La memoria non è un archivio: è il modo in cui impariamo a vivere

 


La memoria non è un archivio: è il modo in cui impariamo a vivere

Conversazione immaginaria tra Antonio Bruno e Heinz von Foerster

Una lettura epistemologica e fenomenologica di «Memory Without Record» (La memoria senza registrazione), a partire dall'intervento tenuto da Heinz von Foerster il 2 ottobre 1963 alla First Conference on Learning, Remembering, and Forgetting, a Princeton.

Il dialogo che segue è una ricostruzione originale. Le argomentazioni scientifiche di von Foerster derivano dal testo originale; le domande di Antonio Bruno e le risposte dialogiche sono immaginate, non trascrizioni autentiche.

Antonio Bruno: Professore, vorrei cominciare dal titolo del suo intervento: Memory Without Record. Memoria senza registrazione. Lei sembra voler mettere in discussione qualcosa che consideriamo evidente: ricordare significa conservare una traccia di ciò che è accaduto. Perché dovremmo abbandonare questa convinzione?

Heinz von Foerster: Perché forse abbiamo scambiato una metafora per una spiegazione. Immagini di voler costruire una tavola contenente il risultato di tutte le moltiplicazioni possibili tra numeri di dieci cifre. Avrebbe bisogno di uno spazio astronomico. Una piccola calcolatrice meccanica, invece, potrebbe produrre gli stessi risultati grazie all'organizzazione delle sue componenti.

La differenza è fondamentale. Nel primo caso conserviamo i risultati. Nel secondo disponiamo di una struttura capace di generarli.

Io propongo di considerare la memoria non come un deposito di eventi, ma come una proprietà dell'organizzazione di un sistema.

Antonio Bruno: Allora quando ricordo mia madre davanti alla finestra della casa della mia infanzia, mentre fuori piove, non sto necessariamente recuperando una fotografia conservata nel cervello?

Heinz von Foerster: Esattamente. Lei sta producendo oggi un'esperienza che chiama ricordo. Questa esperienza dipende dalla storia delle sue interazioni con il mondo e dall'organizzazione che quelle interazioni hanno contribuito a generare.

Non significa che il passato non sia accaduto. Significa che il ricordare è un'attività presente.

Antonio Bruno: Questo cambia radicalmente il mio rapporto con il passato. Perché quando dico «ricordo», normalmente intendo «ritorno a ciò che è stato». Lei mi sta dicendo che non torno da nessuna parte. Sto vivendo qualcosa adesso.

Heinz von Foerster: È una distinzione epistemologica decisiva. L'evento passato e l'operazione presente del ricordare non sono la stessa cosa.

Antonio Bruno: Mi viene allora una domanda che considero fondamentale: come faccio quello che faccio quando ricordo?

Heinz von Foerster: Una domanda assai più produttiva di «dove è conservato il ricordo?». La prima cerca di comprendere un processo. La seconda presuppone già una teoria della memoria come deposito.

1. Ricordare non significa riprodurre

Antonio Bruno: Se la memoria non è una registrazione, che cosa accade quando riconosco una persona incontrata molti anni prima?

Heinz von Foerster: Nel mio intervento porto l'esempio di Karl Pribram. Quando lo riconosco, non posso ragionevolmente supporre di confrontare ogni suo gesto, ogni espressione del viso e ogni movimento con un immenso archivio di immagini precedenti.

Propongo invece che il sistema nervoso abbia acquisito la capacità di estrarre certe caratteristiche invarianti dalle informazioni sensoriali. Attraverso queste operazioni produce una categorizzazione: Karl Pribram.

Il riconoscimento, in questa prospettiva, è un risultato dell'attività del sistema.

Antonio Bruno: Quindi non riconosco semplicemente ciò che è rimasto identico. Riconosco attraverso il modo in cui sono organizzato oggi.

Heinz von Foerster: Sì. E questa organizzazione è il risultato di una storia.

Antonio Bruno: Immagini che io incontri una donna che ho conosciuto nel 1999 e che non ho più visto. Quando la penso oggi, sento ancora il desiderio di allora. Ma io non sono più l'uomo del 1999. E neppure lei è la donna di allora.

Di chi sto facendo esperienza?

Heinz von Foerster: Della donna che emerge oggi nella sua esperienza. Una figura costruita attraverso la sua storia, le sue distinzioni e le sue emozioni presenti.

Non possiamo dedurre da questo che la persona reale coincida con quella figura.

Antonio Bruno: Allora posso desiderare oggi una donna che appartiene alla mia storia senza sapere realmente chi sia diventata.

Heinz von Foerster: È una possibilità. Ed è importante distinguere la persona dalla sua rappresentazione presente.

Antonio Bruno: Questa distinzione mi sembra liberatoria. Non perché cancelli il desiderio, ma perché mi permette di riconoscerlo come esperienza mia, senza attribuire all'altra persona la responsabilità di ciò che sento.

2. Il sistema nervoso non registra: si trasforma

Antonio Bruno: Lei sostiene che l'organizzazione interna del sistema cambia attraverso le interazioni con l'ambiente. Posso dire che imparare significa trasformarsi?

Heinz von Foerster: È proprio la direzione della mia proposta. Un sistema adattivo modifica le proprie modalità operative attraverso l'esperienza.

Invece di chiedere come venga scritto un ricordo, dovremmo chiederci come cambi il funzionamento del sistema in conseguenza delle sue interazioni.

Antonio Bruno: Vorrei portare questa idea nella mia vita quotidiana. Per molti anni ho cercato di organizzare gli eventi in modo da prevenire gli errori, controllare le conseguenze e garantire risultati soddisfacenti.

Oggi mi accorgo che questo modo di vivere può produrre tensione. Se attraverso l'esperienza cambio il mio modo di rispondere agli eventi, sto imparando anche quando non acquisisco una nuova informazione?

Heinz von Foerster: Certamente, nel significato operativo che stiamo attribuendo all'apprendimento. Il cambiamento non consiste necessariamente nell'aggiungere contenuti, ma nel modificare le relazioni e le operazioni che il sistema è capace di realizzare.

Antonio Bruno: Quindi potrei sapere esattamente le stesse cose di ieri e tuttavia vivere diversamente.

Heinz von Foerster: Sì. Conoscenza e trasformazione delle modalità operative non sono concetti equivalenti.

Antonio Bruno: Mi sembra allora che la domanda non sia soltanto «che cosa ho imparato?», ma «come è cambiato il mio modo di vivere dopo questa esperienza?».

3. L'incertezza, l'informazione e l'ordine

Antonio Bruno: Nel suo intervento introduce una trattazione matematica dell'incertezza attraverso la teoria dell'informazione. Perché è così importante?

Heinz von Foerster: Perché desidero rendere quantitativamente trattabile il problema dell'organizzazione.

Consideriamo un sistema con un certo numero di stati possibili, ciascuno associato a una probabilità. Possiamo misurare l'incertezza mediante l'entropia informativa.

La formulazione è:

\[ H=-\sum_{i=1}^{n}p_i\log_2p_i \]

Quando tutti gli stati sono equiprobabili, l'incertezza è massima. Quando uno stato è certo, l'incertezza è nulla.

Antonio Bruno: E lei propone anche una misura relativa dell'ordine?

Heinz von Foerster: Sì. Nel modello presentato, possiamo esprimerla come:

\[ Q=1-\frac{H}{H_{\max}} \]

L'ordine così definito dipende dal rapporto fra l'incertezza effettiva e quella massima del sistema.

Antonio Bruno: Mi viene da collegare questo ragionamento alla mia ricerca di serenità. Quando cerco di controllare ogni cosa, tento forse di ridurre l'incertezza che percepisco.

Ma potrei ridurre l'incertezza restringendo il numero delle possibilità della mia vita.

Heinz von Foerster: Attenzione: questa è una sua interpretazione esistenziale, non una conseguenza necessaria della formula. Tuttavia è una distinzione interessante.

Nel mio modello, l'aumento dell'organizzazione non richiede sempre una diminuzione dell'incertezza effettiva. Un sistema può acquisire nuovi stati possibili, aumentando la propria complessità, e al tempo stesso diventare relativamente più organizzato.

Antonio Bruno: Questo mi interessa moltissimo.

Potrei allora aumentare le possibilità della mia vita senza necessariamente perdere organizzazione.

Heinz von Foerster: In termini analogici, sì. Ma non confondiamo una misura matematica di un sistema definito con una misura diretta della qualità della vita umana.

Antonio Bruno: Accolgo la precisazione. La matematica non mi dice come devo vivere. Mi permette però di mettere in discussione una convinzione: che vivere bene significhi ridurre il più possibile l'imprevisto.

4. Il rumore può generare nuove possibilità

Antonio Bruno: Una delle sue affermazioni più sorprendenti riguarda il rumore. Lei sostiene che perturbazioni casuali possano contribuire ad arricchire l'organizzazione di una rete.

Non è paradossale?

Heinz von Foerster: Lo è soltanto se assumiamo che l'organizzazione debba essere interamente specificata fin dall'inizio.

Nel modello che presento, una rete inizialmente molto semplice subisce perturbazioni durante la propria formazione. Queste contribuiscono a produrre una struttura più complessa.

Successivamente, attraverso modificazioni adattive delle proprie funzioni, la rete acquisisce la capacità di individuare contorni e altre proprietà degli stimoli.

Il risultato non era esplicitamente contenuto nella specificazione iniziale.

Antonio Bruno: Quindi qualcosa che non era previsto può contribuire alla comparsa di una capacità nuova.

Heinz von Foerster: Questo è precisamente ciò che il modello intende mostrare.

Antonio Bruno: Mi viene in mente l'errore. Nella mia storia ho spesso vissuto l'errore come qualcosa da evitare perché avrebbe potuto mettere in discussione il mio valore.

Ma se una perturbazione può contribuire a una nuova organizzazione, forse anche un errore può aprire possibilità che prima non riuscivo a vedere.

Heinz von Foerster: Può farlo. Non significa che ogni errore sia vantaggioso, né che ogni perturbazione produca apprendimento. Significa che la variazione non deve essere considerata soltanto come una deviazione da eliminare.

Antonio Bruno: Allora potrei smettere di domandarmi continuamente come evitare di sbagliare e cominciare a osservare che cosa emerge quando qualcosa non va come avevo previsto.

5. Il passato non contiene il futuro

Antonio Bruno: Lei sostiene che gli organismi apprendano perché questo consente loro di compiere inferenze induttive: utilizzare l'esperienza passata per anticipare eventi futuri.

Ma non rischiamo così di diventare prigionieri del passato?

Heinz von Foerster: È necessario distinguere l'utilità dell'inferenza dalla certezza della previsione.

Un organismo che non fosse capace di utilizzare le regolarità incontrate nella propria esperienza avrebbe grandi difficoltà a orientarsi nel mondo.

Ma il futuro non è semplicemente una ripetizione del passato.

Antonio Bruno: Mi accorgo che spesso, quando incontro una situazione, anticipo ciò che accadrà sulla base di ciò che è accaduto altre volte.

Se qualcuno mi ha respinto, temo che mi respingerà ancora. Se una scelta ha prodotto sofferenza, temo di ripeterla.

Così il passato sembra diventare una legge.

Heinz von Foerster: Ecco un punto importante. Le inferenze possono essere utili, ma possono anche rivelarsi inadeguate quando cambiano le condizioni.

Un sistema capace di apprendere deve poter modificare le proprie modalità operative.

Antonio Bruno: Quindi la memoria non dovrebbe servire soltanto a ripetere risposte che in passato hanno funzionato.

Dovrebbe permettermi anche di cambiare risposta.

Heinz von Foerster: È coerente con la concezione adattiva che sto proponendo.

Antonio Bruno: Mi viene allora una domanda: quale futuro sto rendendo possibile con il modo in cui utilizzo oggi la mia esperienza passata?

6. Una lettura fenomenologica: che cosa accade quando ricordo?

Antonio Bruno: Vorrei ora spostare la conversazione dalla spiegazione del sistema nervoso all'esperienza vissuta.

Quando ricordo un pomeriggio della mia infanzia, posso sentire nostalgia, tenerezza oppure dolore. Lo stesso episodio può suscitare emozioni diverse in momenti diversi della mia vita.

Che cosa ci dice questo fenomeno?

Heinz von Foerster: Ci invita a non trattare il ricordo come un oggetto immutabile.

La mia esposizione del 1963 riguarda soprattutto un modello cibernetico della memoria. Non offre una teoria completa dell'esperienza soggettiva.

Tuttavia, la sua osservazione è compatibile con l'idea che ricordare sia un'operazione attuale, dipendente dall'organizzazione presente del sistema.

Antonio Bruno: Se oggi ricordo con tenerezza un episodio che ieri ricordavo con rabbia, non significa necessariamente che sia cambiato il passato.

Significa che è cambiato il mio rapporto presente con quel passato.

Heinz von Foerster: Questa è una formulazione fenomenologica pertinente.

Antonio Bruno: Allora il mio passato non è soltanto ciò che mi è accaduto. È anche il modo in cui oggi faccio emergere ciò che mi è accaduto.

Heinz von Foerster: Purché manteniamo distinta la realtà degli eventi dalle nostre ricostruzioni.

Antonio Bruno: Certamente. Non posso cambiare il fatto che una persona mi abbia detto determinate parole. Posso però cambiare il significato che quelle parole assumono oggi nella mia vita.

Heinz von Foerster: E questo cambiamento può modificare le sue possibilità di azione.

7. L'incontro con Maturana: quale mondo faccio emergere?

Antonio Bruno: Vorrei coinvolgere idealmente anche Humberto Maturana, che lei cita nel suo intervento per gli studi sulla visione animale.

Maturana mi ha insegnato a chiedermi: «Come faccio quello che faccio?» e «Quale mondo faccio emergere facendo ciò che faccio?».

Mi sembra che la sua concezione della memoria sia vicina a queste domande.

Heinz von Foerster: Esiste una parentela intellettuale importante. Il lavoro di Maturana, insieme a quello di altri ricercatori, ha contribuito alla comprensione delle operazioni attraverso cui i sistemi nervosi estraggono caratteristiche dagli stimoli.

Nel mio intervento, questi studi sono richiamati proprio per discutere le capacità computazionali delle reti neurali.

Antonio Bruno: Se io considero una persona ostile, il mio comportamento nei suoi confronti può diventare difensivo. La persona può reagire alla mia difesa, e io posso interpretare la sua reazione come conferma della mia convinzione iniziale.

In questo modo non sto semplicemente osservando un mondo ostile. Sto partecipando alla costruzione di una relazione ostile.

Heinz von Foerster: È una buona illustrazione di un processo circolare, anche se va oltre il modello specifico che ho sviluppato nel 1963.

Antonio Bruno: E allora la domanda diventa etica.

Non soltanto «che cosa è vero di questa persona?», ma «che cosa sto facendo nella relazione mentre sostengo che questa persona è fatta così?».

Heinz von Foerster: Qui ci avviciniamo alle questioni che la cibernetica del secondo ordine svilupperà con maggiore chiarezza: l'osservatore non può essere escluso dalla descrizione delle proprie osservazioni.

8. Dalla memoria alla responsabilità

Antonio Bruno: Se non sono semplicemente il prodotto passivo dei ricordi, ma un essere vivente che continuamente riorganizza la propria esperienza, quale responsabilità ho nei confronti del mio modo di vivere?

Heinz von Foerster: Non dobbiamo confondere la possibilità di trasformazione con un controllo illimitato su noi stessi.

La storia di un sistema condiziona ciò che può fare. Ma proprio l'apprendimento introduce la possibilità di nuove modalità operative.

Antonio Bruno: Quindi non posso decidere arbitrariamente che cosa sentire, ma posso osservare che cosa faccio quando sento qualcosa.

Heinz von Foerster: Questa distinzione è importante.

Antonio Bruno: Se provo gelosia, per esempio, la gelosia è un'esperienza che riconosco. Ma controllare un'altra persona, interrogarla o limitarne la libertà sono azioni.

Posso distinguere l'emozione dall'azione.

Heinz von Foerster: E questa distinzione apre uno spazio di responsabilità.

Antonio Bruno: Allora non devo necessariamente eliminare la gelosia per smettere di comportarmi in modo possessivo.

Heinz von Foerster: È una possibilità che merita di essere esplorata, senza pretendere che la teoria della memoria da sola fornisca una soluzione psicologica.

Antonio Bruno: La mia domanda etica diventa: ciò che sto facendo, per conservare qualcosa che considero importante, sta realmente generando ciò che desidero conservare?

Se cerco di conservare l'intimità attraverso il controllo, sto generando intimità oppure distanza?

9. La memoria non è il destino

Antonio Bruno: Professore, vorrei tornare al titolo della sua conferenza.

Se la memoria non è un archivio, allora forse non sono condannato a vivere come ho sempre vissuto.

Heinz von Foerster: La possibilità di apprendere implica che l'organizzazione di un sistema non sia necessariamente immutabile.

Antonio Bruno: Per anni ho pensato che il mio passato spiegasse chi sono. Adesso comincio a considerare un'altra possibilità: il passato ha contribuito a generare il modo in cui vivo oggi, ma il modo in cui vivo oggi contribuisce a generare ciò che potrò diventare.

Heinz von Foerster: Questa è una conclusione coerente con la prospettiva adattiva, purché non dimentichiamo i vincoli biologici, storici e relazionali entro cui ogni cambiamento avviene.

Antonio Bruno: Vorrei allora formulare una domanda conclusiva.

Se la memoria non consiste nel conservare il passato, ma nel modificare l'organizzazione attraverso cui viviamo il presente e anticipiamo il futuro, che cosa significa dimenticare?

Heinz von Foerster: Nel quadro che propongo, dimenticare non deve essere interpretato esclusivamente come la cancellazione di una registrazione. Può riguardare una modificazione delle capacità del sistema di produrre determinate risposte, distinzioni o inferenze.

Non è necessario immaginare un documento che viene distrutto.

Antonio Bruno: Mi sembra una differenza straordinaria.

Potrei non riuscire più a ricostruire un evento e tuttavia conservare nel mio modo di vivere le trasformazioni che quell'evento ha contribuito a produrre.

Heinz von Foerster: È una possibilità compatibile con questa concezione della memoria.

Antonio Bruno: Allora posso aver dimenticato ciò che mi ha insegnato qualcosa, senza aver perduto ciò che ho imparato.

Heinz von Foerster: È una bella sintesi della distinzione fra registrazione e organizzazione.

10. L'ultima domanda: che cosa desidero conservare?

Antonio Bruno: Vorrei concludere con una domanda che sto imparando a rivolgere a me stesso.

Che cosa desidero conservare nel mio modo di vivere?

Perché se ogni mia esperienza contribuisce alla mia organizzazione, forse la questione non è soltanto come cambiare, ma anche che cosa desidero mantenere.

Heinz von Foerster: È una domanda che sposta la nostra conversazione dalla descrizione scientifica alla scelta personale.

La teoria può aiutarla a comprendere che un sistema si modifica attraverso le interazioni. Non può decidere al suo posto quali relazioni, quali valori e quali possibilità desideri conservare.

Antonio Bruno: Credo di voler conservare la capacità di amare, di conoscere, di emozionarmi, di cantare, di incontrare gli altri.

Ma non desidero necessariamente conservare il controllo, la paura dell'errore, l'obbligo di riuscire sempre.

Heinz von Foerster: Allora potrebbe essere utile distinguere ciò che considera prezioso dalle modalità con cui, fino a oggi, ha cercato di conservarlo.

Antonio Bruno: È proprio questo il punto.

Potrei desiderare di conservare l'amore, ma non il possesso.

La responsabilità, ma non il controllo.

La memoria, ma non la prigionia del passato.

La capacità di prevedere, ma non l'illusione di poter eliminare l'incertezza.

Heinz von Foerster: E così la domanda sull'organizzazione della memoria diventa una domanda sul modo di vivere.

Antonio Bruno: Sì. E mi accorgo che mentre parliamo sto facendo esattamente ciò di cui stiamo parlando.

Non sto semplicemente accumulando informazioni sulla sua teoria. Sto modificando il modo in cui considero la mia esperienza.

Heinz von Foerster: Allora questa conversazione non è soltanto qualcosa da ricordare. È anche un'interazione che può contribuire a cambiare il suo modo di pensare.

Antonio Bruno: Ed è qui che desidero fermarmi.

Perché all'inizio le chiedevo dove fosse conservato il passato.

Adesso mi interessa sapere che cosa sto facendo del mio presente.

E soprattutto quale futuro sto rendendo possibile vivendo così come vivo.

Riflessione conclusiva di Antonio Bruno

Il seguente testo è una riflessione originale sviluppata a partire dalla conversazione, non una citazione di von Foerster.

Ho trascorso una parte considerevole della mia vita pensando che ricordare significasse tornare indietro. Tornare nei luoghi, nelle relazioni, nelle emozioni, nelle scelte che avevo compiuto. E qualche volta ho desiderato tornare davvero, per fare diversamente ciò che allora avevo fatto.

Oggi mi accorgo che quel passato non è un luogo nel quale posso entrare nuovamente. È una storia che partecipa al modo in cui vivo adesso.

Quando ricordo, non viaggio nel tempo. Sono qui.

Quando provo nostalgia, sono qui.

Quando rimpiango qualcosa, sono qui.

E quando desidero una persona che appartiene alla mia storia, è qui, nel presente, che quel desiderio prende forma.

Questa consapevolezza non cancella il passato. Mi restituisce però la possibilità di non doverlo ripetere.

La memoria, allora, non è soltanto ciò che mi permette di riconoscere il mondo. È anche ciò che, attraverso l'apprendimento, può consentirmi di incontrarlo diversamente.

E forse vivere senza sforzo non significa vivere senza memoria, senza incertezza o senza perturbazioni. Significa smettere di pretendere che ogni esperienza debba confermare il mondo che già conosco.

Posso conservare ciò che amo senza pretendere che rimanga immutabile.

Posso accogliere ciò che emerge senza doverlo immediatamente controllare.

Posso riconoscere la mia storia senza farne il mio destino.

Perché non sono soltanto ciò che ricordo. Sono anche ciò che divento mentre vivo.

Riferimento principale: Heinz von Foerster, «Memory Without Record», intervento del 2 ottobre 1963. Le connessioni con l'esperienza personale, la fenomenologia, l'etica e le domande di Maturana sono sviluppi interpretativi del dialogo.

 

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