OGGI ASCOLTO Giorgio Conte – “Vuoi sapere perché”
OGGI ASCOLTO
Giorgio Conte – “Vuoi sapere perché”
L'amore, il calcetto e quella sottile differenza tra
scegliere e obbedire
Un articolo
dal taglio narrativo, musicale e civile, ispirato al giornalismo.
C'è una
domanda che mi accompagna mentre ascolto Giorgio Conte: può l'amore per una
donna impedirci di andare a giocare a calcetto con gli amici?
Sembra una
domanda da poco. Una di quelle che si fanno al bar, tra un caffè e una
discussione sul campionato. E invece, come spesso accade con le canzoni
intelligenti, dietro una piccola storia quotidiana si nasconde una questione
molto più grande.
La libertà.
Giorgio
Conte, che questa canzone l'ha scritta, parole e musica, ci arriva senza
prediche, senza manifesti, senza bisogno di alzare la voce. Ci arriva con
l'ironia, che è una delle forme più raffinate dell'intelligenza.
E
soprattutto ci arriva con la musica.
All'inizio
mi sembra di essere in una piazza di paese, una domenica mattina, con la banda
che attraversa le strade e i bambini che le corrono dietro.
Io sono uno
di quei bambini.
Mi vedo
mentre zompetto davanti ai musicisti, seguendo il ritmo, incurante di tutto,
felice semplicemente perché c'è una banda che suona.
E poi arriva
quella voce.
La voce di
Giorgio Conte.
Una voce che
non cerca la perfezione, che sembra quasi inciampare nelle parole, con una
fortissima inflessione, con quelle e aperte, anzi apertissime, che
diventano una specie di firma musicale. Una voce che non ha bisogno di
dimostrare niente, perché ha qualcosa da raccontare.
Ed è proprio
questo che mi piace.
Conte non
interpreta soltanto una canzone. Mette in scena un personaggio.
Un uomo che
continua a spiegare alla donna amata perché fa quello che fa. Perché è gentile,
perché pensa a lei, perché rinuncia a certe abitudini, perché preferisce
restare a casa.
La risposta
è sempre la stessa: perché la ama.
E io lo
ascolto sorridendo.
Ma poi
comincio a farmi delle domande.
Quando
faccio qualcosa perché amo una persona, sto scegliendo liberamente oppure sto
imparando a obbedire?
La
differenza è enorme.
Posso rinunciare
a una serata con gli amici perché desidero trascorrerla con la donna che amo.
Posso cambiare abitudini, modificare i miei programmi, perfino scoprire che
qualcosa che prima mi sembrava indispensabile oggi non mi interessa più.
Ma tutto
questo ha un significato soltanto se nasce da una scelta.
Se invece lo
faccio per paura di una reazione, per evitare un conflitto, per ottenere
approvazione, allora forse non sto più parlando d'amore.
Sto parlando
di potere.
E qui mi
torna in mente una riflessione di Humberto Maturana: il potere non esiste
indipendentemente dalla relazione nella quale qualcuno accetta di
sottomettersi.
È una
questione che merita attenzione.
Perché
spesso immaginiamo il potere come qualcosa che una persona possiede e un'altra
subisce. Ma nelle relazioni umane il potere si realizza anche attraverso i
comportamenti con cui lo riconosciamo, lo alimentiamo e lo conserviamo.
E allora mi
chiedo: quando domando il permesso alla donna che amo per andare a giocare a
calcetto, quale relazione sto contribuendo a costruire?
Non è il
chiedere in sé il problema.
Due persone
che vivono insieme si parlano, si consultano, tengono conto degli impegni
reciproci. Questa è convivenza, è attenzione, è responsabilità.
Il problema
nasce quando una delle due deve ottenere dall'altra l'autorizzazione a vivere
una parte della propria esistenza.
Perché
l'amore non dovrebbe essere un ufficio nel quale presentare domande e attendere
concessioni.
E non vorrei
che qualcuno pensasse che sto facendo un discorso contro le donne.
È
esattamente il contrario.
Perché la
stessa domanda la rivolgo agli uomini.
Quanti
uomini considerano naturale uscire con gli amici, andare allo stadio,
frequentare un circolo, giocare a calcetto, e poi trovano difficile accettare
che la propria compagna possa fare altrettanto?
Che possa
uscire da sola.
Che possa
incontrare chi desidera.
Che possa
avere una vita che non coincida continuamente con la loro.
Ecco il
punto.
Non possiamo
chiamare libertà quella che pretendiamo per noi e negare la stessa libertà alla
persona che diciamo di amare.
Il
patriarcato, allora, non è soltanto una questione di uomini che comandano e
donne che obbediscono.
È anche un
modo di intendere le relazioni, un sistema di aspettative, di ruoli e di
comportamenti che uomini e donne possono contribuire a riprodurre, pur
occupandovi posizioni storicamente molto diverse.
E
soprattutto è qualcosa che si apprende.
I bambini
non imparano a vivere soltanto ascoltando quello che diciamo.
Imparano
guardandoci.
Vedono come
un padre parla alla madre. Vedono come una madre parla al padre. Osservano chi
decide, chi rinuncia, chi chiede il permesso, chi si arrabbia, chi tace.
E da quelle
esperienze costruiscono, giorno dopo giorno, un'idea di ciò che significa
amare.
Per questo
la questione del calcetto non è affatto banale.
Ma torniamo
alla canzone.
Perché
Giorgio Conte, mentre io mi perdo in queste riflessioni, ha già cambiato
musica.
E qui arriva
la sorpresa.
La marcia da
banda di paese lascia spazio a un ritmo che richiama la samba brasiliana.
La canzone
si mette a ballare.
Il
protagonista, dopo aver spiegato tutte le cose che fa per amore, confessa che
quella sera vorrebbe uscire.
Lo aspettano
gli amici.
Devono
giocare a calcetto.
E lui spera
che la donna gli dica di andare.
È una scena
meravigliosamente comica.
Perché
improvvisamente tutta quella solenne dichiarazione d'amore sembra trasformarsi
in una lunga premessa per ottenere il consenso a una partitella.
E Conte lo
sa.
Lo sa
benissimo.
Non ha
bisogno di dircelo.
Gli basta
cambiare ritmo.
La musica fa
quello che talvolta le parole non riescono a fare: svela la contraddizione
senza giudicare il personaggio.
E io torno a
sorridere.
Mi immagino
ancora nella piazza, ma questa volta non zompetto più dietro la banda.
Mi muovo
seguendo quella samba, con la leggerezza di chi ha capito che si può parlare di
cose serie senza diventare seriosi.
Eppure resta
una domanda.
Dov'è, in
questa storia, il desiderio di perdersi nella donna amata, mentre lei desidera
perdersi in lui?
Perché per
me l'amore ha anche questa dimensione.
Non quella
di annullarsi nell'altro.
Non quella
di rinunciare alla propria identità.
Ma quella,
assai più difficile e straordinaria, di incontrarsi senza bisogno di
possedersi.
Io desidero
te.
Tu desideri
me.
E nessuno
dei due deve rinunciare a essere se stesso per rendere possibile
quell'incontro.
Ci si può
perdere insieme proprio perché nessuno dei due è prigioniero.
È una
differenza che cambia tutto.
Se resto con
te perché temo che tu possa offenderti quando esco, sto evitando una
conseguenza.
Se resto con
te perché in quel momento non desidero essere in nessun altro posto, sto
vivendo una scelta.
Da fuori i
due comportamenti possono sembrare identici.
Ma sono due
mondi completamente diversi.
Ed è forse
questa la cosa più interessante che mi lascia la canzone di Giorgio Conte.
La
possibilità di osservare come viviamo.
Non soltanto
quello che facciamo, ma come lo facciamo.
Perché
andiamo via.
Perché
restiamo.
Perché
chiediamo.
Perché
concediamo.
E
soprattutto perché chiamiamo amore ciò che facciamo.
Intanto la
musica continua.
La voce di
Conte conserva quella sua inflessione irresistibile, le vocali spalancate, il
gusto di raccontare una piccola commedia umana senza prendersi troppo sul
serio.
E alla fine
mi sembra quasi di vedere i giocatori che entrano in campo, qualcuno che
sistema le porte, un pallone che rotola e gli amici che chiamano quello che
arriva per ultimo.
Forse il
nostro protagonista ha ottenuto il permesso.
Forse no.
Ma io vorrei
immaginare un finale diverso.
Vorrei che
lui uscisse perché desidera giocare.
E che lei
fosse contenta di vederlo felice.
Vorrei che
il giorno dopo fosse lei a uscire con le amiche, senza dover giustificare la
propria libertà.
E che lui
fosse altrettanto contento.
Perché amare
una persona non significa diventare il custode della sua vita.
Significa
poter partecipare alla sua felicità, anche quando quella felicità, per qualche
ora, si svolge altrove.
Giorgio
Conte ci ha raccontato tutto questo, o forse soltanto una divertente storia di
calcetto e di vita coniugale.
Non importa.
Le canzoni,
quando sono belle, non finiscono dove finisce l'intenzione di chi le ha
scritte.
Continuano
dentro chi le ascolta.
E questa,
oggi, dentro di me, ha fatto nascere una domanda che vale più di mille
dichiarazioni d'amore.
Se per stare
insieme dobbiamo chiederci continuamente il permesso di essere noi stessi, che
cosa stiamo cercando di conservare: l'amore oppure il controllo?
Io, intanto,
continuo a zompetto dietro la banda.
Perché
Giorgio Conte mi ha ricordato un'altra cosa importante.
Che si può
riflettere sulla libertà, sul potere e sull'amore anche con un sorriso.
E magari con
un pallone tra i piedi.
Antonio
Bruno Pietro
Oggi ascolto
– 10 ottobre 2026

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