Il bambino col fazzoletto rosso
Il bambino col fazzoletto
rosso
Una conversazione con Antonio Bruno
Antonio
Bruno: Vorrei
cominciare non dalla politica, ma da un’immagine. Lei apre il racconto con un
monumento: tre giovani all’assalto, il pugnale tra i denti, il moschetto, la
bomba a mano. Perché la memoria comincia da un’immagine?
Massimo
D’Alema: Perché
prima ancora delle idee ci sono le immagini. Quel monumento conduce a Ninuccio,
mio zio, morto a diciannove anni nella Grande Guerra.
Antonio
Bruno: Ma proviamo
a fermarci qui. Lei dice: conduce. Il monumento contiene davvero
Ninuccio oppure è lei, oggi, che guardandolo fa emergere Ninuccio?
Massimo
D’Alema:
Evidentemente sono io a collegare le cose.
Antonio
Bruno: Ecco il
primo problema epistemologico. Noi siamo abituati a pensare che il passato sia
lì, già fatto, e che ricordare significhi semplicemente recuperarlo. Ma se
osserviamo l’osservatore, scopriamo qualcosa di diverso: il passato che
raccontiamo emerge adesso, nel presente, attraverso documenti, fotografie,
racconti familiari, emozioni, silenzi.
Ninuccio è
stato un giovane ufficiale morto nel 1918. Questo appartiene alla
documentazione storica. Ma quando suo padre le dice: «Era un ardente
nazionalista, forse sarebbe stato fascista. Forse, se fosse tornato dalla
guerra, la mia vita sarebbe stata diversa», entriamo in un altro dominio.
Massimo
D’Alema: Quello delle
possibilità che non si sono realizzate.
Antonio
Bruno:
Esattamente. E allora le domando: che cosa accade dentro di lei quando
ascolta quel “forse”?
Massimo
D’Alema: Si apre una
storia possibile. Una vita familiare che avrebbe potuto essere diversa.
Antonio
Bruno: Questa è
già fenomenologia. Non chiediamo più soltanto: “Che cosa è accaduto?”, ma: “Come
appare a me, oggi, ciò che è accaduto?”
Antonio
Bruno: Suo nonno
Nicola appare severo, chiuso, quasi di “legnosa durezza”. Suo nonno Giulio,
invece, appare solare, allegro, comunista. Due figure quasi opposte.
Massimo
D’Alema: Sì.
Antonio
Bruno: Le propongo
una domanda: erano davvero così, oppure è così che vivono oggi nel suo
ricordo?
Massimo
D’Alema: Posso dire
soltanto come li ricordo.
Antonio
Bruno: Questo
“soltanto” è importantissimo. Non diminuisce il valore della memoria: ne
precisa lo statuto epistemologico.
Lei non
possiede suo nonno Nicola. Possiede — o meglio, fa emergere — Nicola nella sua
esperienza presente.
Quando
scrive di lui che agitava il bastone e diceva «Screanzato!», non ci consegna
semplicemente un’informazione biografica. Ci fa entrare in una scena.
Un bambino.
Un vecchio.
Un’aiuola.
Un bastone.
Una parola.
Massimo
D’Alema: E quella
parola è rimasta.
Antonio
Bruno: Appunto.
Perché proprio quella?
Tra le
migliaia di parole ascoltate nella sua infanzia, questa è sopravvissuta.
La domanda
fenomenologica allora non è: “Che cosa significa screanzato?”
È: “Che
cosa accade in me, oggi, quando quella parola ritorna?”
Antonio
Bruno: Poi compare
l’altra famiglia. Nonno Giulio, comunista, perseguitato perché non aveva preso
la tessera fascista. Nonna Margherita. I figli che nascondono le divise
fasciste per non dare un dolore al padre. Le lettere intercettate per avvertire
ebrei e antifascisti denunciati.
Qui emerge
una questione delicatissima.
Massimo
D’Alema: Quale?
Antonio
Bruno: Quando
una famiglia racconta ripetutamente una storia, quella storia descrive soltanto
il passato o costruisce anche l’identità dei figli?
Massimo
D’Alema:
Naturalmente la costruisce.
Antonio
Bruno: Allora
potremmo dire che lei non è cresciuto semplicemente conoscendo
l’antifascismo.
È cresciuto dentro
un mondo antifascista.
È diverso.
Non era una
nozione da apprendere. Era un universo di significati nel quale certe azioni
apparivano degne, altre indegne; certe persone coraggiose, altre vili; certe
scelte possibili e altre quasi impensabili.
Massimo D’Alema: Sì. La politica faceva parte della
vita familiare.
Antonio
Bruno: E qui
Humberto Maturana ci sarebbe molto utile. Direbbe che ogni comunità conserva un
determinato modo di vivere attraverso una rete di conversazioni.
Allora le
chiedo:
quali conversazioni
conservava la sua famiglia?
Massimo
D’Alema: La
Resistenza. L’antifascismo. Il Partito comunista. La giustizia sociale. Il
sacrificio.
Antonio
Bruno: E quindi,
attraverso quelle conversazioni, quale mondo diventava per lei naturale?
Massimo
D’Alema: Il mondo
dell’impegno politico.
Antonio
Bruno: Ecco.
Non sto
chiedendo se fosse vero o falso.
Sto
chiedendo: come è diventato possibile quel mondo?
Questa è la
domanda epistemologica.
Antonio
Bruno: Suo padre è
particolarmente interessante. Entra nelle organizzazioni giovanili fasciste e
contemporaneamente matura l’antifascismo. Poi aderisce clandestinamente al
Partito comunista e continua a operare all’interno delle organizzazioni fasciste.
Come
descriverebbe oggi questa apparente contraddizione?
Massimo
D’Alema: Era il
contesto storico. Molti giovani antifascisti agirono dall’interno delle
organizzazioni del regime.
Antonio
Bruno: Certo. Ma
osserviamo qualcosa di più profondo.
Noi,
conoscendo il seguito della storia, siamo tentati di organizzare tutto
retrospettivamente: fascismo, antifascismo, Resistenza, Liberazione.
Ma suo
padre, mentre viveva quegli anni, non conosceva il finale.
Massimo
D’Alema:
Naturalmente.
Antonio
Bruno: E questa è
una delle illusioni più potenti della narrazione storica.
Trasformiamo
l’incertezza vissuta in una necessità narrativa.
Guardando
indietro diciamo: “Ecco perché accadde”.
Ma chi era
lì viveva invece dentro possibilità aperte.
Allora le
domando:
come cambia
il giudizio su suo padre se, per un istante, rinunciamo a conoscere ciò che
sarebbe accaduto dopo?
Massimo
D’Alema: Diventa
molto più evidente il rischio delle sue scelte.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
E anche la
libertà.
Perché la
libertà esiste precisamente quando l’esito non è già scritto.
Antonio
Bruno: C’è una
scena che mi colpisce molto. Ferrara, 5 ottobre 1944. Suo padre viene
riconosciuto dai fascisti. Gli puntano le pistole sotto il mento. Getta la
bicicletta contro di loro e corre.
Che cosa
vede lei quando immagina quella scena?
Massimo
D’Alema: Mio padre
giovane che fugge per salvarsi.
Antonio
Bruno: Proviamo a
togliere per un momento le categorie storiche.
Non “il
dirigente comunista”.
Non “il
partigiano”.
Non “il
padre di Massimo D’Alema”.
Un uomo.
Una strada.
Degli uomini
armati.
Il rumore
degli spari.
Il corpo che
corre.
Il respiro.
La paura.
Massimo
D’Alema: Sì.
Antonio
Bruno: Questa è la
riduzione fenomenologica che mi interessa.
Prima
dell’interpretazione politica c’è un corpo vivente che cerca di continuare a
vivere.
E un altro
uomo, Mario Arnoldo Azzi, che gli cede la bicicletta.
Suo padre si
salva.
Azzi viene
arrestato, torturato e fucilato.
Come si
abita, per tutta una vita, una salvezza resa possibile dalla morte di un altro?
Massimo
D’Alema: Credo che
mio padre se la sia portata dentro.
Antonio
Bruno: Infatti lei
scrive di rimorso e senso di colpa.
Ma anche qui
distinguerei.
Il fatto è:
Azzi gli cedette la bicicletta e suo padre riuscì a fuggire.
Il vissuto
è: “Io sono vivo e lui è morto.”
Sono due
domini differenti.
Ed è nel
secondo che quella vicenda continua ad accadere, molti anni dopo la fine degli
spari.
Antonio
Bruno: Dopo la
Liberazione accade qualcosa di epistemologicamente affascinante. Gli uomini che
avevano combattuto insieme cominciano a interpretare diversamente ciò per cui
avevano combattuto.
Massimo
D’Alema: Sì. Ci
furono conflitti molto duri.
Antonio
Bruno: Questo
significa che nemmeno una esperienza condivisa produce necessariamente lo
stesso mondo.
Due uomini
possono aver combattuto nella stessa brigata, rischiato insieme la vita e,
finita la guerra, attribuire significati radicalmente differenti a ciò che
hanno vissuto.
Massimo
D’Alema: Certamente.
Antonio
Bruno: Allora non
sono gli eventi, da soli, a determinare il significato.
Il
significato emerge nell’osservatore, dentro una storia di relazioni,
linguaggio, emozioni e appartenenze.
Antonio
Bruno: Arriviamo
così a lei.
Nasce nel
1949.
Quando
nasce, la Resistenza è già finita.
La guerra è
finita.
La
Repubblica esiste già.
Eppure tutto
ciò è presente nella sua infanzia.
Come è
possibile?
Massimo
D’Alema: Attraverso
la famiglia, naturalmente.
Antonio
Bruno: Attraverso
le conversazioni.
Lei nasce
biologicamente nel 1949, ma culturalmente entra in una storia che comincia
molto prima.
Ed ecco una
domanda che considero centrale:
quanto della
nostra identità è costituito da esperienze che non abbiamo mai vissuto
personalmente?
Massimo
D’Alema: Moltissimo.
Antonio
Bruno: Esatto.
Noi
ereditiamo racconti.
E i racconti
generano mondi.
Antonio
Bruno: Poi
arriviamo a Monteverde.
Il
giradischi sovietico.
Beethoven.
Mozart.
La Quinta.
Il Concerto
Imperatore.
Poi Morandi,
i Beatles, i Rolling Stones.
Mi interessa
molto questo passaggio.
Massimo
D’Alema: Perché?
Antonio
Bruno: Perché
mostra che una persona non coincide mai interamente con il sistema ideologico
nel quale cresce.
Dentro una
casa comunista entra Beethoven.
Poi entra
Morandi.
Poi entrano
i Beatles.
Poi i
Rolling Stones.
Il mondo si
allarga.
E allora le
chiederei:
quando un
nuovo linguaggio entra nella nostra vita, continuiamo a essere esattamente gli
stessi osservatori?
Massimo
D’Alema:
Probabilmente no.
Antonio
Bruno: Direi di
più: non possiamo esserlo.
Perché ogni
esperienza significativa modifica il dominio delle distinzioni che possiamo
fare.
Dopo aver
ascoltato una musica che ci ha trasformati, ascoltiamo diversamente anche il
silenzio.
Antonio
Bruno: E
finalmente arriviamo al bambino col fazzoletto rosso.
Sei o sette
anni.
L’Associazione
pionieri.
Il
giornalino.
Gianni
Rodari.
La sede da
conquistare.
E poi
Palmiro Togliatti.
Due bambini
vanno dal segretario del Partito comunista italiano per protestare perché non
hanno una sede.
Togliatti
ascolta e dice sostanzialmente: occupatela.
Che cosa
vede oggi in quel bambino?
Massimo
D’Alema: Un bambino
molto coinvolto, molto serio nelle cose che faceva.
Antonio
Bruno: Lei sa che
diventerà Massimo D’Alema.
Quel bambino
no.
Questa
differenza è fondamentale.
Lei guarda
quel bambino conoscendo ciò che sarà.
Lui vive
senza sapere ciò che diventerà.
Antonio
Bruno: E arriviamo
al 1960.
Undici anni.
IX Congresso
del PCI.
Camicia
bianca.
Fazzoletto
rosso.
Togliatti.
Longo.
Suslov.
Una platea
enorme.
Lei cammina
verso il palco.
Vorrei
fermare tutto qui.
Non mi
interessa ancora il discorso.
Che cosa
sente quel bambino?
Massimo
D’Alema: Emozione.
Paura. Eccitazione.
Antonio
Bruno: Ecco la
fenomenologia.
Prima del
futuro presidente del Consiglio.
Prima del
dirigente del PCI.
Prima delle
interpretazioni politiche.
C’è un
bambino che cammina.
Sente il
proprio corpo.
Vede
centinaia di occhi.
Ascolta la
propria voce amplificata.
E scopre
qualcosa.
Massimo
D’Alema: Che potevo
parlare davanti agli altri.
Antonio
Bruno: Forse.
Ma le
proporrei una formulazione ancora più radicale:
scopre se
stesso mentre parla.
Non c’è
prima un’identità completamente costituita che successivamente si manifesta nel
discorso.
L’identità
emerge anche nell’azione.
Lei sale su
quel palco come un bambino che deve parlare.
Ne scende
come un bambino che ha parlato.
Il mondo non
è più esattamente lo stesso.
E nemmeno
lei.
Massimo
D’Alema: È una
lettura interessante.
Antonio
Bruno: Per questo
mi colpisce la frase con cui conclude il ricordo: la paura e l’eccitazione
della prima volta non si dimenticano.
Perché forse
ricordiamo meno ciò che è accaduto di come siamo diventati mentre accadeva.
E allora
vorrei chiudere con alcune domande, senza rispondere.
Quando
raccontiamo la nostra vita, stiamo recuperando il passato oppure lo stiamo
facendo emergere nel presente?
Quando
diciamo «io sono», quante voci stanno parlando insieme a noi?
Quelle dei
genitori?
Dei nonni?
Dei morti?
Dei libri?
Delle
ideologie?
Delle
musiche?
Delle
persone amate?
E
soprattutto:
che cosa
stiamo conservando, oggi, continuando a raccontare quella storia?
Perché forse
questa è la domanda decisiva.
Non
soltanto:
«Da dove
vengo?»
ma:
«Quale mondo
faccio emergere, adesso, raccontando da dove vengo?»
E ancora:
«Come faccio
quello che faccio quando ricordo?»
A quel punto
il bambino con il fazzoletto rosso non è più soltanto un bambino del 1960.
È un bambino
che continua a esistere ogni volta che viene ricordato.
Non identico.
Non
immutabile.
Ma
nuovamente presente nella relazione fra chi racconta e chi ascolta.
E forse la
memoria è proprio questo:
non il luogo
nel quale il passato è conservato intatto,
ma una
conversazione presente attraverso la quale ciò che non esiste più può ancora
partecipare al mondo che facciamo emergere insieme.

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