La vita non è una cosa: è un'organizzazione che continua a prodursi

 


CONVERSAZIONI CON ANTONIO BRUNO

La vita non è una cosa: è un'organizzazione che continua a prodursi

Antonio Bruno dialoga con Heinz von Foerster

Una conversazione immaginaria, costruita a partire dal saggio Molecular Bionics di Heinz von Foerster, presentato il 20 marzo 1963 a Dayton, Ohio. Attraverso domande epistemologiche e fenomenologiche, Antonio Bruno interroga il rapporto tra energia, informazione, organizzazione, memoria e vita.

Antonio Bruno: Heinz, vorrei cominciare dal titolo del tuo lavoro: Molecular Bionics. Mi domando che cosa tu stia cercando veramente. Vuoi spiegare come funziona la vita oppure vuoi comprendere come sia possibile che qualcosa di vivente emerga dalla materia?

Heinz von Foerster: La seconda domanda è più vicina al mio interesse. Non voglio semplicemente descrivere gli organismi. Voglio comprendere quali proprietà delle strutture molecolari rendano possibile la formazione e il mantenimento di sistemi organizzati. Il problema fondamentale è il rapporto tra energia e ordine.

Antonio: Ma quando dici ordine, che cosa stai osservando? L'ordine è una proprietà della materia oppure è una distinzione che compie l'osservatore?

Heinz: Questa è una domanda che ci porta oltre la fisica del mio saggio, verso l'epistemologia. Nel lavoro del 1963 utilizzo una misura matematica dell'ordine, derivata dall'entropia informazionale di Shannon. Ma tu mi chiedi qualcosa di ulteriore: chi stabilisce che una configurazione sia ordinata?

Antonio: Esattamente. Perché io posso guardare un bosco e vedere disordine, mentre un ecologo può riconoscere relazioni straordinariamente complesse. Il bosco è cambiato oppure è cambiato il modo in cui lo distinguo?

Heinz: È cambiata la tua descrizione. E questo non significa che il bosco non esista. Significa che ogni descrizione richiede un osservatore che scelga le proprie distinzioni.

Antonio: Allora il problema non è soltanto come la materia si organizzi, ma anche come noi arriviamo a chiamare organizzazione ciò che osserviamo.

Heinz: Precisamente. Dobbiamo distinguere il processo fisico dalla descrizione che ne costruiamo.

1. Dal disordine alla coerenza: il mistero della luce

Antonio: Nel tuo lavoro cominci con il funzionamento del laser a rubino. Perché hai scelto proprio la luce?

Heinz: Perché rappresenta un esempio relativamente semplice di trasformazione energetica accompagnata da un aumento dell'ordine. La luce incidente può eccitare gli atomi di cromo presenti nel rubino. Attraverso una successione di transizioni energetiche e mediante emissione stimolata, possiamo ottenere radiazione coerente.

Antonio: Spiegamelo senza ricorrere alla fisica quantistica.

Heinz: Immagina una folla nella quale ciascuno cammina seguendo una direzione differente. Poi immagina che, grazie a un particolare meccanismo, molte persone comincino a procedere con un movimento coordinato. L'energia non è necessariamente aumentata: è cambiata la sua organizzazione.

Antonio: Eppure c'è qualcosa che mi incuriosisce. Perché nel tuo esempio gli atomi di cromo riescono a produrre questo risultato?

Heinz: Perché possiedono specifiche proprietà strutturali ed energetiche. Il risultato non dipende soltanto dall'energia introdotta, ma dalle caratteristiche del sistema attraverso il quale quell'energia passa.

Antonio: Quindi la stessa perturbazione può produrre conseguenze differenti in sistemi differenti.

Heinz: Sì. E qui puoi riconoscere un principio che diventerà centrale nella mia riflessione sulla cibernetica: non possiamo comprendere una risposta considerando soltanto ciò che arriva dall'esterno. Dobbiamo considerare l'organizzazione del sistema che riceve la perturbazione.

Antonio: Questo mi richiama Humberto Maturana. Quando sostiene che le perturbazioni non specificano ciò che accade in un sistema, ma che è la struttura del sistema a determinarne i cambiamenti.

Heinz: L'accostamento è pertinente, purché distinguiamo le formulazioni teoriche. Il mio esempio riguarda un dispositivo fisico. Il principio di determinazione strutturale, sviluppato da Maturana, appartiene a una teoria più ampia dell'organizzazione dei viventi.

Antonio: Ma allora posso già formulare una prima domanda che riguarda la mia esistenza: quando qualcosa mi accade, sono davvero gli eventi a determinare ciò che provo, oppure è la mia organizzazione presente a partecipare alla produzione di quella esperienza?

Heinz: La seconda possibilità apre un campo di osservazione molto più ricco. Non cancella l'importanza degli eventi, ma ti invita a esaminare come vi partecipi.

2. La memoria non è un magazzino del passato

Antonio: Passiamo alla seconda parte del tuo saggio, dove parli della capacità delle molecole di immagazzinare informazioni.

Tu sostieni che una molecola complessa può conservare tracce degli eventi attraverso i quali si è formata.

Significa che la materia possiede una memoria?

Heinz: In un senso fisico e strutturale, sì. Una configurazione molecolare può dipendere dalla storia delle trasformazioni che l'hanno prodotta. La struttura presente può quindi conservare conseguenze di eventi precedenti.

Antonio: Questo mi interessa moltissimo. Perché noi esseri umani siamo abituati a pensare alla memoria come a qualcosa che custodisce il passato. Come se esistesse un archivio nel quale sono conservati gli avvenimenti.

Heinz: E tu come descriveresti la memoria?

Antonio: Direi che quando ricordo, sto facendo qualcosa adesso. Non torno realmente al passato. Sto ricostruendo nel presente qualcosa che chiamo passato.

Heinz: Questa distinzione è fondamentale. Il fatto che una struttura presente dipenda dalla propria storia non significa che quella storia sia conservata come una registrazione completa e immutabile.

Antonio: Dunque, quando ricordo un episodio di ventotto anni fa, non sto incontrando l'episodio del passato, ma una ricostruzione che realizzo oggi.

Heinz: Sì, se parliamo della memoria autobiografica. Il ricordo è un'attività presente, pur essendo vincolata da tracce e conoscenze relative a ciò che è accaduto.

Antonio: E se oggi dico che allora avrei dovuto comportarmi diversamente?

Heinz: Stai confrontando due situazioni che non sono equivalenti. Il te di allora non disponeva dell'intera storia di esperienze che oggi contribuisce al tuo giudizio.

Antonio: Quindi il rimpianto nasce anche dal confronto tra ciò che feci allora e ciò che oggi immagino che avrei potuto fare.

Heinz: È una possibilità. Ma fai attenzione: riconoscere il carattere ricostruttivo della memoria non significa negare la responsabilità per le azioni passate. Significa distinguere la responsabilità dalla pretesa impossibile di modificare ciò che è già avvenuto.

Antonio: Allora potrei dire che il passato non è il luogo nel quale posso intervenire. Posso intervenire soltanto nel presente, nel modo in cui oggi vivo la mia storia.

Heinz: E questa è una distinzione che può cambiare profondamente il tuo modo di agire.

3. Una molecola può calcolare?

Antonio: Arriviamo alla parte che mi ha sorpreso maggiormente. Tu descrivi una macromolecola che funziona come un calcolatore.

Non riesco a immaginare una molecola che esegue calcoli.

Heinz: Non devi immaginarla come un essere umano che ragiona. Devi considerare una struttura capace di trasformare una configurazione in un'altra secondo regole definite.

Nel mio lavoro riprendo un modello di Howard Pattee. Immagina due tipi di elementi, A e B, che si assemblano formando una struttura elicoidale.

Ogni nuovo elemento viene scelto confrontando due elementi già presenti.

Antonio: Qual è la regola?

Heinz: È semplicissima:

  • Se i due elementi confrontati sono uguali, si aggiunge A.
  • Se sono differenti, si aggiunge B.

Formalmente:

\[ x_{n+1}= \begin{cases} A & \text{se }x_n=x_{n-6}\\ B & \text{se }x_n\ne x_{n-6} \end{cases} \]

Antonio: E da una regola così semplice che cosa nasce?

Heinz: Una sequenza complessa e periodica. Nel modello descritto, la sequenza ha un periodo massimo di 127 simboli non nulli, associato alle configurazioni di un registro binario a sette posizioni.

Antonio: Quindi non occorre che qualcuno conosca anticipatamente tutta la sequenza.

Heinz: Esatto. La sequenza viene generata dall'applicazione ricorrente della regola.

Antonio: Questo mi sembra straordinario. La complessità del risultato non richiede necessariamente una regola altrettanto complessa.

Heinz: Proprio così. E soprattutto non richiede che il sistema possieda una rappresentazione completa del proprio futuro.

Antonio: Qui vorrei introdurre una domanda epistemologica: quando noi diciamo che la molecola calcola, stiamo descrivendo ciò che essa fa oppure stiamo utilizzando il linguaggio della computazione per interpretare il suo comportamento?

Heinz: Nel modello stiamo stabilendo un isomorfismo logico tra due sistemi: la crescita della struttura molecolare e il funzionamento di un registro binario a retroazione. Non stiamo attribuendo alla molecola intenzionalità, coscienza o comprensione.

Antonio: Quindi dire che una molecola elabora informazione non equivale a dire che sa di elaborarla.

Heinz: Esattamente.

Antonio: E questo impedisce di confondere la computazione con il pensiero.

Heinz: Una distinzione indispensabile.

4. La vita e la capacità di continuare

Antonio: C'è un particolare del modello di Pattee che mi ha colpito. Se la struttura elicoidale viene spezzata, i frammenti possono continuare a crescere secondo la medesima regola.

È quasi una metafora della vita.

Heinz: Nel modello, la capacità di proseguire dipende dal fatto che ciascun frammento conservi la configurazione necessaria alla generazione della sequenza.

Antonio: Vorrei portare questa idea nella mia esperienza.

Quando qualcosa interrompe il mio modo abituale di vivere, ho spesso la sensazione di dover ricostruire tutto. Come se la continuità della mia esistenza dipendesse dal conservare intatte le condizioni precedenti.

Heinz: E che cosa accade se osservi la continuità non come conservazione di tutte le condizioni, ma come capacità di continuare a generare organizzazione?

Antonio: Cambia completamente la domanda.

Non mi chiederei più: come posso impedire che qualcosa cambi?

Mi chiederei: come sto continuando a vivere mentre qualcosa cambia?

Heinz: È una distinzione feconda. Naturalmente non possiamo trasferire direttamente le proprietà di una sequenza molecolare alla vita psicologica. Ma possiamo utilizzare il modello per costruire una domanda nuova.

Antonio: Una domanda che potrebbe essere: quale organizzazione sto conservando attraverso i miei cambiamenti?

Heinz: E anche: ciò che conservi ti permette di generare nuove possibilità oppure riproduce soltanto configurazioni già conosciute?

Antonio: Questa domanda mi porta al problema del controllo.

Per molto tempo ho pensato che vivere responsabilmente significasse prevedere, organizzare e controllare.

Ma se un sistema vivente è continuamente impegnato in trasformazioni, pretendere di controllare tutto significa forse non riconoscere la natura stessa del vivere.

Heinz: Bisogna distinguere tra coordinare le proprie azioni e pretendere di determinare completamente il corso degli eventi. La seconda pretesa è incompatibile con la complessità delle relazioni nelle quali viviamo.

5. L'energia non basta: occorre una struttura

Antonio: Nel tuo saggio sostieni che negli organismi viventi l'energia viene prodotta o acquisita in determinati luoghi e utilizzata in altri.

Fai l'esempio dell'ATP.

Heinz: Sì. I sistemi biologici non si limitano a ricevere energia. Devono renderla disponibile nei luoghi e nei momenti appropriati.

L'ATP partecipa a numerosi processi di trasferimento energetico. Il suo ruolo dipende dalla struttura molecolare e dalle reazioni nelle quali è coinvolto.

Antonio: Tu usi un'immagine molto interessante: l'energia deve avere un indirizzo.

Heinz: Esatto. Nel linguaggio del saggio, la struttura deve consentire un trasferimento selettivo dell'energia verso il luogo di utilizzazione.

Antonio: E qui nasce una domanda che riguarda anche le relazioni umane.

Se io possiedo moltissima energia, moltissimo desiderio, moltissima volontà, ma non riesco a organizzarli in un'azione adeguata, quell'energia può rimanere inutilizzata oppure produrre conseguenze che non desidero.

Heinz: Come analogia può essere utile, ma non devi confondere l'energia fisica con il desiderio o la motivazione psicologica. Sono concetti differenti.

Antonio: Certamente. Non voglio trasformare la biologia in psicologia. Voglio osservare come una descrizione scientifica possa suggerirmi nuove distinzioni.

Heinz: Allora la tua domanda potrebbe diventare: in che modo organizzo le mie azioni affinché ciò che desidero sia coerente con ciò che effettivamente faccio?

Antonio: E soprattutto: quali conseguenze produco nelle persone con le quali vivo?

Heinz: Questa è già una domanda etica.

6. Che cosa significa auto-organizzazione?

Antonio: Arriviamo al cuore del tuo lavoro.

Tu proponi che un sistema autenticamente auto-organizzante debba soddisfare due condizioni: l'ordine relativo deve aumentare nel tempo e deve aumentare anche al crescere dell'energia del sistema.

Perché non ti basta che aumenti l'ordine?

Heinz: Perché anche un cristallo che si forma in una soluzione sovrasatura può presentare un aumento dell'ordine strutturale. Ma io sto cercando una caratterizzazione più specifica dei processi che possono sostenere l'organizzazione vivente.

Nel saggio propongo dunque di considerare congiuntamente due relazioni:

\[ \frac{dR}{dt}>0 \qquad \frac{\partial R}{\partial E}>0 \]

dove \(R\) rappresenta l'ordine relativo, \(t\) il tempo ed \(E\) l'energia.

Antonio: Ma allora questa è una definizione definitiva della vita?

Heinz: No. È una proposta teorica, formulata nel contesto di quel lavoro, per distinguere certi sistemi auto-organizzanti da altri processi ordinativi. Non costituisce da sola una definizione biologica completa della vita.

Antonio: Mi interessa la tua cautela. Perché ogni volta che formuliamo una definizione corriamo il rischio di scambiarla per la cosa definita.

Heinz: Ecco un problema epistemologico fondamentale. Una descrizione può essere efficace entro un determinato campo di osservazione senza esaurire tutto ciò che descrive.

Antonio: Quindi non dovrei chiedere soltanto se una definizione sia vera, ma anche quali fenomeni mi consenta di distinguere e quali lasci fuori.

Heinz: Esattamente.

Antonio: Questo mi fa pensare a un essere umano che vive secondo regole rigidissime. Dall'esterno la sua esistenza potrebbe apparire perfettamente ordinata. Eppure potrebbe sperimentare una profonda sofferenza.

Heinz: Perché l'ordine strutturale, il benessere psicologico e la qualità dell'esperienza non sono la stessa variabile.

Antonio: Allora una vita ordinata non è necessariamente una vita che mi piace vivere.

Heinz: È una conclusione legittima, purché riconosciamo che stiamo passando dalla teoria fisica alla riflessione esistenziale.

7. La fenomenologia: come vivo ciò che faccio?

Antonio: Vorrei adesso spostare la conversazione dal sistema osservato all'esperienza dell'osservatore.

Quando tu descrivi una molecola, costruisci un modello del suo comportamento.

Quando io descrivo la mia vita, che cosa sto facendo?

Heinz: Stai producendo una descrizione nella quale sei contemporaneamente colui che osserva e parte di ciò che viene osservato.

Antonio: Ma non posso uscire da me stesso per guardarmi dall'esterno.

Heinz: Non completamente. Ogni tua osservazione avviene attraverso le possibilità e i limiti della tua organizzazione.

Antonio: E allora come posso accorgermi del modo in cui sto vivendo?

Heinz: Attraverso nuove distinzioni, attraverso l'attenzione alle tue azioni e alle loro conseguenze, e attraverso il confronto con altri osservatori.

Antonio: Provo a formulare una sequenza.

Mi accorgo di ciò che sto vivendo.

Mi domando che cosa percepisco.

Osservo che cosa sto facendo.

Ricostruisco come sono arrivato a farlo.

Immagino quali mondi potrebbero emergere continuando a farlo.

Infine scelgo.

Heinz: Questa è una procedura riflessiva interessante. Non deriva direttamente dal modello molecolare del mio saggio, ma è coerente con un atteggiamento cibernetico di osservazione dei propri processi.

Antonio: Vorrei aggiungere una domanda: che cosa sto cercando di conservare attraverso il mio comportamento?

Heinz: Perché questa domanda?

Antonio: Perché potrei scoprire che continuo a fare qualcosa non perché mi piaccia, ma perché attraverso quel comportamento cerco di conservare sicurezza, riconoscimento, controllo oppure un'immagine di me stesso.

Heinz: E una volta riconosciuto ciò che cerchi di conservare?

Antonio: Potrei domandarmi se il modo in cui lo sto conservando produce davvero il mondo nel quale desidero vivere.

Heinz: Qui la tua osservazione diventa anche responsabilità.

8. Il problema della libertà

Antonio: Heinz, se le strutture determinano le trasformazioni possibili, dove si trova la libertà?

Non rischiamo di descrivere un universo nel quale tutto è già stabilito?

Heinz: Dipende da ciò che intendi per determinazione.

Dire che un sistema opera secondo la propria organizzazione non significa necessariamente che un osservatore possa prevedere tutto ciò che accadrà.

Nei sistemi complessi possono emergere comportamenti che non sono facilmente prevedibili dalla descrizione delle singole componenti.

Antonio: Ma io posso scegliere?

Heinz: Possiamo descrivere la scelta come un processo che avviene all'interno della tua organizzazione e delle tue relazioni. Non occorre immaginare un soggetto separato dal mondo per riconoscere che le sue decisioni hanno conseguenze.

Antonio: E se la mia scelta fosse semplicemente la conseguenza della mia storia?

Heinz: La tua storia partecipa alla tua organizzazione presente. Ma anche la riflessione che stai compiendo ora è un evento della tua storia e può modificarne gli sviluppi successivi.

Antonio: Quindi quando mi interrogo sul mio modo di vivere non sto semplicemente contemplando una struttura immutabile. Sto partecipando a un processo che può trasformarla.

Heinz: Sì. L'osservazione di sé può entrare nel circuito delle azioni future.

Antonio: Mi sembra che questa sia una forma di libertà molto diversa da quella che immaginavo.

Non essere libero da ogni condizionamento, ma poter partecipare consapevolmente alle trasformazioni della propria esistenza.

Heinz: È una formulazione filosofica possibile.

9. Dall'epistemologia all'etica

Antonio: Adesso vorrei farti una domanda che considero decisiva.

Se non posso conoscere il mondo indipendentemente dalle mie distinzioni, se le mie azioni partecipano alla produzione del mondo nel quale vivo, quale responsabilità ho verso gli altri?

Heinz: La responsabilità diventa centrale proprio quando riconosci che le tue descrizioni non sono innocenti. Le distinzioni che utilizzi orientano le tue azioni, e le tue azioni hanno conseguenze.

Antonio: Allora la domanda etica non può limitarsi a stabilire se io abbia ragione.

Heinz: No. Puoi anche chiederti quali possibilità le tue azioni aprano o chiudano agli altri.

Antonio: Mi viene in mente una situazione molto comune.

Io voglio essere compreso da una persona. Per ottenere comprensione, insisto, spiego, argomento, ripeto. Più insisto, più l'altra persona si allontana.

Se osservo soltanto il mio scopo, continuerò a dire che sto cercando comprensione.

Ma se osservo le conseguenze delle mie azioni, potrei scoprire che sto contribuendo a produrre distanza.

Heinz: Hai individuato la differenza tra intenzione e conseguenza relazionale.

Antonio: E allora potrei chiedermi: il modo in cui cerco di conservare una relazione sta generando la relazione che desidero?

Heinz: Questa domanda ti permette di osservare non soltanto ciò che vuoi, ma ciò che fai accadere attraverso il tuo comportamento.

Antonio: E soprattutto mi impedisce di attribuire automaticamente all'altro tutta la responsabilità di ciò che accade tra noi.

Heinz: Senza per questo assumerti la responsabilità delle scelte dell'altro. Una relazione coinvolge più partecipanti, ciascuno con la propria autonomia e responsabilità.

Antonio: Dunque essere responsabile non significa controllare l'altro.

Heinz: Significa rispondere delle proprie azioni e considerare seriamente le loro conseguenze.

10. La domanda conclusiva: che cosa sto facendo emergere?

Antonio: Heinz, vorrei tornare alla prima immagine del tuo saggio.

La luce entra nel rubino in una condizione e ne esce trasformata.

Le molecole conservano tracce della propria storia.

Le strutture elicoidali generano sequenze attraverso regole ricorrenti.

Gli organismi utilizzano energia mediante organizzazioni che rendono possibili determinate trasformazioni.

E io, che sono un essere vivente, mi ritrovo a osservare me stesso mentre vivo.

Qual è il filo che unisce tutto questo?

Heinz: Nel mio saggio il filo è il rapporto tra struttura, informazione ed energia. Nella conversazione che abbiamo costruito, tu hai aggiunto un altro problema: quello dell'osservatore che cerca di comprendere il proprio modo di esistere.

Antonio: E allora la mia domanda non è più soltanto: che cosa sono?

Heinz: Quale diventa?

Antonio: Come faccio quello che faccio?

Heinz: E che cosa scopri quando te lo domandi?

Antonio: Scopro che molte volte cerco di ottenere serenità controllando ciò che potrebbe accadere.

Cerco sicurezza anticipando gli eventi.

Cerco intimità tentando di conservare determinate condizioni.

Cerco riconoscimento facendo ciò che ritengo necessario per meritarmelo.

E talvolta il risultato delle mie azioni è proprio ciò che desideravo evitare.

Heinz: Allora che cosa puoi fare?

Antonio: Accorgermene.

Heinz: E poi?

Antonio: Osservare senza condannarmi e senza assolvermi anticipatamente.

Comprendere che cosa sto cercando di conservare.

Riconoscere le conseguenze di ciò che faccio.

E scegliere se continuare oppure cambiare.

Heinz: E quale sarebbe lo scopo di tutto questo?

Antonio: Vivere il presente.

Heinz: E lo scopo dello scopo?

Antonio: Vivere.

Heinz: Non ti sembra una risposta circolare?

Antonio: Sì. Ma forse questa volta non è un circolo dal quale devo uscire.

Forse è un circolo nel quale posso finalmente riconoscermi.

Heinz: E come saprai se il tuo modo di vivere è cambiato?

Antonio: Non perché avrò eliminato tutte le perturbazioni.

Non perché avrò raggiunto un ordine perfetto.

Non perché sarò riuscito a controllare ogni cosa.

Ma perché potrò domandarmi, mentre vivo:

Questo modo di vivere mi piace?

E potrò ascoltare la risposta senza sentirmi obbligato a modificarla prima ancora di averla compresa.

Riflessione conclusiva di Antonio Bruno

Ho cominciato questa conversazione con una molecola e sono arrivato a interrogare la mia esistenza.

Heinz von Foerster, nel 1963, cercava di comprendere come strutture molecolari complesse potessero immagazzinare informazione, elaborarla e partecipare a processi nei quali energia e organizzazione risultano strettamente connesse.

Io, leggendo oggi quelle pagine, mi accorgo che la domanda scientifica può diventare anche una domanda sul vivere, purché non si confondano i due piani.

La molecola non desidera, non rimpiange, non ama. Almeno, nulla nel saggio autorizza ad attribuirle queste esperienze.

Ma il suo funzionamento mi suggerisce una distinzione: non basta osservare ciò che entra in un sistema per comprendere ciò che ne emerge. Occorre considerare la sua organizzazione.

E allora guardo la mia vita.

Non posso modificare ciò che è accaduto nel 1999, nel 2004 o ieri. Posso però osservare come, oggi, ricostruisco quegli avvenimenti e come queste ricostruzioni partecipino alle mie azioni.

Non posso determinare ciò che un'altra persona proverà per me. Posso però riconoscere come mi comporto nella relazione e quali conseguenze producono le mie azioni.

Non posso impedire alla vita di perturbarmi. Posso però interrogarmi sul modo in cui partecipo a ciò che accade.

Forse ciò che chiamo vita larga non è una vita nella quale tutto diventa possibile, ma una vita nella quale smetto di restringere anticipatamente le possibilità attraverso il bisogno di controllo.

E forse fluire senza sforzo non significa rinunciare ad agire, ma smettere di combattere contro l'impossibilità di governare ogni conseguenza.

Non devo diventare una persona diversa per cominciare a vivere.

Posso cominciare osservando come sto vivendo adesso.

E, se ciò che faccio non genera il mondo nel quale desidero vivere, posso cercare un altro modo di parteciparvi.

Perché la vita non è soltanto ciò che mi accade. È anche ciò che faccio mentre mi accade.

Nota editoriale: il dialogo è una ricostruzione filosofica originale, non una trascrizione di parole effettivamente pronunciate da von Foerster. Le parti scientifiche derivano da Molecular Bionics (1963); le domande sulla memoria autobiografica, sulla responsabilità relazionale, su Maturana e sull'esperienza personale sono sviluppi interpretativi successivi. Le formule e il modello di Pattee sono presentati in forma semplificata.

 

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