Oggi ascolto Aiello – “Te l’ho mai detto”
Oggi ascolto Aiello – “Te l’ho
mai detto”
Ci sono
canzoni che ascolti. E poi ci sono canzoni che, senza chiederti il permesso,
aprono una porta che credevi chiusa da cinquant’anni.
Con “Te
l’ho mai detto”, Aiello mi ha fatto questo scherzo.
Parte l’intro
e io non sono più nel 2026. Sono nel 1968.
Mi sembra di
sentire la sigla di uno di quegli sceneggiati televisivi in bianco e nero che
entravano nelle case quando la televisione era ancora un mobile importante del
salotto e non qualcosa che ci portiamo in tasca. Mi torna in mente La
famiglia Benvenuti, con Enrico Maria Salerno. Avevo undici anni e la
guardavo.
Non so
spiegare tecnicamente perché quella musica mi abbia portato proprio lì. Ma
forse non bisogna spiegare tutto. La musica ha questo privilegio: può
fregarsene della cronologia. Due accordi, un timbro, un'atmosfera, e mezzo
secolo si accorcia fino a diventare un istante.
Poi arriva
Aiello.
Le parole
cominciano a fluire, si intrecciano con una musica che non vuole occupare tutto
lo spazio. C’è aria dentro questa canzone. C’è notte. C’è quella specie di
penombra nella quale i ricordi sembrano più veri proprio perché non riusciamo a
vederli completamente.
La chiamano “three-pop”,
una contaminazione tra it-pop, indie e sfumature street e urban. Ma qui mi
sembra che Aiello porti quella formula da un’altra parte, verso una dimensione
più adulta, più intima, decisamente più notturna.
La struttura
sta su quel confine ormai interessantissimo tra pop cantautorale contemporaneo
e contemporary R&B. Non è la solita ballata italiana costruita per
accompagnare il testo: c’è un groove discreto, moderno, suoni caldi, un
arrangiamento minimalista che non invade la voce ma le costruisce intorno uno
spazio.
E mentre
ascolto succede un’altra cosa.
Arriva Giuni
Russo.
Non sto
dicendo che Aiello la imiti. Sarebbe troppo facile, e anche sbagliato. Dico che
la mia memoria musicale, ascoltando certi colori della voce, certe aperture,
certe sospensioni, prende una strada tutta sua e mi conduce verso quella
sonorità degli anni Ottanta che conosco bene.
È una
suggestione personale. Ed è proprio questo il bello dell’ascoltare: una canzone
appartiene a chi l’ha scritta fino al momento in cui viene pubblicata. Poi
comincia anche ad appartenere alla biografia di chi l’ascolta.
E infatti, a
un certo punto, mi viene una voglia irrefrenabile di cantarla.
Per me è un
segnale inequivocabile.
Quando una
canzone mi fa venire voglia di prestarle la mia voce, significa che è riuscita
ad attraversare la distanza che separa l’orecchio dal corpo. Non la sto più
semplicemente ascoltando: mi risuona dentro.
Non c’è
niente da fare.
Aiello è
riuscito a farmi muovere fino a quella notte lì.
E allora le
parole smettono di essere soltanto le sue.
Mi colpisce
soprattutto una cosa: la bellezza di potersi dire, e poter dire all’altra
persona:
“È stato
bello.”
Pensate
quanto è difficile.
Siamo stati
educati a credere che un amore, per essere vero, debba necessariamente
trasformarsi in qualcosa da trattenere. Che dopo un bacio debba arrivare una
promessa, dopo una notte un progetto, dopo un incontro una qualche forma di
appartenenza.
E invece
potrebbe esserci un’altra possibilità.
Stare
insieme.
Starci bene.
Amarsi.
Baciarsi.
E poi
lasciarsi liberi.
Liberi di
essere ciò che si è. Liberi di incontrarsi senza possedersi. Liberi persino di
diventare, dopo essere stati vicinissimi, nuovamente lontanissimi.
Senza
cancellare ciò che è accaduto.
Anzi.
Forse
proprio perché non abbiamo cercato di imprigionarlo possiamo guardarci, magari
molto tempo dopo, e dirci semplicemente:
sì, è stato
bello.
Non è poco.
Forse è una
delle dichiarazioni d’amore più adulte che possiamo fare. Non dice: “sei mia”.
Non dice: “devi restare”. Non pretende nemmeno che ciò che è accaduto debba
accadere ancora.
Dice
soltanto che, per un tratto di strada, due vite si sono incontrate e
quell’incontro ha avuto valore.
Antonio
Aiello firma testo e musica; con lui, nella scrittura, Mario Castiglione e
Viviana Colombo. La produzione di Giordano Colombo contribuisce a costruire
questa atmosfera sospesa, contemporanea e insieme stranamente familiare.
Ma alla
fine, mentre ascolto, tutti questi nomi, i generi musicali e persino gli anni
Ottanta scompaiono.
Rimane una
frase.
Rimane una
notte.
Rimane
quella strana gratitudine che qualche volta proviamo per qualcuno che non è più
accanto a noi ma che, proprio perché non abbiamo bisogno di possederlo,
continua in qualche modo ad abitare la nostra storia.
È stato
bello.
A volte
basta questo.
E per oggi è
tutto.

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