bruno: Ecco. Lei
sta raccontando due cose contemporaneamente: ciò che ricorda di aver vissuto e
ciò che oggi sa essere accaduto.
Vorrei
distinguerle.
La memoria
del bambino è fatta di immagini, rumori, corpi, forse paura, certamente
sorpresa. La ricostruzione dell'adulto comprende invece il governo Tambroni, il
Movimento sociale italiano, la Resistenza, gli scontri del 30 giugno.
La domanda
epistemologica è questa: quando raccontiamo un ricordo, come distinguiamo
l'esperienza originaria dalla spiegazione che abbiamo costruito
successivamente?
Massimo
D’Alema: È una
distinzione importante. Il bambino viveva quegli avvenimenti dentro una
famiglia comunista. L'adulto può collocarli in una vicenda storica più ampia.
Antonio
Bruno: Ma l'adulto
non può più tornare a essere quel bambino. Può soltanto ricordarlo adesso.
Humberto
Maturana ci inviterebbe a osservare come facciamo ciò che facciamo.
E allora le
domando: come fa, oggi, a ricordare Genova?
Non che cosa
ricorda.
Come lo fa.
Quali
immagini seleziona? Quali emozioni ritornano? Quali distinzioni utilizza?
Perché il
passato non cambia, ma può cambiare il modo in cui lo facciamo emergere nel
presente.
1. La città non è la stessa per tutti
Antonio
Bruno: C'è un
episodio particolarmente significativo. Lei racconta che il 30 giugno 1960 la
polizia caricò i manifestanti e che la stampa ne diede interpretazioni
differenti.
Per l'Unità
quella giornata rappresentava una risposta democratica all'offesa arrecata alla
città della Resistenza. Il Corriere della Sera parlava invece di tumulti
provocati da una massa di agitati.
Mi permetta
una domanda: i due giornali stavano osservando la stessa realtà?
Massimo
D’Alema: Stavano
raccontando gli stessi avvenimenti da posizioni politiche profondamente
diverse.
Antonio
Bruno: Certamente.
Ma vorrei spingermi oltre.
Heinz von
Foerster ci ha insegnato a distinguere la cibernetica dei sistemi osservati dalla
cibernetica dei sistemi osservanti.
Nella prima
ci chiediamo: che cosa è accaduto a Genova?
Nella
seconda: come opera l'osservatore che descrive ciò che è accaduto a Genova?
Entrambi i
giornali potevano riferirsi a fatti documentabili: manifestazioni, cariche,
feriti, arresti, mezzi incendiati.
Ma non erano
identiche le distinzioni con cui organizzavano quegli eventi.
Per uno
emergeva una città che difendeva la propria memoria antifascista.
Per l'altro
emergeva una città sconvolta dai disordini.
Non significa
che tutte le ricostruzioni siano ugualmente fondate. Significa che dobbiamo
esaminare sia le prove sia i criteri attraverso i quali le interpretiamo.
Massimo
D’Alema: La
differenza di interpretazione era anche una differenza di appartenenza politica.
Antonio
Bruno: E qui
arriva la domanda che considero decisiva.
Quando
apparteniamo a una comunità politica, che cosa diventa difficile vedere?
Non le
chiedo che cosa vedevano male gli altri.
Le chiedo
che cosa poteva diventare invisibile a voi.
Perché, come
direbbe von Foerster, il problema più interessante non è soltanto ciò che
vediamo, ma ciò che non vediamo di non vedere.
2. Si può ereditare un'esperienza mai vissuta?
Antonio
Bruno: Lei
descrive i giovani con le magliette a strisce, protagonisti della rivolta.
Erano
ragazzi che non avevano combattuto nella Resistenza, eppure scendevano in
piazza nel suo nome.
Come può una
generazione vivere come propria un'esperienza che non ha vissuto?
Massimo
D’Alema: Attraverso
la memoria collettiva. La Resistenza aveva lasciato una traccia profonda nella
società italiana, soprattutto nelle famiglie e negli ambienti antifascisti.
Antonio
Bruno: Vorrei
soffermarmi su questo.
La memoria
collettiva non è semplicemente un archivio.
È una rete
di conversazioni.
Un bambino
ascolta il padre raccontare la guerra. Ascolta i nonni. Partecipa alle
commemorazioni. Impara parole come libertà, fascismo, democrazia, sacrificio.
Quelle
parole non descrivono soltanto un mondo.
Contribuiscono
a costruire il mondo nel quale quel bambino impara a vivere.
Massimo
D’Alema: Per me la
Resistenza era parte della storia familiare.
Antonio
Bruno: Appunto.
Allora
potremmo dire che lei non ha scelto inizialmente di abitare un mondo antifascista.
È nato
dentro quel mondo.
Ma
successivamente ha cominciato a scegliere come continuare ad abitarlo.
E questa
distinzione è essenziale.
Quando una
convinzione ereditata diventa una convinzione scelta?
E
soprattutto: come possiamo accorgerci che stiamo scegliendo, invece di
continuare semplicemente a conservare ciò che abbiamo ricevuto?
3. La politica non è soltanto nei partiti
Antonio
Bruno: Lei
racconta che gli anni Sessanta furono segnati da una trasformazione economica e
sociale enorme.
Automobili,
frigoriferi, televisori, autostrade, jeans, juke-box.
Mi colpisce
che questi oggetti compaiano nello stesso racconto della rivolta politica.
Massimo
D’Alema: Perché il
cambiamento della società italiana riguardava tutto. La produzione, i consumi,
le abitudini e il modo di vivere dei giovani.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
E allora
vorrei chiederle: un giovane che indossa i jeans, ascolta musica al juke-box
e frequenta nuovi luoghi di socializzazione sta già partecipando a una
trasformazione politica, anche senza rendersene conto?
Massimo
D’Alema: In qualche
modo sì. Cambiavano i costumi e con essi le aspettative e i comportamenti.
Antonio
Bruno: In termini
fenomenologici direi che cambiava il suo mondo vissuto.
Il mondo non
è soltanto un insieme di oggetti esterni.
È anche
l'insieme delle possibilità che quegli oggetti aprono nella nostra esperienza.
Un'automobile
modifica le distanze percepite.
Una
televisione porta immagini lontane dentro la casa.
Un disco
permette di ascoltare una voce anche quando il cantante non è presente.
E una
canzone può diventare il luogo nel quale conserviamo un amore.
A questo
proposito, lei racconta che Claudia, una ragazza della sua adolescenza, è
rimasta legata nella memoria a Il mondo di Jimmy Fontana.
Massimo
D’Alema: Sì, quel
ricordo è indissolubile da quella musica.
Antonio
Bruno: Allora le
faccio una domanda che mi interessa particolarmente, anche per il mio rapporto
con il canto.
Quando oggi
ascolta quella canzone, sta ricordando Claudia oppure sta vivendo una nuova
esperienza nella quale Claudia riappare?
Perché la
canzone è la stessa, almeno come composizione.
Ma lei non è
più il ragazzo che la ascoltava allora.
E tuttavia
qualcosa ritorna.
Forse non
ritorna il passato.
Ritorna una
possibilità di emozionarsi nel presente.
4. Galileo, Brecht e il problema della verità
Antonio
Bruno: Nel 1963
suo padre la porta al Piccolo Teatro di Milano per assistere alla Vita di
Galileo di Bertolt Brecht, con Tino Buazzelli e la regia di Giorgio
Strehler.
Lei aveva
quattordici anni.
Mi sembra un
passaggio fondamentale nella sua formazione.
Massimo
D’Alema: Lo fu.
Quella rappresentazione mi colpì profondamente, anche sul piano culturale e
politico.
Antonio
Bruno: Vorrei
utilizzare Galileo per introdurre una domanda.
La verità è
qualcosa che possediamo oppure qualcosa che continuiamo a mettere alla prova?
Massimo
D’Alema: La ricerca
della verità richiede certamente la disponibilità a discutere le convinzioni
consolidate.
Antonio
Bruno: E allora
consideriamo un problema.
Una comunità
scientifica, politica o religiosa può essere convinta di possedere la verità.
Ma quando la
verità diventa proprietà di un'istituzione, che cosa accade a chi formula una
domanda nuova?
La domanda
può essere percepita come una minaccia.
Non perché
sia necessariamente falsa, ma perché mette in discussione il modo in cui quella
comunità conserva la propria identità.
Massimo
D’Alema: È un
problema che si è presentato molte volte nella storia dei partiti comunisti.
Antonio
Bruno: E non
soltanto lì.
La questione
epistemologica riguarda ogni sistema umano che confonde la propria spiegazione
del mondo con il mondo stesso.
Vorrei
formulare una domanda alla quale non è facile rispondere:
come
possiamo difendere con convinzione un'idea senza trasformarla in qualcosa che
non può più essere discusso?
5. Quando il fine pretende di giustificare i mezzi
Antonio
Bruno: Arriviamo a
uno degli episodi che considero più importanti del capitolo.
Il congresso
dell'Unione goliardica italiana a Rimini, nel 1967.
Giulietto
Chiesa vi racconta che per sconfiggere una posizione politica avversaria erano
stati utilizzati trucchi sulle deleghe.
Lei
protesta.
Massimo
D’Alema: Sì.
Ritenevo che fosse assolutamente scorretto raggiungere un risultato politico
truccando le carte.
Antonio
Bruno: E Chiesa
risponde che per la causa si possono fare anche quelle cose, evocando
addirittura Lenin e la repressione dei marinai di Kronštadt.
Vorrei
fermarmi esattamente nel momento in cui lei ascolta quella risposta.
Che cosa
sente?
Massimo
D’Alema: Mi colpì il
paragone. Mi lasciò una pessima impressione di quel modo di concepire la morale
politica.
Antonio
Bruno: Lei aveva
una convinzione politica condivisa con Chiesa.
Ma non
condivideva il modo in cui lui riteneva legittimo raggiungere il risultato.
Questo
significa che due persone possono avere lo stesso obiettivo e costruire mondi
etici differenti.
Qui entra
una domanda di Maturana che considero fondamentale:
«Come faccio
quello che faccio?»
Non basta
chiedere: che cosa voglio ottenere?
Dobbiamo
osservare il modo in cui cerchiamo di ottenerlo.
Se voglio
costruire una società democratica attraverso pratiche manipolatorie, quale
società sto già facendo emergere mentre agisco?
Massimo
D’Alema: È il
problema della coerenza fra mezzi e fini.
Antonio
Bruno: Sì, ma
vorrei andare ancora più a fondo.
Il fine è
una rappresentazione di qualcosa che speriamo accada nel futuro.
Il mezzo è
ciò che stiamo facendo adesso.
Il futuro
che promettiamo può davvero giustificare il presente che produciamo?
Se per
realizzare la democrazia manipolo il voto, non sto già negando, nella mia
condotta presente, ciò che dichiaro di voler costruire?
Ecco perché
l'etica non può essere rimandata a dopo la vittoria.
L'etica si
manifesta nel modo in cui viviamo la relazione, adesso.
6. La solidarietà è un'esperienza, non soltanto
un'idea
Antonio
Bruno: Nel
novembre del 1966 lei parte per Firenze con altri studenti dopo l'alluvione.
Lavorate per
recuperare i libri della Biblioteca Nazionale, sommersi dal fango.
Mi interessa
il passaggio dalla solidarietà proclamata alla solidarietà vissuta.
Massimo
D’Alema: Fu una
grande esperienza. Eravamo giovani e ci sentivamo parte di un'impresa
collettiva.
Antonio
Bruno: Le domando:
che differenza c'è tra pensare che sia giusto aiutare qualcuno e trovarsi
fisicamente, insieme ad altri, a tirare fuori libri dal fango?
Massimo
D’Alema: Nel secondo
caso la solidarietà diventa concreta.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
C'è il peso
dei libri.
L'odore del
fango.
La fatica.
Le mani
sporche.
Il corpo
degli altri accanto al nostro.
In termini
fenomenologici, la solidarietà non è più soltanto un concetto.
È
un'esperienza incarnata.
Ed è qui che
possiamo riconoscere qualcosa di importante: non sempre diventiamo solidali
perché prima abbiamo elaborato una teoria della solidarietà. Talvolta impariamo
che cosa significhi esserlo mentre agiamo insieme.
7. Il corpo ricorda ciò che la politica spiega
Antonio
Bruno: Nella
primavera del 1967 lei partecipa a una manifestazione contro il colpo di Stato
dei colonnelli greci.
Ricorda
ancora i manganelli e lo slogan «Ena-Ena-Tesserà».
Vorrei
distinguere il significato politico della manifestazione dall'esperienza
vissuta.
Massimo
D’Alema:
Manifestavamo per la libertà del popolo greco e per il rispetto della sua
Costituzione. La polizia ci caricò duramente.
Antonio
Bruno: La storia
può registrare il corteo, le ragioni della protesta e la repressione.
Ma lei
scrive che sente ancora i colpi dei manganelli.
Questo mi
interessa.
Dove si
conserva un'esperienza?
Soltanto nel
racconto?
Oppure anche
nel modo in cui il corpo reagisce quando la ricordiamo?
Massimo
D’Alema: Certamente
ci sono esperienze che restano impresse in maniera molto intensa.
Antonio
Bruno: E allora la
memoria non può essere ridotta a una semplice operazione intellettuale.
Ricordiamo
con un corpo vivente.
Il corpo non
è un oggetto che trasporta la mente.
È il nostro
modo di essere presenti nel mondo.
Quando lei
racconta quella manifestazione, non descrive soltanto un episodio politico.
Rende
nuovamente presente qualcosa della paura, della determinazione, del dolore e
della partecipazione di allora.
8. L'operaio e il professore: chi possiede il sapere?
Antonio
Bruno: Vorrei ora
entrare nella Società di Cultura di Genova.
Lei racconta
di incontri ai quali partecipavano intellettuali e operai, e osserva che era
difficile distinguere, ascoltandoli, l'operaio specializzato dal professore
universitario.
È una frase
bellissima.
Massimo
D’Alema: Genova
aveva una classe operaia preparata e colta. La Società di Cultura era un luogo
straordinario di confronto.
Antonio
Bruno: E allora le
chiedo: che cosa accade alla nostra idea di conoscenza quando smettiamo di
identificare il sapere con il titolo di studio o con la posizione sociale?
Massimo
D’Alema:
Riconosciamo che la cultura può svilupparsi in ambienti molto differenti.
Antonio
Bruno: Ma c'è
anche un altro aspetto.
Quando un
operaio e un professore dialogano, nessuno dei due possiede interamente il
significato della conversazione.
Quel
significato emerge nella relazione.
Qui penso
ancora a Maturana, ma anche a Heinz von Foerster.
Non siamo
semplicemente individui che trasferiscono informazioni da una testa all'altra.
Siamo esseri
che coordinano le proprie azioni attraverso il linguaggio.
E allora le
pongo una domanda:
quando un
operaio parla con un professore, chi insegna a chi?
Forse la
risposta più interessante è che entrambi possono uscire dalla conversazione
differenti da come vi sono entrati.
9. Michele Olivari: posso amare una persona senza
condividere le sue idee?
Antonio
Bruno: Vorrei
parlare del suo amico Michele Olivari.
Lei lo
descrive come un uomo di straordinaria intelligenza, un anarchico che non
rinunciava alla propria indipendenza.
Pur essendo
anarchico, qualche volta la aiutava a distribuire i volantini della FGCI,
rivendicando la libertà politica di tutti.
Come
descriverebbe questa amicizia?
Massimo
D’Alema: Michele era
una persona originale, libera, fuori dagli schemi. La nostra amicizia era molto
forte nonostante le differenze politiche.
Antonio
Bruno: Ecco una
domanda che considero centrale per la convivenza democratica.
Possiamo
riconoscere pienamente l'altro senza chiedergli di diventare simile a noi?
Perché
spesso chiamiamo rispetto una tolleranza condizionata.
Ti rispetto
finché non metti in discussione ciò che considero fondamentale.
Ma l'altro è
davvero altro proprio quando non coincide con le nostre aspettative.
Massimo
D’Alema: Michele
certamente non coincideva con le mie.
Antonio
Bruno: E tuttavia
l'amicizia continuava.
Questo ci
dice qualcosa di importante: una relazione può conservare la propria vitalità
senza eliminare le differenze.
10. La dinamite e il limite della libertà
Antonio
Bruno: C'è poi un
episodio molto delicato.
Michele le
mostra una valigia contenente dinamite e le racconta di voler compiere un
attentato dimostrativo contro una villa, assicurandosi che nessuno venga
ferito.
Lei cerca di
dissuaderlo.
Vorrei
analizzare questa scena non soltanto politicamente, ma eticamente.
Massimo
D’Alema: Gli dissi
che si trattava di un grave errore politico. Alla fine rinunciò.
Antonio
Bruno: Proviamo a
osservare ciò che stava accadendo.
Michele
voleva protestare contro un potere che considerava ingiusto.
Lei non
negava necessariamente le ragioni della sua protesta.
Ma
contestava l'azione che intendeva compiere.
E allora le
chiedo: in quale momento un'azione che nasce dal desiderio di giustizia
comincia a produrre un mondo incompatibile con quella stessa giustizia?
Massimo
D’Alema: Quando la
violenza diventa uno strumento politico.
Antonio
Bruno: E
aggiungerei che non basta dichiarare di non voler fare male a nessuno.
Le
conseguenze di un'esplosione non possono essere controllate interamente da chi
la prepara.
L'intenzione
non coincide necessariamente con l'esito.
Questo è un
punto epistemologico ed etico fondamentale.
Noi agiamo
sempre in un mondo nel quale esistono altri esseri umani, altre intenzioni,
altre possibilità.
La
responsabilità comincia anche dal riconoscimento che non controlliamo tutto ciò
che può accadere in conseguenza delle nostre azioni.
11. Il padre, il figlio e il potere
Antonio
Bruno: Vorrei ora
parlare di suo padre Giuseppe.
Lei lo
descrive come un uomo battagliero, poco diplomatico, convinto della necessità
di rinnovare il partito ligure.
Un uomo
capace di suscitare stima e conflitti.
Ma nel suo
racconto emerge anche un padre rispettoso dell'autonomia del figlio.
Massimo
D’Alema: Sì. Non
apprezzava l'estremismo del mio Sessantotto, ma rispettava il fatto che ogni
generazione dovesse fare la propria esperienza.
Antonio
Bruno: È un
passaggio straordinariamente interessante.
Suo padre
aveva un ruolo importante nel partito.
Era un uomo
abituato a esercitare autorità.
Eppure,
nella relazione con lei, sembra aver riconosciuto uno spazio di autonomia.
Vorrei
chiederle: che differenza c'è tra avere autorità e pretendere obbedienza?
Massimo
D’Alema: L'autorità
non dovrebbe necessariamente escludere il rispetto delle scelte altrui.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
E qui vorrei
richiamare una riflessione di Maturana sul potere e sulla sottomissione.
Il potere
non è semplicemente una proprietà che una persona possiede.
Si manifesta
in una relazione nella quale qualcuno obbedisce, accetta, si sottomette oppure
riconosce una determinata autorità.
Allora la
domanda diventa:
che cosa
accade alla relazione quando un padre smette di pretendere che il figlio
diventi una sua continuazione?
Forse accade
che entrambi possano incontrarsi come persone.
Non soltanto
come padre e figlio.
12. La madre e il lavoro invisibile che conserva la
famiglia
Antonio
Bruno: Lei dedica
a sua madre parole molto significative. La definisce l'architrave della
famiglia.
Una donna
forte, poco incline alle manifestazioni esteriori di affetto, ma capace di
sostenere la vita familiare.
Vorrei
domandarle: come si riconosce l'amore quando non si manifesta nelle forme
che ci aspettiamo?
Massimo
D’Alema: Mia madre
non era una donna di grandi effusioni. Ma la sua generosità e la sua presenza
erano fondamentali.
Antonio
Bruno: Ecco.
Spesso
confondiamo l'amore con i comportamenti attraverso i quali siamo abituati a
riconoscerlo.
Ma l'amore
non coincide necessariamente con una carezza, una parola affettuosa o un
abbraccio.
Può
manifestarsi nella cura quotidiana, nella continuità della presenza, nella
capacità di sostenere una relazione.
Vorrei però
evitare di idealizzare il sacrificio.
Quando
diciamo che una donna è stata l'architrave della famiglia, stiamo riconoscendo
il suo contributo oppure rischiamo anche di rendere naturale che tutto il peso
ricada su di lei?
Questa
domanda non riguarda soltanto sua madre.
Riguarda il
modo in cui una società distribuisce responsabilità, lavoro e riconoscimento.
13. La Scuola Normale: quando una scelta non è
interamente nostra
Antonio
Bruno: Arriviamo
alla parte conclusiva del capitolo.
Lei ha
terminato il liceo.
Ama Genova.
Non vuole
andarsene.
È
incuriosito dalla matematica.
Ma suo padre
la incoraggia a tentare il concorso alla Scuola Normale di Pisa.
Poi
interviene Giorgio Amendola.
Massimo
D’Alema: Amendola mi
disse che dovevo andare alla Normale, perché era la scuola della classe
dirigente.
Antonio
Bruno: E lei
finisce per accettare.
Ma c'è una
frase del suo racconto che mi interessa moltissimo: lei osserva che,
paradossalmente, per ribellarsi avrebbe dovuto pretendere di rimanere a casa.
Normalmente
immaginiamo il giovane che conquista la libertà andandosene.
Nel suo
caso, invece, la libertà avrebbe potuto significare restare.
Massimo
D’Alema: È proprio
così. Io non volevo lasciare Genova. Alla fine cedetti anche per evitare i
conflitti familiari.
Antonio
Bruno: Ecco il
punto sul quale vorrei fermarmi.
Quando
scegliamo qualcosa per evitare un conflitto, stiamo scegliendo ciò che
desideriamo oppure stiamo scegliendo di non vivere il disagio del conflitto?
Sono due
cose differenti.
Massimo
D’Alema: Nel mio
caso c'erano entrambe le dimensioni. La Normale era certamente una grande
opportunità, ma io ero riluttante.
Antonio
Bruno: Allora
possiamo osservare la struttura della sua scelta.
C'era un
desiderio: rimanere a Genova.
C'era una
possibilità: frequentare la Normale.
C'erano
persone autorevoli: suo padre e Amendola.
C'era una
relazione affettiva che lei voleva conservare.
E c'era il
disagio del conflitto.
La domanda
di Maturana sarebbe:
«Che cosa
stavo conservando mentre facevo quella scelta?»
Forse non
soltanto l'opportunità di una formazione prestigiosa.
Forse anche
l'armonia familiare.
Massimo
D’Alema: È possibile.
Non ho mai amato i conflitti, soprattutto con le persone alle quali ero legato.
Antonio
Bruno: E allora le
proporrei una domanda ulteriore.
Lo scopo era
entrare alla Normale oppure evitare di deludere persone importanti per lei?
E ancora:
qual era lo
scopo dello scopo?
Conservare
l'affetto?
Conservare
l'appartenenza?
Conservare
l'immagine di un figlio che non delude?
Non possiamo
rispondere dall'esterno. Possiamo soltanto aprire uno spazio di osservazione.
14. Il successo dimostra che avevamo ragione?
Antonio
Bruno: Lei
sostiene il concorso.
Arriva
quarto.
Ottiene un
risultato straordinario.
La Scuola
Normale diventerà un luogo fondamentale della sua formazione.
Ma vorrei
porle una domanda controintuitiva.
Il fatto che
una scelta produca un buon risultato dimostra che quella scelta fosse
autenticamente desiderata?
Massimo
D’Alema: Non
necessariamente. Un esito positivo non cancella le esitazioni iniziali.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
E questo mi
sembra un punto fondamentale della nostra conversazione.
Noi spesso
giudichiamo le scelte passate alla luce dei risultati ottenuti.
Se abbiamo
avuto successo diciamo: ho fatto bene.
Se abbiamo
fallito diciamo: ho sbagliato.
Ma questa è
una ricostruzione retrospettiva.
Nel momento
della scelta non conoscevamo ancora l'esito.
E
soprattutto il risultato non ci dice tutto del modo in cui abbiamo vissuto
quella decisione.
Una scelta
può produrre un successo pubblico ed essere stata vissuta con una profonda
rinuncia personale.
Come può
produrre un insuccesso e rappresentare, tuttavia, un'esperienza autentica di
libertà.
Massimo
D’Alema: È una
distinzione importante.
Antonio Bruno: Per questo vorrei chiederle:
se potesse
incontrare oggi il ragazzo che non voleva lasciare Genova, gli direbbe che
aveva torto?
Oppure gli
chiederebbe che cosa desiderava veramente?
15. Il Sessantotto: il mondo che non potevamo
prevedere
Antonio
Bruno: Il capitolo
si conclude con una frase breve: «Poi venne il Sessantotto e portò un certo
scompiglio».
Mi sembra
una conclusione perfetta per il nostro dialogo.
Lei arriva
alla Normale, entra in un'istituzione prestigiosa, incontra una cultura
accademica che descrive come molto autorevole, ma anche ingessata.
E poi arriva
qualcosa che modifica le regole del gioco.
Massimo
D’Alema: Il
Sessantotto cambiò profondamente la vita universitaria e la mia esperienza
politica.
Antonio
Bruno: Ma nel
momento in cui lei decideva di andare a Pisa non poteva saperlo.
Questo è il
punto.
Noi
prendiamo decisioni nel presente immaginando futuri possibili.
Ma il futuro
effettivo emerge attraverso eventi, relazioni e trasformazioni che non possiamo
prevedere interamente.
E allora le
domando:
quanto della
nostra vita è il risultato di ciò che abbiamo progettato e quanto emerge da
incontri che non avremmo mai potuto programmare?
Massimo
D’Alema: Credo che
entrambe le dimensioni abbiano un peso importante.
Antonio
Bruno: Vorrei
aggiungere una cosa.
Non
significa che siamo impotenti.
Significa
che la nostra libertà non coincide con il controllo assoluto.
Siamo liberi
anche perché possiamo modificare il nostro modo di agire mentre la vita accade.
Possiamo
accorgerci.
Possiamo
osservare ciò che stiamo facendo.
Possiamo
riconoscere ciò che desideriamo conservare.
Possiamo
cambiare direzione.
E possiamo
assumerci la responsabilità delle conseguenze delle nostre azioni.
16. L'ultima domanda: chi è Massimo D'Alema?
Antonio
Bruno: Massimo,
abbiamo attraversato Genova, la rivolta del 1960, le amicizie, la musica, la
politica, la solidarietà, la violenza, suo padre, sua madre, Giorgio Amendola e
la Scuola Normale.
Vorrei
concludere con una domanda apparentemente semplice.
Chi è
Massimo D'Alema?
È il figlio
di Giuseppe D'Alema?
È il bambino
comunista?
È il ragazzo
che ascolta Jimmy Fontana?
È il giovane
che contesta Giulietto Chiesa?
È lo
studente che non vuole lasciare Genova?
È il futuro
dirigente politico?
Massimo
D’Alema: Tutte
queste esperienze appartengono alla mia storia.
Antonio
Bruno: Certamente.
Ma lei non
coincide interamente con nessuna di esse.
E nemmeno
con la loro somma.
Perché ogni
volta che racconta la propria vita, seleziona, distingue, collega, interpreta.
Fa emergere
un Massimo D'Alema nel presente.
Non
necessariamente falso.
Non
necessariamente definitivo.
Un Massimo
D'Alema che si costituisce anche attraverso la relazione con chi lo ascolta.
E allora
forse la domanda non è più:
«Chi sono?»
Ma:
«Come sto facendo
emergere me stesso, adesso, attraverso ciò che racconto?»
E ancora:
«Che cosa
desidero conservare di questa storia?»
Le
convinzioni?
Le
appartenenze?
Le
relazioni?
Il coraggio?
La libertà?
Oppure la
possibilità di continuare a cambiare?
Antonio Bruno — Riflessione conclusiva
Mi colpisce
che la vita di un uomo destinato a diventare presidente del Consiglio possa
essere osservata senza partire dalla carica che ricoprirà.
Possiamo
partire, invece, da un bambino che arriva in una città assediata.
Da un
adolescente che ascolta una canzone e si innamora.
Da un
giovane che protesta contro un imbroglio politico commesso dai propri compagni.
Da un amico
che cerca di impedire a un altro amico di compiere un gesto violento.
Da un figlio
che ama la propria famiglia e non vuole deluderla.
Da uno
studente che vorrebbe restare a Genova, ma parte per Pisa.
In tutte
queste esperienze non vedo un'identità già scritta.
Vedo un
essere umano che vive, distingue, sente, interpreta e sceglie dentro una rete
di relazioni.
La
fenomenologia ci invita a non perdere il vissuto concreto dietro le
spiegazioni.
L'epistemologia
ci invita a interrogarci sui modi attraverso i quali costruiamo quelle
spiegazioni.
Maturana ci
invita a osservare come facciamo ciò che facciamo.
Von Foerster
ci ricorda che l'osservatore non può essere cancellato dalla descrizione.
E a me resta
una domanda che considero più importante di tutte le altre:
«Il modo in
cui sto vivendo e conservando la mia storia sta facendo emergere il mondo nel
quale desidero vivere?»
Perché la
nostra biografia non è soltanto ciò che ci è accaduto.
È anche ciò
che continuiamo a fare, oggi, con quello che ci è accaduto.
E forse la
libertà comincia proprio qui.
Nel momento
in cui ci accorgiamo che possiamo osservare il nostro modo di vivere e
scegliere se continuare a conservarlo oppure trasformarlo.
Antonio
Bruno Pietro
Conversazione
immaginaria ispirata al capitolo «In una città in stato di assedio» di Massimo
D'Alema, Eravamo comunisti, Feltrinelli.
La chiave
interpretativa di questo secondo episodio è il passaggio dall'appartenenza
ereditata alla responsabilità personale. Il racconto presenta tre momenti
particolarmente significativi: il rifiuto di giustificare un imbroglio in nome
della causa politica, il tentativo di dissuadere un amico dalla violenza e la
scelta di frequentare la Normale nonostante il desiderio di restare a Genova.
Sono tre situazioni nelle quali diventa possibile interrogare non soltanto che
cosa si sceglie, ma come e perché lo si sceglie.

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