Il comunista che imparò a dubitare
Il comunista che imparò a
dubitare
Una conversazione epistemologica e fenomenologica tra
Antonio Bruno e Massimo D'Alema
1. Togliatti e la rivoluzione che non ci fu
Antonio
Bruno: Massimo,
vorrei cominciare dal 4 marzo 1964, nell'aula della Scuola Normale di Pisa.
Palmiro Togliatti viene interrogato dagli studenti sul perché il PCI, dopo la
Resistenza, non abbia fatto la rivoluzione.
Mi interessa
una cosa: quegli studenti conoscevano già la risposta che desideravano
ricevere?
Massimo
D'Alema: In parte
sì. Contestavano la moderazione del partito e ritenevano che fosse stata
perduta un'occasione rivoluzionaria.
Antonio
Bruno: Ecco. Quando
formuliamo una domanda aspettandoci una determinata risposta, stiamo cercando
di conoscere qualcosa oppure di ottenere conferma di ciò che già crediamo?
Massimo
D'Alema: Le due cose
possono sovrapporsi. Ma quella generazione voleva anche comprendere perché il
partito avesse compiuto determinate scelte.
Antonio
Bruno: Vorrei
utilizzare una distinzione di Heinz von Foerster. Possiamo osservare un
sistema, ma possiamo anche osservare noi stessi mentre lo osserviamo.
Nel primo
caso chiediamo: perché Togliatti non fece la rivoluzione?
Nel secondo:
quali convinzioni portano uno studente del 1964 a considerare la rivoluzione
una possibilità che avrebbe dovuto necessariamente realizzarsi?
E qui emerge
un problema epistemologico.
Noi
conosciamo il passato attraverso ciò che è effettivamente accaduto. Ma quando
diciamo che sarebbe stato possibile fare diversamente, introduciamo una storia
alternativa.
Quella
storia può essere ragionevole, persino storicamente argomentabile, ma non è
qualcosa che abbiamo osservato accadere.
Massimo
D'Alema: È vero. Il
giudizio storico tende spesso a ricostruire possibilità che non si sono
realizzate.
Antonio
Bruno: Allora le
domando: quando giudichiamo una scelta compiuta vent'anni prima, siamo
consapevoli di utilizzare conoscenze che chi la compì non poteva possedere?
E ancora: quanto
del nostro giudizio sul passato dipende dal futuro che abbiamo già vissuto?
2. Tre comunisti alla Normale: come nasce
un'appartenenza
Antonio
Bruno: Lei arriva
a Pisa il 15 novembre 1967. Incontra Fabio Mussi sulle scale della Normale.
Avete entrambi una valigia. Franco Balboni vi dice che siete, insieme a lui,
gli unici tre comunisti della Scuola.
Vorrei
fermare questa scena.
Due ragazzi
con la valigia.
Un
bibliotecario.
Una frase
che stabilisce immediatamente una distinzione: noi comunisti e gli altri.
Massimo
D'Alema: Era una
constatazione politica. Alla Normale eravamo una minoranza.
Antonio
Bruno: Certamente.
Ma quella frase non si limita a descrivere una situazione.
Produce
anche una relazione.
Da quel
momento voi tre potete riconoscervi come appartenenti a un medesimo gruppo.
E allora le
domando: l'appartenenza esiste prima che venga dichiarata oppure viene anche
costruita attraverso le conversazioni nelle quali ci riconosciamo appartenenti?
Massimo
D'Alema: Direi
entrambe le cose. Avevamo già una militanza, ma riconoscerci reciprocamente
creava immediatamente un legame.
Antonio
Bruno: Questo è
precisamente il punto che mi interessa in Maturana.
Le comunità
umane conservano la propria identità attraverso reti di conversazioni.
Ma ogni
appartenenza introduce anche una distinzione tra chi è dentro e chi è fuori.
La domanda
etica diventa allora:
posso
conservare la mia appartenenza senza trasformare chi non vi appartiene in un
avversario?
3. La prima giornata: il corpo precede la riflessione
Antonio
Bruno: Lei
racconta che, appena arrivati, scoprite una manifestazione contro un'iniziativa
del FUAN a sostegno dei colonnelli greci.
Lasciate le
valigie e vi gettate negli scontri.
Non avete
ancora sistemato i vostri libri, non conoscete la città e siete già coinvolti
in una battaglia politica.
Che cosa
accade in quel momento?
Massimo
D'Alema: Eravamo
giovani, militanti, profondamente antifascisti. La decisione fu immediata.
Antonio
Bruno: Immediata.
È proprio questa parola che vorrei esplorare.
Prima di
decidere, avete analizzato tutte le conseguenze possibili?
Massimo
D'Alema:
Evidentemente no.
Antonio
Bruno: E allora la
decisione non nasce soltanto da un ragionamento consapevole.
Nasce anche
da una disposizione emotiva, da una storia personale, da un'identità già
costruita.
Maturana
direbbe che ogni azione umana avviene in un dominio emozionale che ne rende
possibili determinate forme.
La domanda
fenomenologica è: come appariva quella piazza a un giovane comunista appena
arrivato?
Non come uno
spazio urbano neutrale.
Ma come un
luogo nel quale era necessario prendere posizione.
Massimo
D'Alema: Era così.
Antonio
Bruno: Allora
vorrei chiederle: quando diciamo «non potevamo fare diversamente», stiamo
descrivendo un'impossibilità reale oppure la ristrettezza delle possibilità che
riuscivamo a vedere in quel momento?
4. Il Sessantotto e il paradosso della liberazione
Antonio
Bruno: Il
movimento studentesco contestava l'autoritarismo universitario, la lezione
cattedratica, le gerarchie, il potere dei professori.
Voleva
sostituire la trasmissione verticale del sapere con seminari, ricerca
collettiva e partecipazione.
Mi sembra un
cambiamento epistemologico prima ancora che politico.
Massimo
D'Alema: Certamente.
Il movimento metteva in discussione anche il modo in cui si insegnava e si
produceva cultura.
Antonio
Bruno: Ma allora
le pongo una domanda.
Se contesto
il professore perché pretende di possedere la verità, e poi durante
un'assemblea impedisco a un altro studente di parlare perché non condivide la
mia posizione, che cosa sto facendo?
Massimo
D'Alema: Sto
riproducendo il comportamento autoritario che dichiaro di combattere.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
Ecco il
paradosso.
Il movimento
nasce per liberare, ma può produrre nuove forme di imposizione.
Non è
sufficiente dichiararsi antiautoritari per agire senza autoritarismo.
Come faccio
quello che faccio?
È questa la
domanda.
Se voglio
una società nella quale tutti possano esprimersi, sto già costruendo quella
società nel modo in cui tratto chi dissente?
Oppure sto
rinviando la libertà a un futuro che dovrebbe arrivare dopo la vittoria?
5. La violenza: che cosa accade quando il corpo
diventa un campo di battaglia?
Antonio
Bruno: Lei
racconta episodi di violenza molto concreti.
Le cariche
della polizia.
Il
manganello.
Il coltello
che le ferisce un dito.
L'aggressione
subita da Giorgio Pietrostefani sulle scale della Sapienza.
Vorrei
lasciare per un momento la spiegazione politica e tornare al vissuto.
Quando una
persona viene colpita, prima ancora di interpretare l'episodio, sente dolore.
Massimo
D'Alema:
Naturalmente. Ricordo ancora alcuni di quegli episodi.
Antonio
Bruno: Ma il
dolore non è soltanto fisico.
Quando
Pietrostefani la colpisce, lei scrive che ci rimane male anche perché riteneva
che certe cose tra compagni non si facessero.
Dunque due
aggressioni possono provocare vissuti differenti.
Un
avversario che mi colpisce può confermare la rappresentazione che ho di lui.
Un compagno
che mi colpisce può distruggere una rappresentazione nella quale avevo fiducia.
Massimo
D'Alema: Sì.
Quell'episodio mi ferì anche sul piano umano.
Antonio
Bruno: Allora il
vissuto non dipende soltanto dall'azione materiale.
Dipende dal
significato che quella relazione ha per noi.
E vorrei
chiederle: quando un compagno diventa violento nei nostri confronti, che
cosa viene meno? La fiducia nella persona, la fiducia nell'appartenenza o la
fiducia nelle nostre stesse convinzioni?
6. La doppia militanza: chi sono quando appartengo a
due mondi?
Antonio
Bruno: Lei
racconta di vivere contemporaneamente nella Scuola Normale, nel PCI e nel
movimento studentesco.
Tre
ambienti, tre sistemi di regole, tre modi di intendere l'azione.
Come
riusciva a conservarli insieme?
Massimo
D'Alema: Non era
facile. Esistevano tensioni continue, soprattutto tra la disciplina del partito
e la spontaneità del movimento.
Antonio
Bruno: Lei usa
un'espressione interessante: doppia militanza.
Ma io vorrei
chiederle: esistono davvero due identità separate dentro la stessa persona?
Oppure
esiste un essere umano che, entrando in relazioni differenti, assume
comportamenti differenti?
Massimo
D'Alema: La seconda
formulazione mi sembra più convincente.
Antonio
Bruno: Allora
consideriamo l'episodio della stazione di Pisa.
Lei
partecipa alla manifestazione organizzata dalla CGIL, seguendo le indicazioni
del partito.
Poi sente
che un altro corteo sta andando verso la stazione.
E decide di raggiungerlo.
In quel
momento che cosa sta conservando?
La
disciplina del partito?
No.
La sua
appartenenza al movimento?
Forse.
Ma forse sta
conservando soprattutto il desiderio di essere parte di qualcosa che sente
vivo, intenso, travolgente.
Massimo
D'Alema: Nel
racconto riconosco che spesso prevaleva la tentazione della rivolta.
Antonio
Bruno: E allora la
domanda diventa:
quando
diciamo che qualcosa ci trascina, che cosa stiamo facendo per lasciarci
trascinare?
Perché anche
il lasciarsi trascinare appartiene al nostro modo di partecipare a ciò che
accade.
7. Il silenzio dopo il rumore: la scoperta
dell'osservatore
Antonio
Bruno: Arriviamo a
un momento che considero uno dei più importanti dell'intero capitolo.
È l'estate
del 1968.
Dopo mesi di
assemblee, occupazioni, cortei, esami e discussioni, lei si ritrova nella
Scuola Normale quasi deserta.
Improvvisamente
c'è silenzio.
E comincia a
domandarsi se ciò che ha fatto abbia davvero un senso.
Massimo
D'Alema: Fu un
momento di grande stanchezza e disorientamento. Mi chiesi se stessi davvero
guidando gli eventi oppure se ne fossi trascinato.
Antonio
Bruno: Massimo,
qui avviene qualcosa di straordinario.
Fino a quel
momento lei osservava il movimento, gli avversari, il partito, l'università.
Ora comincia
a osservare se stesso mentre partecipa a tutto questo.
È il
passaggio dall'osservazione di primo ordine all'osservazione di secondo ordine.
Non domanda
più soltanto: che cosa sta accadendo?
Domanda: come
sto partecipando a ciò che accade?
E
soprattutto: che cosa sto facendo mentre credo di guidare gli eventi?
Massimo
D'Alema: È vero. In
quel momento emerse il dubbio che la mia presunzione di dominare gli
avvenimenti fosse infondata.
Antonio
Bruno: Vorrei
soffermarmi proprio sulla parola presunzione.
Non è una
condanna morale.
È il
riconoscimento di un limite epistemologico.
Noi non
controlliamo interamente i sistemi umani dei quali facciamo parte.
Possiamo
agire, influenzare, proporre, scegliere.
Ma non
possiamo determinare da soli ciò che emergerà dalle interazioni con gli altri.
E allora le
domando:
quel
silenzio fu una crisi oppure il primo momento nel quale riuscì a osservare il
suo stesso modo di vivere?
8. Praga: quando l'esperienza contraddice l'ideologia
Antonio
Bruno: Dopo quei
giorni di isolamento decide di partire per Praga con suo zio Domenico.
Arrivate
nella Cecoslovacchia della Primavera di Praga, dove Alexander Dubček cerca di
realizzare un socialismo più democratico.
Poi, il 21
agosto 1968, arrivano i carri armati.
Vorrei
partire dal rumore.
Lei pensa a
un martello pneumatico.
Suo zio
riconosce invece il rumore delle mitragliatrici.
Come
interpreta oggi questa differenza?
Massimo
D'Alema: Mio zio
aveva conosciuto la guerra. Io no. Lui disponeva di un'esperienza che a me
mancava.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
Due persone
ascoltano lo stesso rumore.
Ma non
vivono la stessa esperienza.
Per lei quel
rumore è inizialmente compatibile con un lavoro stradale.
Per suo zio
è compatibile con un'arma automatica.
Il suono
fisico può essere il medesimo.
Il mondo che
emerge è differente.
Questa è una
lezione epistemologica fondamentale: non basta ricevere uno stimolo per
determinarne il significato.
Il
significato emerge anche dalla storia dell'osservatore.
Massimo
D'Alema: E io ero
talmente sicuro della mia interpretazione da insistere che non potessero essere
mitragliatrici.
Antonio
Bruno: Ecco
un'altra domanda.
Che cosa ci
rende tanto sicuri di sapere, proprio quando non sappiamo?
Forse la
nostra esperienza precedente.
Forse la
fiducia nel nostro ruolo.
Forse
l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi.
Lei si
considerava più esperto di politica di suo zio.
Ma suo zio
aveva un'esperienza concreta che in quel momento era decisiva.
La
competenza in un dominio non garantisce la conoscenza in tutti gli altri.
9. Il comunista davanti ai carri armati comunisti
Antonio
Bruno: Lei si
ritrova nelle strade di Praga e vede i carri armati sovietici.
È un
comunista.
Ma quei
carri armati stanno reprimendo un tentativo di rinnovamento socialista.
Che cosa
accade dentro di lei?
Massimo
D'Alema: Provai
rabbia e dolore. Consideravo quell'intervento una violenza inaccettabile contro
un popolo che cercava libertà e democrazia.
Antonio
Bruno: Qui vorrei
introdurre una distinzione.
Lei non sta
osservando soltanto una forza militare straniera.
Sta
osservando una forza militare che appartiene al mondo politico nel quale si è
formato.
È una
contraddizione vissuta.
Non soltanto
pensata.
Massimo
D'Alema: Sì. Era una
situazione drammatica anche per la nostra identità politica.
Antonio
Bruno: E allora le
domando:
quando
l'esperienza contraddice una convinzione fondamentale, che cosa scegliamo di
conservare?
Possiamo
conservare la convinzione e negare l'esperienza.
Possiamo
conservare l'esperienza e abbandonare la convinzione.
Oppure
possiamo modificare la convinzione per renderla compatibile con ciò che abbiamo
vissuto.
Massimo
D'Alema: Per me fu
fondamentale la posizione assunta dal PCI contro l'intervento sovietico.
Antonio
Bruno: Perché le
consentiva di continuare a essere comunista senza dover giustificare ciò che
aveva visto.
Ma vorrei
porle una domanda più difficile.
Se il PCI
avesse approvato l'invasione, lei avrebbe avuto il coraggio di non seguirlo?
Massimo
D'Alema: Nel libro
affermo che avrei probabilmente preso una strada diversa.
Antonio
Bruno: Allora il
punto decisivo non era soltanto l'appartenenza al partito.
Esisteva
qualcosa che lei non era disposto a sacrificare per conservare
quell'appartenenza.
Forse la
libertà.
Forse la
democrazia.
Forse la
possibilità di non negare la propria esperienza.
E qui emerge
la domanda etica:
fino a che
punto posso conservare un'appartenenza senza rinunciare alla responsabilità di
ciò che vedo e faccio?
10. Il compagno che piange: quando una convinzione
crolla
Antonio
Bruno: C'è una
scena che mi ha profondamente colpito.
Un comunista
italiano a Praga ascolta l'appello alla protesta contro l'invasione.
Comincia a
suonare il clacson della propria automobile.
E piange.
Lei racconta
che non avrebbe mai immaginato di dover protestare contro l'Armata Rossa.
Vorrei
fermare questa immagine.
Un uomo.
Un'automobile.
Un clacson.
Le lacrime.
Che cosa sta
vivendo quell'uomo?
Massimo
D'Alema: Il dolore
di vedere un ideale tradito da chi avrebbe dovuto rappresentarlo.
Antonio
Bruno: Ma forse
sta vivendo anche qualcosa di più radicale.
Il mondo nel
quale aveva imparato a distinguere il bene dal male non funziona più come
prima.
L'Armata
Rossa, simbolo della liberazione dal nazifascismo, appare ora come una forza di
occupazione.
Non è
cambiata soltanto un'opinione.
È cambiato
il significato di un simbolo fondamentale.
Massimo
D'Alema: È una
lettura plausibile.
Antonio
Bruno: E allora la
domanda fenomenologica è:
che cosa accade
al nostro corpo quando il mondo che ci dava sicurezza smette improvvisamente di
essere riconoscibile?
Talvolta
piangiamo non perché abbiamo trovato una spiegazione.
Piangiamo
proprio perché le spiegazioni che possedevamo non bastano più.
11. La Bussola: quando il desiderio di giustizia
incontra la responsabilità
Antonio
Bruno: Arriviamo
alla notte del 31 dicembre 1968.
La Bussola.
Un locale
elegante.
Una cena
costosissima.
La protesta
contro il lusso e le disuguaglianze.
Lei
partecipa alla manifestazione portando con sé suo fratello Marco, sedicenne, e
Gioia, che aveva quattordici anni.
Oggi
definisce quella decisione irresponsabile.
Vorrei
chiederle: quando partì per la Bussola, che cosa desiderava ottenere?
Massimo
D'Alema: Volevamo
denunciare una disuguaglianza sociale che consideravamo intollerabile. Ma c'era
anche la ricerca di un gesto clamoroso, la voglia di partecipare a una protesta
radicale.
Antonio
Bruno: Ecco.
Proviamo a
distinguere lo scopo dichiarato dallo scopo che emerge nel comportamento.
Lo scopo
dichiarato era denunciare lo spreco.
Ma lei
stesso riconosce che c'era anche il gusto dello scontro.
Allora le
domando:
lo scopo
dello scopo era davvero cambiare la società oppure vivere l'emozione di
sentirsi protagonisti della rivoluzione?
Massimo
D'Alema: Nel libro
riconosco che quella componente esisteva e che fu un errore.
Antonio
Bruno: Qui emerge
la responsabilità.
Non basta
dire che la causa era giusta.
Dobbiamo
osservare che cosa produciamo attraverso le azioni che compiamo per sostenerla.
La
manifestazione finisce in tragedia.
Soriano
Ceccanti, sedicenne, viene colpito da un proiettile e rimane paralizzato.
La
responsabilità penale degli spari, come lei ricorda, non fu definitivamente
accertata.
Ma la
gravità di ciò che accadde non dipende dall'attribuire a lei una responsabilità
che il racconto non dimostra.
La questione
che desidero porle è differente.
Quando
riconosciamo che una nostra decisione ha esposto altre persone a un rischio,
come cambia il nostro modo di intendere la libertà?
Massimo
D'Alema: Diventiamo
consapevoli che l'entusiasmo e la convinzione non bastano a giustificare le
nostre scelte.
Antonio
Bruno: Ecco.
La libertà
non è soltanto poter fare ciò che desideriamo.
È anche
riconoscere che le nostre azioni partecipano alla costruzione del mondo nel
quale vivranno gli altri.
12. Il giovane che riconosce il proprio errore
Antonio
Bruno: Dopo la
Bussola, lei scrive sul suo quaderno di essersi lasciato prendere dal gusto
della violenza e dall'illusione di giocare alla rivoluzione.
Vorrei
domandarle una cosa.
Che
differenza c'è tra dire «ho sbagliato» e osservare come ho fatto a sbagliare?
Massimo
D'Alema: La seconda
domanda permette di comprendere meglio ciò che è accaduto.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
«Ho
sbagliato» può diventare una condanna di se stessi.
«Come ho
fatto quello che ho fatto?» apre invece la possibilità di osservare il
processo.
Che cosa
percepivo?
Che cosa
desideravo?
Che cosa
temevo?
Quali
alternative riuscivo a vedere?
Che cosa
stavo cercando di conservare?
E quali
conseguenze non avevo considerato?
La
riflessione non cancella l'errore.
Ma può
trasformare il nostro modo di agire.
Massimo
D'Alema: Fu infatti
un episodio che contribuì alla mia decisione di dedicarmi più stabilmente al
lavoro politico nel PCI.
Antonio
Bruno: E allora le
domando:
quella
decisione nacque dalla rinuncia alla rivoluzione oppure da una diversa
comprensione della responsabilità politica?
13. Pajetta: è meglio rischiare e sbagliare?
Antonio
Bruno: Dopo la
Bussola arriva Gian Carlo Pajetta.
Lei gli
racconta quanto accaduto e riconosce di aver sbagliato.
Pajetta le
risponde che è meglio rischiare e sbagliare che restare a casa.
È una frase
affascinante.
Ma vorrei
interrogarla.
È sempre
meglio rischiare e sbagliare?
Massimo
D'Alema: Pajetta
voleva valorizzare il coraggio e la partecipazione politica. Non credo
intendesse giustificare qualsiasi comportamento.
Antonio
Bruno: E tuttavia
la frase contiene un problema.
Chi corre il
rischio?
Chi sopporta
le conseguenze?
Se rischio
qualcosa che riguarda soltanto me, posso decidere di accettarne il prezzo.
Ma se il
rischio coinvolge altri, posso ancora considerarlo soltanto una mia scelta?
Massimo
D'Alema: No. La
responsabilità verso gli altri modifica il problema.
Antonio
Bruno: Allora la
domanda etica non è semplicemente:
«Sono
disposto a rischiare?»
Ma:
«Ho
considerato chi potrebbe subire le conseguenze del rischio che sto scegliendo?»
E questa
domanda vale per la politica, per il lavoro, per la famiglia, per ogni
relazione umana.
14. Il PCI che ascolta: può un'organizzazione cambiare
attraverso le domande?
Antonio
Bruno: Lei
racconta che Luigi Longo volle incontrare i dirigenti del movimento
studentesco.
Quattro ore
di conversazione.
E riconobbe
che il partito non aveva compreso pienamente ciò che stava emergendo nella
società.
Mi interessa
questo passaggio.
Un'organizzazione
politica può modificare il proprio modo di vivere attraverso l'ascolto?
Massimo
D'Alema: Certamente.
Il PCI cercò di comprendere il movimento e di mantenere un rapporto con le
nuove generazioni.
Antonio
Bruno: Ma
ascoltare non significa necessariamente accettare.
Significa
rendere possibile che ciò che dice l'altro modifichi le nostre distinzioni.
Se ascolto
soltanto per trovare argomenti con cui confutare, non sto realmente mettendo in
discussione il mio modo di osservare.
Massimo
D'Alema: Il
confronto nel partito era spesso duro, ma poteva essere anche formativo.
Antonio
Bruno: Lei
racconta che Giorgio Napolitano, dopo una sua replica critica durante una
riunione, le scrisse una lettera personale per rispondere puntualmente alle sue
osservazioni.
Questo mi
sembra un episodio importante.
Un dirigente
autorevole che prende sul serio un giovane.
Non gli dice
soltanto che ha torto.
Argomenta.
E allora le
chiedo:
che
differenza c'è tra esercitare autorità attraverso l'obbedienza ed esercitarla
rendendo possibile la riflessione?
15. Il Manifesto: che cosa scegliamo di conservare?
Antonio
Bruno: Arriviamo a
un altro momento decisivo.
Lei e Fabio
Mussi siete vicini alle posizioni del gruppo del Manifesto.
Ne
condividete molte critiche.
Ma quando si
profila la rottura con il PCI, decidete di rimanere nel partito.
Andate sul
monte Serra per parlarne.
Vorrei
immaginare quella scena.
Due amici.
Una
motocicletta.
La montagna.
Una scelta
difficile.
Massimo
D'Alema: Fu una
discussione lunga. Alla fine decidemmo di non seguire il gruppo fuori dal
partito.
Antonio
Bruno: Lei ricorda
una formula latina: Extra ecclesiam nulla salus.
Fuori dalla
Chiesa non c'è salvezza.
È una frase
molto forte, soprattutto applicata a un partito politico.
Massimo D'Alema: Esprimeva quanto fosse profondo il
nostro legame con il PCI.
Antonio
Bruno: E allora le
pongo una domanda epistemologica.
Quando
un'organizzazione diventa il luogo nel quale riconosciamo la nostra identità,
riusciamo ancora a immaginare una vita significativa fuori da essa?
Massimo
D'Alema: Per noi, in
quel momento, era molto difficile.
Antonio
Bruno: Ecco.
La
difficoltà di immaginare un'alternativa non dimostra che quell'alternativa sia
impossibile.
Mostra quali
possibilità sono disponibili al nostro osservare.
Ma c'è anche
un'altra domanda.
Lei votò
contro le radiazioni.
Dunque
rimase nel partito senza condividere quella decisione.
Che cosa
stava conservando: l'obbedienza all'organizzazione oppure la possibilità di
trasformarla dall'interno?
Forse entrambe
le cose, in una tensione che non poteva essere risolta una volta per tutte.
16. Il nonno di Gioia e le uova al tegamino
Antonio
Bruno: C'è un
episodio che considero di straordinaria profondità filosofica.
Lei incontra
il nonno di Gioia, un anziano medico ebreo che aveva conosciuto le persecuzioni
naziste.
L'uomo
comprende le finalità ideali del comunismo, ma ne critica il prezzo storico.
Per
spiegarsi utilizza l'immagine di una casa bruciata per cucinare due uova al
tegamino.
Vorrei
soffermarmi su questa metafora.
Massimo
D'Alema: Fu una
conversazione che mi rimase impressa per tutta la vita.
Antonio
Bruno: Perché
contiene una domanda etica radicale.
Quanto siamo
disposti a distruggere per realizzare qualcosa che consideriamo buono?
Le uova
possono essere buone.
Ma se per
cucinarle bruciamo la casa, il risultato non può essere valutato ignorando il
processo che lo ha prodotto.
Massimo
D'Alema: Era la sua
critica al costo umano e storico del comunismo.
Antonio
Bruno: E qui
ritorniamo a Maturana.
Non basta
domandare quale mondo vogliamo costruire.
Dobbiamo
osservare quale mondo stiamo già producendo attraverso il modo in cui cerchiamo
di costruirlo.
Se per
realizzare la libertà distruggiamo la libertà, che cosa stiamo realmente
conservando?
Se per
realizzare la giustizia produciamo ingiustizia, che cosa stiamo facendo?
La bontà del
fine non cancella la responsabilità per i mezzi.
17. La politica e l'amore: quando una comunità decide
per noi
Antonio
Bruno: Lei
racconta anche il rapporto con Gioia.
Vivete
insieme senza essere sposati.
Il partito
considera questa situazione problematica per un giovane dirigente.
Alla fine
contribuisce a organizzare il matrimonio.
Vorrei
chiederle: chi stava scegliendo di sposarsi?
Massimo
D'Alema: Formalmente
noi. Ma certamente subimmo una pressione da parte dell'ambiente politico.
Antonio
Bruno: Ecco una
distinzione importante.
Una
decisione può essere formalmente libera e, nello stesso tempo, maturare dentro
aspettative relazionali molto forti.
Il problema
non è stabilire dall'esterno se quella scelta fosse autentica o meno.
È osservare
come si è prodotta.
Che cosa
desideravate conservare sposandovi?
La relazione
amorosa?
La
tranquillità?
L'appartenenza
alla comunità politica?
L'immagine
pubblica?
Massimo
D'Alema: Probabilmente
più di una di queste cose.
Antonio
Bruno: E allora la
domanda successiva è:
il modo in
cui stavate cercando di conservare la relazione stava davvero generando la
relazione che desideravate vivere?
Perché
talvolta, nel tentativo di proteggere qualcosa, introduciamo condizioni che
finiscono per trasformarla profondamente.
18. L'ultima domanda: il Sessantotto è finito?
Antonio
Bruno: Massimo,
lei racconta il Sessantotto come una grande esperienza collettiva.
Un'onda.
Un movimento
capace di modificare la società, ma anche di trascinare le persone.
Oggi,
ricostruendo quegli anni, riconosce entusiasmi, errori, conquiste,
contraddizioni.
Vorrei
chiederle:
il
Sessantotto è qualcosa che è finito oppure qualcosa che continua a vivere nel
modo in cui lei osserva il mondo?
Massimo
D'Alema: Come evento
storico appartiene al passato. Ma ha certamente contribuito a formare il mio
modo di pensare e di vivere.
Antonio
Bruno: E allora
potremmo dire che il Sessantotto non esiste più come presente storico, ma
continua a partecipare al presente di chi lo ha vissuto.
Non come un
oggetto conservato intatto.
Come una
storia che viene continuamente ricostruita.
Lei oggi può
vedere cose che allora non vedeva.
Può
riconoscere errori che allora non riconosceva.
Può
attribuire significati differenti a decisioni che, nel momento in cui le prese,
le apparivano necessarie.
E allora
vorrei concludere con una domanda.
Se il
Massimo D'Alema di oggi potesse incontrare il ragazzo del 1968, cercherebbe di
convincerlo a fare scelte differenti oppure proverebbe prima a comprendere come
quel ragazzo faceva ciò che faceva?
Massimo
D'Alema: Credo che
dovrei prima cercare di comprenderlo. Non sarebbe giusto giudicarlo come se
conoscesse tutto ciò che conosco oggi.
Antonio
Bruno: È proprio
qui che volevo arrivare.
Comprendere
non significa giustificare.
Non
significa cancellare le responsabilità.
Significa
riconoscere che ogni scelta avviene dentro un presente nel quale il futuro non
è ancora conosciuto.
E che la
riflessione può cambiare il nostro modo di vivere senza pretendere di cambiare
ciò che è già accaduto.
Antonio Bruno — Riflessione conclusiva
In questa
terza conversazione ho incontrato idealmente un Massimo D'Alema diverso da
quello che siamo abituati a riconoscere nelle cronache politiche.
Non il
presidente del Consiglio.
Non il
dirigente del PCI.
Non l'uomo
delle istituzioni.
Ma un
giovane che vuole cambiare il mondo e che, proprio attraverso il tentativo di cambiarlo,
comincia a scoprire i limiti delle proprie certezze.
A Pisa
sperimenta l'appartenenza e il conflitto.
Nel
movimento studentesco sperimenta l'entusiasmo e la violenza.
Nel silenzio
della Scuola Normale scopre di non controllare tutto ciò che credeva di
guidare.
A Praga vede
i carri armati di un sistema politico al quale appartiene reprimere la libertà
che desiderava difendere.
Alla Bussola
comprende che una causa ritenuta giusta non rende automaticamente giuste tutte
le azioni compiute in suo nome.
Sul monte
Serra sceglie di conservare l'appartenenza al PCI, pur senza condividere tutte
le decisioni del partito.
Nella
relazione con Gioia incontra il peso delle aspettative sociali sulle scelte
personali.
E nel
racconto del nonno di Gioia incontra una domanda che nessuna ideologia dovrebbe
poter eludere:
quanto
costa, agli esseri umani, il mondo che diciamo di voler costruire?
Per me il
punto fondamentale è questo.
Non siamo
osservatori esterni alla nostra vita.
Siamo
partecipanti.
Ogni volta
che distinguiamo, interpretiamo, giudichiamo e scegliamo, contribuiamo a far
emergere un mondo.
Ecco perché
considero così importanti le domande di Maturana:
Come faccio
quello che faccio?
Che cosa
desidero conservare?
Qual è lo
scopo del mio agire?
E qual è lo
scopo dello scopo?
A queste
aggiungerei la domanda etica:
il modo in
cui sto cercando di realizzare ciò che desidero sta facendo del male a
qualcuno?
La risposta
non può essere affidata una volta per tutte a un partito, a un maestro, a
un'ideologia o a un'autorità.
Richiede la
disponibilità a osservare continuamente il nostro stesso agire.
Forse la
maturità non consiste nel non sbagliare più.
Consiste
nell'accorgerci di come partecipiamo a ciò che accade, riconoscere le
conseguenze delle nostre azioni e scegliere se continuare a vivere nello stesso
modo.
Perché il
passato non possiamo cambiarlo.
Ma possiamo
cambiare il mondo che facciamo emergere, oggi, nel modo in cui lo ricordiamo e
nel modo in cui scegliamo di vivere.
Antonio
Bruno Pietro
Conversazione
immaginaria ispirata al capitolo «Un comunista nel movimento studentesco», da
Eravamo comunisti di Massimo D'Alema, Feltrinelli.

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