Via Liguria 6, interno 2

 


Via Liguria 6, interno 2

Stamattina, senza che nulla sembrasse avermi preparato a questo viaggio, sono tornato in Via Liguria 6, interno 2.

Non ci sono tornato davvero, naturalmente. Non ho percorso una strada, non ho attraversato un portone, non ho cercato una chiave che forse non esiste più. È accaduto qualcosa di assai più misterioso: per un istante quella casa, che credevo consegnata per sempre a un tempo trascorso, si è ricomposta dentro di me con una precisione tale che ho avuto l'impressione non di ricordarla, ma di esserci.

È bastato pochissimo.

Una radio.

La nostra radio Siemens.

E immediatamente è stata domenica.

Dalla radio arrivava Gran Varietà, con quelle voci che appartenevano alla domenica come le campane appartenevano alla chiesa e il profumo del sugo alla cucina. Non avrei saputo allora distinguere dove terminasse una cosa e ne cominciasse un'altra, perché tutto concorreva a formare quella particolare sostanza delle mattine festive: la radio, le pentole, le voci di casa, una porta che si apriva, qualcuno che attraversava il corridoio, il pensiero della messa delle undici.

E mio padre.

Lo rivedo uscire per andare al Bar Coppola.

Avrebbe comprato una bottiglia di Martini Rosso.

Per molti anni ho creduto che fosse soltanto questo: una bottiglia di Martini Rosso. Un oggetto come migliaia di altri, consumato e dimenticato. Oggi comprendo invece che dentro quella bottiglia era conservata una domenica intera.

C'era mio padre che usciva di casa.

C'era il suo ritorno.

C'era il pranzo.

C'era la famiglia.

C'era quel sentimento infantile, allora così naturale da risultare invisibile, secondo cui le persone che amiamo saranno sempre lì, perché il bambino non sa ancora che anche le cose più solide sono provvisorie.

Fuori esisteva il quartiere.

Esistevano l'Iride e il San Carlo, nomi che per me non indicavano semplicemente dei cinema, ma luoghi nei quali il mondo diventava improvvisamente più grande e, nello stesso tempo, più vicino.

C'erano Paparella, Domenico e Torelli, i tabaccai.

Oggi quei nomi possiedono per me una dolcezza che nessuno avrebbe potuto prevedere allora. Da bambino non pensavo certo: ricorda Paparella, ricorda Domenico, ricorda Torelli, perché un giorno pronunciare questi nomi ti farà tornare qui.

Vivevo.

Ed era proprio il fatto di non sapere che stavo fabbricando ricordi a rendere quelle giornate così perfette.

Poi c'era la messa delle undici.

E prima ancora, certe mattine, l'ansia.

Perché non avevo fatto i compiti.

Mi svegliavo e il giorno, che pochi istanti prima non possedeva ancora alcuna colpa, improvvisamente me li presentava davanti: i compiti non fatti.

Bisognava alzarsi.

Bisognava prepararsi.

Bisognava andare a scuola.

La scuola era a pochi metri da casa e tuttavia riuscivo ad arrivare ultimo.

Questa circostanza, che allora poteva apparirmi una piccola tragedia, oggi mi fa sorridere. Quanto può essere lunga una distanza di pochi metri quando la percorre un bambino in ritardo! In quei pochi metri potevano stare l'ansia, la paura, la speranza che l'insegnante non chiedesse proprio quello che non avevo studiato, e forse persino quell'oscuro desiderio che accadesse qualcosa capace di sospendere la giornata e restituirmi miracolosamente alla libertà.

Eppure anche quell'ansia oggi mi è cara.

Non vorrei cancellarla.

Perché appartiene alla casa quanto il sugo della domenica.

E poi le mie sorelline.

La parola stessa, mentre la penso — sorelline — sembra restituirmi la loro misura di allora. Non le persone che il tempo avrebbe fatto diventare, ma proprio quelle bambine che abitavano con me Via Liguria 6, interno 2.

E Sandro.

Il mio amico amicissimo.

Ci sono parole che soltanto l'infanzia può pronunciare senza vergogna. Un adulto dice «un caro amico», «un amico fraterno», forse «il mio migliore amico». Ma nessuna di queste espressioni possiede la precisione assoluta di amico amicissimo.

Sandro era questo.

E c'era la mia biciclettina rossa.

Anche lei è tornata.

Non una bicicletta rossa qualsiasi: la mia biciclettina rossa.

Forse è questo uno dei segreti della memoria: il mondo dell'infanzia non è composto da categorie. Non esiste «un tavolo», «una bicicletta», «una radio». Esistono quel tavolo, quella bicicletta, quella radio. Le cose possiedono una individualità quasi umana perché hanno vissuto insieme a noi.

Ed eccolo, infatti.

Il tavolo di formica sotto la finestra della camera da pranzo.

Perché proprio quello?

Fra tutte le cose importanti che sono accadute nella mia vita, perché stamattina la memoria ha deciso di restituirmi un tavolo di formica?

Forse perché la memoria conosce di noi qualcosa che noi ignoriamo.

Non conserva necessariamente ciò che giudichiamo importante. Conserva ciò che è stato presente mentre vivevamo.

Quel tavolo era lì.

Sotto la finestra.

Non chiedeva di essere ricordato.

Sosteneva piatti, bicchieri, mani, gomiti, giornali, forse quaderni. Assisteva silenziosamente alle nostre giornate. Ed è rimasto ad aspettarmi per tutti questi anni, nascosto in qualche stanza della memoria, finché stamattina non ho aperto la porta.

E poi l'ho visto.

Il vecchio televisore a valvole.

Il Grundig Zauberspiegel 53T50 del 1961.

Persino il nome, Zauberspiegel, specchio magico, oggi mi sembra incredibilmente appropriato.

Perché che cos'è diventato quel televisore, se non uno specchio magico?

Allora guardavamo dentro il suo schermo per vedere apparire il mondo.

Oggi guardo dentro il suo ricordo e vedo apparire noi.

La famiglia.

La stanza.

La finestra.

Il tavolo di formica.

Le mie sorelline.

Mio padre.

La radio Siemens.

Il Bar Coppola.

Il Martini Rosso.

Paparella, Domenico e Torelli.

L'Iride.

Il San Carlo.

La messa delle undici.

Sandro.

La biciclettina rossa.

E persino quel bambino che non aveva fatto i compiti e che correva verso una scuola distante pochi metri riuscendo, con un talento che ancora oggi mi fa sorridere, ad arrivare sempre ultimo.

Per molto tempo avevo creduto che tutto questo fosse passato.

Era un errore.

Il passato non è necessariamente ciò che non esiste più. A volte è ciò che abbiamo smesso di interrogare.

Stamattina l'ho interrogato.

E lui ha risposto.

Non con grandi avvenimenti, non con date solenni, non con le cose che normalmente riteniamo degne di essere raccontate.

Mi ha risposto con l'odore del sugo.

Con una radio accesa.

Con una bottiglia di Martini Rosso.

Con una biciclettina rossa.

Con un tavolo di formica sotto una finestra.

Ed è accaduta allora una cosa ancora più sorprendente.

Non ho provato tristezza.

Avrei potuto pensare: non c'è più.

Avrei potuto contare le assenze, misurare gli anni, osservare la distanza fra quel bambino e l'uomo che oggi lo ricorda.

Invece no.

Ho sentito gioia.

Una gioia piena, quasi fisica.

Perché improvvisamente ho compreso che non stavo visitando le rovine della mia infanzia.

La stavo facendo accadere.

Adesso.

La radio Siemens suonava adesso.

Il sugo profumava adesso.

Mio padre usciva adesso per andare al Bar Coppola.

Sandro era il mio amico amicissimo adesso.

La biciclettina era rossa adesso.

E il vecchio Grundig, dopo tanti anni di silenzio, si accendeva ancora una volta.

Solo che questa volta sul suo piccolo schermo non compariva un programma televisivo.

Compariva la mia vita.

Allora sono rimasto per qualche istante dentro quella casa ritrovata.

Non volevo trattenerla.

Non volevo neppure tornarci per sempre.

Mi bastava esserci.

Via Liguria 6.

Interno 2.

Una domenica.

La mia famiglia.

E ho sentito una felicità quieta, diversa dalla nostalgia, perché la nostalgia desidera ciò che non può più avere, mentre io, in quell'istante, non desideravo nulla.

Avevo tutto.

E forse è proprio questa la scoperta che stamattina mi ha sorpreso più di ogni altra.

Credevo di avere ricostruito un ricordo.

Invece avevo fatto emergere un mondo.

L'ho guardato.

Mi sono guardato mentre lo guardavo.

E senza volerlo correggere, senza domandargli di essere diverso, senza cercare di trattenerlo, ho potuto finalmente dirgli:

Che gioia.

E poi, quasi sorridendo a quel bambino che corre ancora verso la scuola e che, nonostante sia vicinissima, arriverà certamente ultimo:

Mi piace il modo di vivere che è emerso.

 

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