William Shakespeare sonetto 30
William Shakespeare sonetto 30
30 (Note 18-51 — SONETTO]
Quando alle assise del dolce, silente
pensiero, convoco la memoria di cose passate, mi duole l'assenza di tante cose
prima vagheggiate, e agli antichi dolori aggiungo il nuovo rimpianto per aver
disfatto l'età che mi fu cara, e gli occhi non usi alle lacrime annegano nel
pianto per tutti gli amici preziosi che la morte ha rapito nella notte eterna,
e ritorno a piangere pene d'amore da tempo scomparse, gemendo per tanto spreco
di affetti perduti. Allora posso affliggermi per le passate afflizioni, e di
dolore in dolore con molta sofferenza ripercorrere il triste elenco dei pianti
già pianti, che sconto come se già non li avessi scontati. Ma se in quel
momento amico diletto ti penso, ogni perdita viene recuperata, e ogni dolore ha
fine.
Il Sonetto
30 di William Shakespeare è particolarmente interessante se lo leggiamo non
soltanto come poesia della memoria e del lutto, ma come descrizione di come
l’osservatore costruisce nel presente il proprio passato. Il testo rende
molto evidente questo meccanismo: il passato non semplicemente “torna”; viene
convocato, enumerato, valutato e, alla fine, trasformato dalla relazione.
1. Analisi epistemologica: il passato viene prodotto
nel presente
Il verso
iniziale contiene già un’intera epistemologia:
«Quando alle
assise del dolce, silente pensiero, convoco la memoria di cose passate…»
Shakespeare
adopera una metafora giudiziaria. Il pensiero diventa una sorta di tribunale
e i ricordi vengono “convocati”. Questo è epistemologicamente decisivo: il
soggetto non entra materialmente nel passato. È nel presente che ricorda il
passato.
Da una
prospettiva costruttivista, vicina a Humberto Maturana e Heinz von Foerster,
potremmo formulare così la questione:
non sto
osservando ciò che accadde; sto osservando ciò che accade in me adesso mentre
ricordo ciò che accadde.
La distinzione
è fondamentale.
Shakespeare
sembra dire: convoco i ricordi e immediatamente nasce un mondo. In quel mondo
ci sono occasioni perdute, amici morti, amori scomparsi, sofferenze già
vissute. Ma tutto questo acquista esistenza fenomenica ora, nell'atto
del ricordare.
E infatti
compare una straordinaria anomalia temporale:
«di dolore
in dolore [...] ripercorrere il triste elenco dei pianti già pianti, che sconto
come se già non li avessi scontati.»
È forse il
centro epistemologico del sonetto.
Il dolore è
già accaduto. È già stato “pagato”. Eppure il soggetto lo paga nuovamente.
Perché?
Perché ricordare
non equivale a recuperare una registrazione neutrale. Ricordando,
l'osservatore ricostituisce nel presente una configurazione emotiva. Il passato
biologicamente non ritorna; ritorna una modalità presente di vivere quel
passato.
La domanda
maturaniana diventerebbe allora:
Come faccio
quello che faccio quando ricordo?
E, ancora
più precisamente:
Quale
passato faccio emergere nel presente attraverso il mio modo di ricordare?
2. L'osservatore osserva se stesso
Qui entra in
gioco la cibernetica di secondo ordine.
Il poeta
apparentemente osserva “le cose passate”. Ma, guardando più attentamente,
osserva se stesso che ricorda.
La sequenza
è quasi ricorsiva:
io → ricordo
→ osservo ciò che ricordo → provo dolore → osservo quel dolore → torno a
ricordare → produco altro dolore.
Si forma
così un circuito autoreferenziale.
Il verso sui
«pianti già pianti» è quasi una descrizione poetica della ricorsività: non
soffro necessariamente perché l'evento sta accadendo; soffro perché ricostruisco
oggi la relazione che avevo con quell'evento.
E questo
permette di distinguere nettamente:
evento ≠
ricordo dell'evento ≠ esperienza presente del ricordo.
Shakespeare
non dispone del vocabolario della cibernetica, naturalmente, ma poeticamente
mette in scena proprio questa distinzione.
3. Analisi fenomenologica: che cosa accade
nell'esperienza?
Se
sospendiamo per un momento l'interpretazione e rimaniamo aderenti al fenomeno,
il sonetto descrive una precisa modificazione dell'esperienza.
All'inizio
c'è il silenzio.
Nel silenzio
emerge la memoria.
Dalla memoria
emerge la mancanza.
Dalla
mancanza nasce il dolore.
Dal dolore
nasce il pianto.
Dal pianto
nasce altro ricordo.
Dal nuovo
ricordo nasce nuovo dolore.
Fenomenologicamente
il soggetto non sta semplicemente “pensando”. Sta ri-vivendo corporalmente
ciò che ricorda:
«gli occhi
non usi alle lacrime annegano nel pianto».
La memoria
diventa corpo.
Ciò che
apparteneva cronologicamente al passato diventa fisiologicamente presente: gli
occhi piangono adesso.
Questa è una
caratteristica fondamentale dell'esperienza vissuta: il tempo cronologico dice
“non esiste più”; il corpo dice “sta accadendo”.
4. Il tempo fenomenologico non coincide con l'orologio
Il sonetto
distingue implicitamente almeno tre tempi.
C'è il passato
cronologico: gli amici morti, gli amori finiti, le occasioni perdute.
C'è il presente
della rimemorazione: il momento nel quale Shakespeare convoca quelle
esperienze.
E c'è un
terzo tempo, più interessante: il passato reso presente dalla coscienza.
Per questo
una sofferenza già vissuta può essere nuovamente vissuta.
Il passato
non ritorna come evento; ritorna come presenza fenomenologica.
Qui
Shakespeare anticipa poeticamente una questione che diventerà centrale nella
fenomenologia: la coscienza non vive soltanto nell'istante matematico. Il
presente contiene ritenzioni, attese, memorie, anticipazioni.
Il presente
umano è quindi temporalmente “spesso”.
5. Poi accade qualcosa di radicale: compare il “tu”
Fino alla
svolta finale il sonetto è dominato dall'io e dal suo inventario.
Perdite.
Morti.
Amori.
Dolori.
Debiti.
Pianti.
Poi:
«Ma se in
quel momento, amico diletto, ti penso…»
Qui cambia
l'intero dominio dell'esperienza.
Non cambia
il passato.
Gli amici
morti rimangono morti.
Le occasioni
perdute rimangono perdute.
Gli amori
terminati rimangono terminati.
Cambia la
relazione dell'osservatore con tutto questo.
Ed ecco il
sorprendente finale:
«ogni
perdita viene recuperata, e ogni dolore ha fine.»
Epistemologicamente
è straordinario: gli stessi fatti generano un mondo differente quando cambia
la configurazione relazionale dalla quale vengono osservati.
Non viene cancellata
la realtà.
Viene
trasformato il significato vissuto della realtà.
6. Da “io” a “noi”
Questo, a
mio avviso, è il punto più profondo del sonetto.
All'inizio
Shakespeare sembra vivere dentro una contabilità dell'io:
io ho
perduto;
io ho sofferto;
io ho amato;
io ho pianto;
io devo nuovamente pagare.
Persino il
linguaggio economico-giuridico — perdita, conto, pagamento, saldo — costruisce
un mondo nel quale l'esistenza viene contabilizzata.
Poi appare
l'altro.
E l'altro
non aggiunge semplicemente qualcosa al bilancio.
Cambia il
sistema nel quale il bilancio viene fatto.
In termini
sistemici, l'unità pertinente non è più soltanto io, ma io-nella-relazione-con-te.
E quando
cambia l'unità osservata, cambia ciò che può essere visto.
7. Una lettura attraverso Maturana
Con Maturana
potremmo spingerci ancora oltre.
L'amore, nel
suo lessico, non è primariamente sentimento romantico, ma il dominio
relazionale nel quale l'altro emerge come legittimo altro nella convivenza.
Letto così,
il finale di Shakespeare assume un significato potentissimo.
Il poeta non
esce dalla sofferenza attraverso un ragionamento:
“Non devo
pensarci.”
Non dice:
“Il passato
è passato.”
Non si
impone:
“Devo essere
positivo.”
Accade
qualcosa di completamente diverso.
Entra nella
relazione.
E quella
relazione modifica il mondo che può emergere.
Potremmo
rappresentare l'intero sonetto così:
solitudine →
memoria → inventario → perdita → ricorsività → dolore
poi:
apparizione
dell'altro → relazione → riconfigurazione → recupero → quiete.
Non è
cambiata la storia.
È cambiato il
presente dal quale la storia viene vissuta.
8. “Cosa sto conservando?”
Applicando
la domanda che stai utilizzando nel tuo lavoro su Maturana e Dávila,
Shakespeare offre un caso quasi perfetto.
Durante i
primi dodici versi sembra conservare una particolare relazione con il passato: conservare
ciò che è perduto attraverso il dolore per averlo perduto.
È un
paradosso.
Continuando
a soffrire per ciò che non c'è più, in qualche modo continuo a tenerlo con me.
La domanda
diventa allora:
che cosa
conservo continuando a pagare dolori che ho già pagato?
Forse la
fedeltà.
Forse
l'identità.
Forse il
legame.
Forse l'idea
che dimenticare il dolore significherebbe tradire ciò che ho amato.
Ma
Shakespeare scopre improvvisamente un'altra possibilità: posso conservare
ciò che ho amato senza conservare necessariamente la sofferenza con cui lo
ricordo.
Ed è qui che
il sonetto diventa sorprendentemente contemporaneo.
9. “Scopo” e “scopo dello scopo”
Se
applicassimo anche questa distinzione, potremmo formulare:
Scopo
apparente: ricordare
ciò che è stato perduto.
Scopo dello
scopo: mantenere
vivo ciò che per me ha avuto valore.
Ma il
sonetto scopre che esistono almeno due modi per farlo.
Uno è
attraverso il lutto reiterato:
ricordo →
soffro → quindi ciò che ho perduto continua a esistere nella mia sofferenza.
L'altro è
attraverso la relazione presente:
ti penso →
entro nella relazione → ciò che ho vissuto non appare più soltanto come
perdita.
È come se
Shakespeare scoprisse che non occorre soffrire per dimostrare che qualcosa è
stato importante.
10. Il nucleo fenomenologico del Sonetto 30
Ridotto alla
sua struttura essenziale, il sonetto non dice:
“Il passato
mi fa soffrire.”
Dice
qualcosa di molto più sottile:
“Nel
presente posso generare sofferenza ricordando il passato; e nello stesso
presente, entrando in relazione con te, posso generare un'altra esperienza di
quel medesimo passato.”
Questa
distinzione cambia tutto.
Perché
sposta l'attenzione da:
Che cosa mi
è successo?
a:
Come sto
vivendo adesso ciò che mi è successo?
E infine
alla domanda epistemologica più radicale:
Quale mondo
faccio emergere adesso mentre ricordo?
In sintesi
Il Sonetto
30 può essere letto come una piccola fenomenologia della memoria e,
contemporaneamente, come un'epistemologia dell'osservatore. Shakespeare parte
credendo apparentemente di contemplare il passato e finisce mostrando che ciò
che trasforma l'esperienza non è la modificazione del passato — impossibile —
ma la relazione presente dalla quale esso viene ricordato.
Il verso
decisivo, allora, non è soltanto una dichiarazione d'affetto. «Ma se in quel
momento… ti penso» introduce una vera discontinuità epistemologica:
cambia l'osservatore perché cambia la relazione nella quale l'osservatore
esiste.
E forse la
domanda che Shakespeare lascia aperta, quattro secoli prima della cibernetica
di secondo ordine, potrebbe essere formulata proprio così:
Quando
convoco il mio passato, sto scoprendo ciò che il passato è stato oppure sto
facendo emergere, qui e ora, il mondo nel quale scelgo — consapevolmente o meno
— di continuare a vivere?

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