La vita non è una cosa: è un'organizzazione che continua a prodursi
CONVERSAZIONI CON ANTONIO
BRUNO
La vita non è una cosa: è un'organizzazione che
continua a prodursi
Antonio
Bruno dialoga con Heinz von Foerster
Una conversazione
immaginaria, costruita a partire dal saggio Molecular Bionics di Heinz von
Foerster, presentato il 20 marzo 1963 a Dayton, Ohio. Attraverso domande
epistemologiche e fenomenologiche, Antonio Bruno interroga il rapporto tra
energia, informazione, organizzazione, memoria e vita.
Antonio
Bruno: Heinz, vorrei cominciare dal titolo del tuo lavoro: Molecular Bionics.
Mi domando che cosa tu stia cercando veramente. Vuoi spiegare come funziona la
vita oppure vuoi comprendere come sia possibile che qualcosa di vivente emerga
dalla materia?
Heinz von
Foerster: La seconda domanda è più vicina al mio interesse. Non voglio
semplicemente descrivere gli organismi. Voglio comprendere quali proprietà
delle strutture molecolari rendano possibile la formazione e il mantenimento di
sistemi organizzati. Il problema fondamentale è il rapporto tra energia e
ordine.
Antonio: Ma
quando dici ordine, che cosa stai osservando? L'ordine è una proprietà della
materia oppure è una distinzione che compie l'osservatore?
Heinz:
Questa è una domanda che ci porta oltre la fisica del mio saggio, verso
l'epistemologia. Nel lavoro del 1963 utilizzo una misura matematica
dell'ordine, derivata dall'entropia informazionale di Shannon. Ma tu mi chiedi
qualcosa di ulteriore: chi stabilisce che una configurazione sia ordinata?
Antonio:
Esattamente. Perché io posso guardare un bosco e vedere disordine, mentre un
ecologo può riconoscere relazioni straordinariamente complesse. Il bosco è
cambiato oppure è cambiato il modo in cui lo distinguo?
Heinz: È
cambiata la tua descrizione. E questo non significa che il bosco non esista.
Significa che ogni descrizione richiede un osservatore che scelga le proprie
distinzioni.
Antonio:
Allora il problema non è soltanto come la materia si organizzi, ma anche come noi
arriviamo a chiamare organizzazione ciò che osserviamo.
Heinz:
Precisamente. Dobbiamo distinguere il processo fisico dalla descrizione che ne
costruiamo.
1. Dal disordine alla coerenza: il mistero della luce
Antonio: Nel
tuo lavoro cominci con il funzionamento del laser a rubino. Perché hai scelto
proprio la luce?
Heinz:
Perché rappresenta un esempio relativamente semplice di trasformazione
energetica accompagnata da un aumento dell'ordine. La luce incidente può
eccitare gli atomi di cromo presenti nel rubino. Attraverso una successione di
transizioni energetiche e mediante emissione stimolata, possiamo ottenere
radiazione coerente.
Antonio:
Spiegamelo senza ricorrere alla fisica quantistica.
Heinz:
Immagina una folla nella quale ciascuno cammina seguendo una direzione
differente. Poi immagina che, grazie a un particolare meccanismo, molte persone
comincino a procedere con un movimento coordinato. L'energia non è
necessariamente aumentata: è cambiata la sua organizzazione.
Antonio:
Eppure c'è qualcosa che mi incuriosisce. Perché nel tuo esempio gli atomi di
cromo riescono a produrre questo risultato?
Heinz:
Perché possiedono specifiche proprietà strutturali ed energetiche. Il risultato
non dipende soltanto dall'energia introdotta, ma dalle caratteristiche del
sistema attraverso il quale quell'energia passa.
Antonio:
Quindi la stessa perturbazione può produrre conseguenze differenti in sistemi
differenti.
Heinz: Sì. E
qui puoi riconoscere un principio che diventerà centrale nella mia riflessione
sulla cibernetica: non possiamo comprendere una risposta considerando soltanto
ciò che arriva dall'esterno. Dobbiamo considerare l'organizzazione del sistema
che riceve la perturbazione.
Antonio:
Questo mi richiama Humberto Maturana. Quando sostiene che le perturbazioni non
specificano ciò che accade in un sistema, ma che è la struttura del sistema a
determinarne i cambiamenti.
Heinz:
L'accostamento è pertinente, purché distinguiamo le formulazioni teoriche. Il
mio esempio riguarda un dispositivo fisico. Il principio di determinazione
strutturale, sviluppato da Maturana, appartiene a una teoria più ampia
dell'organizzazione dei viventi.
Antonio: Ma
allora posso già formulare una prima domanda che riguarda la mia esistenza:
quando qualcosa mi accade, sono davvero gli eventi a determinare ciò che provo,
oppure è la mia organizzazione presente a partecipare alla produzione di quella
esperienza?
Heinz: La
seconda possibilità apre un campo di osservazione molto più ricco. Non cancella
l'importanza degli eventi, ma ti invita a esaminare come vi partecipi.
2. La memoria non è un magazzino del passato
Antonio:
Passiamo alla seconda parte del tuo saggio, dove parli della capacità delle
molecole di immagazzinare informazioni.
Tu sostieni
che una molecola complessa può conservare tracce degli eventi attraverso i
quali si è formata.
Significa
che la materia possiede una memoria?
Heinz: In un
senso fisico e strutturale, sì. Una configurazione molecolare può dipendere
dalla storia delle trasformazioni che l'hanno prodotta. La struttura presente
può quindi conservare conseguenze di eventi precedenti.
Antonio:
Questo mi interessa moltissimo. Perché noi esseri umani siamo abituati a
pensare alla memoria come a qualcosa che custodisce il passato. Come se
esistesse un archivio nel quale sono conservati gli avvenimenti.
Heinz: E tu
come descriveresti la memoria?
Antonio:
Direi che quando ricordo, sto facendo qualcosa adesso. Non torno realmente al
passato. Sto ricostruendo nel presente qualcosa che chiamo passato.
Heinz:
Questa distinzione è fondamentale. Il fatto che una struttura presente dipenda
dalla propria storia non significa che quella storia sia conservata come una
registrazione completa e immutabile.
Antonio:
Dunque, quando ricordo un episodio di ventotto anni fa, non sto incontrando
l'episodio del passato, ma una ricostruzione che realizzo oggi.
Heinz: Sì,
se parliamo della memoria autobiografica. Il ricordo è un'attività presente,
pur essendo vincolata da tracce e conoscenze relative a ciò che è accaduto.
Antonio: E
se oggi dico che allora avrei dovuto comportarmi diversamente?
Heinz: Stai
confrontando due situazioni che non sono equivalenti. Il te di allora non
disponeva dell'intera storia di esperienze che oggi contribuisce al tuo
giudizio.
Antonio:
Quindi il rimpianto nasce anche dal confronto tra ciò che feci allora e ciò che
oggi immagino che avrei potuto fare.
Heinz: È una
possibilità. Ma fai attenzione: riconoscere il carattere ricostruttivo della
memoria non significa negare la responsabilità per le azioni passate. Significa
distinguere la responsabilità dalla pretesa impossibile di modificare ciò che è
già avvenuto.
Antonio:
Allora potrei dire che il passato non è il luogo nel quale posso intervenire.
Posso intervenire soltanto nel presente, nel modo in cui oggi vivo la mia
storia.
Heinz: E
questa è una distinzione che può cambiare profondamente il tuo modo di agire.
3. Una molecola può calcolare?
Antonio:
Arriviamo alla parte che mi ha sorpreso maggiormente. Tu descrivi una
macromolecola che funziona come un calcolatore.
Non riesco a
immaginare una molecola che esegue calcoli.
Heinz: Non
devi immaginarla come un essere umano che ragiona. Devi considerare una
struttura capace di trasformare una configurazione in un'altra secondo regole
definite.
Nel mio
lavoro riprendo un modello di Howard Pattee. Immagina due tipi di elementi, A e
B, che si assemblano formando una struttura elicoidale.
Ogni nuovo
elemento viene scelto confrontando due elementi già presenti.
Antonio:
Qual è la regola?
Heinz: È
semplicissima:
- Se i due elementi confrontati
sono uguali, si aggiunge A.
- Se sono differenti, si aggiunge
B.
Formalmente:
\[ x_{n+1}=
\begin{cases} A & \text{se }x_n=x_{n-6}\\ B & \text{se }x_n\ne x_{n-6}
\end{cases} \]
Antonio: E
da una regola così semplice che cosa nasce?
Heinz: Una
sequenza complessa e periodica. Nel modello descritto, la sequenza ha un
periodo massimo di 127 simboli non nulli, associato alle configurazioni di un
registro binario a sette posizioni.
Antonio:
Quindi non occorre che qualcuno conosca anticipatamente tutta la sequenza.
Heinz:
Esatto. La sequenza viene generata dall'applicazione ricorrente della regola.
Antonio:
Questo mi sembra straordinario. La complessità del risultato non richiede
necessariamente una regola altrettanto complessa.
Heinz:
Proprio così. E soprattutto non richiede che il sistema possieda una
rappresentazione completa del proprio futuro.
Antonio: Qui
vorrei introdurre una domanda epistemologica: quando noi diciamo che la
molecola calcola, stiamo descrivendo ciò che essa fa oppure stiamo utilizzando
il linguaggio della computazione per interpretare il suo comportamento?
Heinz: Nel
modello stiamo stabilendo un isomorfismo logico tra due sistemi: la crescita
della struttura molecolare e il funzionamento di un registro binario a
retroazione. Non stiamo attribuendo alla molecola intenzionalità, coscienza o
comprensione.
Antonio:
Quindi dire che una molecola elabora informazione non equivale a dire che sa di
elaborarla.
Heinz:
Esattamente.
Antonio: E
questo impedisce di confondere la computazione con il pensiero.
Heinz: Una
distinzione indispensabile.
4. La vita e la capacità di continuare
Antonio: C'è
un particolare del modello di Pattee che mi ha colpito. Se la struttura
elicoidale viene spezzata, i frammenti possono continuare a crescere secondo la
medesima regola.
È quasi una
metafora della vita.
Heinz: Nel
modello, la capacità di proseguire dipende dal fatto che ciascun frammento
conservi la configurazione necessaria alla generazione della sequenza.
Antonio:
Vorrei portare questa idea nella mia esperienza.
Quando
qualcosa interrompe il mio modo abituale di vivere, ho spesso la sensazione di
dover ricostruire tutto. Come se la continuità della mia esistenza dipendesse
dal conservare intatte le condizioni precedenti.
Heinz: E che
cosa accade se osservi la continuità non come conservazione di tutte le
condizioni, ma come capacità di continuare a generare organizzazione?
Antonio:
Cambia completamente la domanda.
Non mi
chiederei più: come posso impedire che qualcosa cambi?
Mi
chiederei: come sto continuando a vivere mentre qualcosa cambia?
Heinz: È una
distinzione feconda. Naturalmente non possiamo trasferire direttamente le
proprietà di una sequenza molecolare alla vita psicologica. Ma possiamo
utilizzare il modello per costruire una domanda nuova.
Antonio: Una
domanda che potrebbe essere: quale organizzazione sto conservando attraverso i
miei cambiamenti?
Heinz: E
anche: ciò che conservi ti permette di generare nuove possibilità oppure
riproduce soltanto configurazioni già conosciute?
Antonio:
Questa domanda mi porta al problema del controllo.
Per molto
tempo ho pensato che vivere responsabilmente significasse prevedere,
organizzare e controllare.
Ma se un
sistema vivente è continuamente impegnato in trasformazioni, pretendere di controllare
tutto significa forse non riconoscere la natura stessa del vivere.
Heinz:
Bisogna distinguere tra coordinare le proprie azioni e pretendere di
determinare completamente il corso degli eventi. La seconda pretesa è
incompatibile con la complessità delle relazioni nelle quali viviamo.
5. L'energia non basta: occorre una struttura
Antonio: Nel
tuo saggio sostieni che negli organismi viventi l'energia viene prodotta o
acquisita in determinati luoghi e utilizzata in altri.
Fai
l'esempio dell'ATP.
Heinz: Sì. I
sistemi biologici non si limitano a ricevere energia. Devono renderla
disponibile nei luoghi e nei momenti appropriati.
L'ATP
partecipa a numerosi processi di trasferimento energetico. Il suo ruolo dipende
dalla struttura molecolare e dalle reazioni nelle quali è coinvolto.
Antonio: Tu
usi un'immagine molto interessante: l'energia deve avere un indirizzo.
Heinz:
Esatto. Nel linguaggio del saggio, la struttura deve consentire un
trasferimento selettivo dell'energia verso il luogo di utilizzazione.
Antonio: E
qui nasce una domanda che riguarda anche le relazioni umane.
Se io
possiedo moltissima energia, moltissimo desiderio, moltissima volontà, ma non
riesco a organizzarli in un'azione adeguata, quell'energia può rimanere
inutilizzata oppure produrre conseguenze che non desidero.
Heinz: Come
analogia può essere utile, ma non devi confondere l'energia fisica con il
desiderio o la motivazione psicologica. Sono concetti differenti.
Antonio:
Certamente. Non voglio trasformare la biologia in psicologia. Voglio osservare
come una descrizione scientifica possa suggerirmi nuove distinzioni.
Heinz:
Allora la tua domanda potrebbe diventare: in che modo organizzo le mie azioni
affinché ciò che desidero sia coerente con ciò che effettivamente faccio?
Antonio: E
soprattutto: quali conseguenze produco nelle persone con le quali vivo?
Heinz:
Questa è già una domanda etica.
6. Che cosa significa auto-organizzazione?
Antonio:
Arriviamo al cuore del tuo lavoro.
Tu proponi
che un sistema autenticamente auto-organizzante debba soddisfare due
condizioni: l'ordine relativo deve aumentare nel tempo e deve aumentare anche
al crescere dell'energia del sistema.
Perché non
ti basta che aumenti l'ordine?
Heinz:
Perché anche un cristallo che si forma in una soluzione sovrasatura può presentare
un aumento dell'ordine strutturale. Ma io sto cercando una caratterizzazione
più specifica dei processi che possono sostenere l'organizzazione vivente.
Nel saggio
propongo dunque di considerare congiuntamente due relazioni:
\[
\frac{dR}{dt}>0 \qquad \frac{\partial R}{\partial E}>0 \]
dove \(R\)
rappresenta l'ordine relativo, \(t\) il tempo ed \(E\) l'energia.
Antonio: Ma
allora questa è una definizione definitiva della vita?
Heinz: No. È
una proposta teorica, formulata nel contesto di quel lavoro, per distinguere
certi sistemi auto-organizzanti da altri processi ordinativi. Non costituisce
da sola una definizione biologica completa della vita.
Antonio: Mi
interessa la tua cautela. Perché ogni volta che formuliamo una definizione
corriamo il rischio di scambiarla per la cosa definita.
Heinz: Ecco
un problema epistemologico fondamentale. Una descrizione può essere efficace
entro un determinato campo di osservazione senza esaurire tutto ciò che
descrive.
Antonio:
Quindi non dovrei chiedere soltanto se una definizione sia vera, ma anche quali
fenomeni mi consenta di distinguere e quali lasci fuori.
Heinz:
Esattamente.
Antonio:
Questo mi fa pensare a un essere umano che vive secondo regole rigidissime.
Dall'esterno la sua esistenza potrebbe apparire perfettamente ordinata. Eppure
potrebbe sperimentare una profonda sofferenza.
Heinz:
Perché l'ordine strutturale, il benessere psicologico e la qualità
dell'esperienza non sono la stessa variabile.
Antonio:
Allora una vita ordinata non è necessariamente una vita che mi piace vivere.
Heinz: È una
conclusione legittima, purché riconosciamo che stiamo passando dalla teoria
fisica alla riflessione esistenziale.
7. La fenomenologia: come vivo ciò che faccio?
Antonio:
Vorrei adesso spostare la conversazione dal sistema osservato all'esperienza
dell'osservatore.
Quando tu
descrivi una molecola, costruisci un modello del suo comportamento.
Quando io
descrivo la mia vita, che cosa sto facendo?
Heinz: Stai
producendo una descrizione nella quale sei contemporaneamente colui che osserva
e parte di ciò che viene osservato.
Antonio: Ma
non posso uscire da me stesso per guardarmi dall'esterno.
Heinz: Non
completamente. Ogni tua osservazione avviene attraverso le possibilità e i
limiti della tua organizzazione.
Antonio: E
allora come posso accorgermi del modo in cui sto vivendo?
Heinz:
Attraverso nuove distinzioni, attraverso l'attenzione alle tue azioni e alle
loro conseguenze, e attraverso il confronto con altri osservatori.
Antonio:
Provo a formulare una sequenza.
Mi accorgo
di ciò che sto vivendo.
Mi domando
che cosa percepisco.
Osservo che
cosa sto facendo.
Ricostruisco
come sono arrivato a farlo.
Immagino
quali mondi potrebbero emergere continuando a farlo.
Infine
scelgo.
Heinz:
Questa è una procedura riflessiva interessante. Non deriva direttamente dal
modello molecolare del mio saggio, ma è coerente con un atteggiamento
cibernetico di osservazione dei propri processi.
Antonio:
Vorrei aggiungere una domanda: che cosa sto cercando di conservare attraverso
il mio comportamento?
Heinz:
Perché questa domanda?
Antonio:
Perché potrei scoprire che continuo a fare qualcosa non perché mi piaccia, ma
perché attraverso quel comportamento cerco di conservare sicurezza,
riconoscimento, controllo oppure un'immagine di me stesso.
Heinz: E una
volta riconosciuto ciò che cerchi di conservare?
Antonio:
Potrei domandarmi se il modo in cui lo sto conservando produce davvero il mondo
nel quale desidero vivere.
Heinz: Qui
la tua osservazione diventa anche responsabilità.
8. Il problema della libertà
Antonio:
Heinz, se le strutture determinano le trasformazioni possibili, dove si trova
la libertà?
Non
rischiamo di descrivere un universo nel quale tutto è già stabilito?
Heinz:
Dipende da ciò che intendi per determinazione.
Dire che un
sistema opera secondo la propria organizzazione non significa necessariamente
che un osservatore possa prevedere tutto ciò che accadrà.
Nei sistemi
complessi possono emergere comportamenti che non sono facilmente prevedibili
dalla descrizione delle singole componenti.
Antonio: Ma
io posso scegliere?
Heinz:
Possiamo descrivere la scelta come un processo che avviene all'interno della
tua organizzazione e delle tue relazioni. Non occorre immaginare un soggetto
separato dal mondo per riconoscere che le sue decisioni hanno conseguenze.
Antonio: E
se la mia scelta fosse semplicemente la conseguenza della mia storia?
Heinz: La
tua storia partecipa alla tua organizzazione presente. Ma anche la riflessione
che stai compiendo ora è un evento della tua storia e può modificarne gli
sviluppi successivi.
Antonio:
Quindi quando mi interrogo sul mio modo di vivere non sto semplicemente
contemplando una struttura immutabile. Sto partecipando a un processo che può
trasformarla.
Heinz: Sì.
L'osservazione di sé può entrare nel circuito delle azioni future.
Antonio: Mi
sembra che questa sia una forma di libertà molto diversa da quella che
immaginavo.
Non essere
libero da ogni condizionamento, ma poter partecipare consapevolmente alle
trasformazioni della propria esistenza.
Heinz: È una
formulazione filosofica possibile.
9. Dall'epistemologia all'etica
Antonio:
Adesso vorrei farti una domanda che considero decisiva.
Se non posso
conoscere il mondo indipendentemente dalle mie distinzioni, se le mie azioni
partecipano alla produzione del mondo nel quale vivo, quale responsabilità ho
verso gli altri?
Heinz: La
responsabilità diventa centrale proprio quando riconosci che le tue descrizioni
non sono innocenti. Le distinzioni che utilizzi orientano le tue azioni, e le
tue azioni hanno conseguenze.
Antonio:
Allora la domanda etica non può limitarsi a stabilire se io abbia ragione.
Heinz: No.
Puoi anche chiederti quali possibilità le tue azioni aprano o chiudano agli
altri.
Antonio: Mi
viene in mente una situazione molto comune.
Io voglio
essere compreso da una persona. Per ottenere comprensione, insisto, spiego,
argomento, ripeto. Più insisto, più l'altra persona si allontana.
Se osservo
soltanto il mio scopo, continuerò a dire che sto cercando comprensione.
Ma se
osservo le conseguenze delle mie azioni, potrei scoprire che sto contribuendo a
produrre distanza.
Heinz: Hai
individuato la differenza tra intenzione e conseguenza relazionale.
Antonio: E
allora potrei chiedermi: il modo in cui cerco di conservare una relazione sta
generando la relazione che desidero?
Heinz:
Questa domanda ti permette di osservare non soltanto ciò che vuoi, ma ciò che
fai accadere attraverso il tuo comportamento.
Antonio: E
soprattutto mi impedisce di attribuire automaticamente all'altro tutta la
responsabilità di ciò che accade tra noi.
Heinz: Senza
per questo assumerti la responsabilità delle scelte dell'altro. Una relazione
coinvolge più partecipanti, ciascuno con la propria autonomia e responsabilità.
Antonio:
Dunque essere responsabile non significa controllare l'altro.
Heinz:
Significa rispondere delle proprie azioni e considerare seriamente le loro
conseguenze.
10. La domanda conclusiva: che cosa sto facendo
emergere?
Antonio:
Heinz, vorrei tornare alla prima immagine del tuo saggio.
La luce
entra nel rubino in una condizione e ne esce trasformata.
Le molecole
conservano tracce della propria storia.
Le strutture
elicoidali generano sequenze attraverso regole ricorrenti.
Gli
organismi utilizzano energia mediante organizzazioni che rendono possibili determinate
trasformazioni.
E io, che
sono un essere vivente, mi ritrovo a osservare me stesso mentre vivo.
Qual è il
filo che unisce tutto questo?
Heinz: Nel
mio saggio il filo è il rapporto tra struttura, informazione ed energia. Nella
conversazione che abbiamo costruito, tu hai aggiunto un altro problema: quello
dell'osservatore che cerca di comprendere il proprio modo di esistere.
Antonio: E
allora la mia domanda non è più soltanto: che cosa sono?
Heinz: Quale
diventa?
Antonio:
Come faccio quello che faccio?
Heinz: E che
cosa scopri quando te lo domandi?
Antonio:
Scopro che molte volte cerco di ottenere serenità controllando ciò che potrebbe
accadere.
Cerco
sicurezza anticipando gli eventi.
Cerco
intimità tentando di conservare determinate condizioni.
Cerco
riconoscimento facendo ciò che ritengo necessario per meritarmelo.
E talvolta
il risultato delle mie azioni è proprio ciò che desideravo evitare.
Heinz:
Allora che cosa puoi fare?
Antonio:
Accorgermene.
Heinz: E
poi?
Antonio:
Osservare senza condannarmi e senza assolvermi anticipatamente.
Comprendere
che cosa sto cercando di conservare.
Riconoscere
le conseguenze di ciò che faccio.
E scegliere
se continuare oppure cambiare.
Heinz: E
quale sarebbe lo scopo di tutto questo?
Antonio:
Vivere il presente.
Heinz: E lo
scopo dello scopo?
Antonio:
Vivere.
Heinz: Non
ti sembra una risposta circolare?
Antonio: Sì.
Ma forse questa volta non è un circolo dal quale devo uscire.
Forse è un
circolo nel quale posso finalmente riconoscermi.
Heinz: E
come saprai se il tuo modo di vivere è cambiato?
Antonio: Non
perché avrò eliminato tutte le perturbazioni.
Non perché
avrò raggiunto un ordine perfetto.
Non perché
sarò riuscito a controllare ogni cosa.
Ma perché
potrò domandarmi, mentre vivo:
Questo modo
di vivere mi piace?
E potrò
ascoltare la risposta senza sentirmi obbligato a modificarla prima ancora di
averla compresa.
Riflessione conclusiva di Antonio Bruno
Ho
cominciato questa conversazione con una molecola e sono arrivato a interrogare
la mia esistenza.
Heinz von
Foerster, nel 1963, cercava di comprendere come strutture molecolari complesse
potessero immagazzinare informazione, elaborarla e partecipare a processi nei
quali energia e organizzazione risultano strettamente connesse.
Io, leggendo
oggi quelle pagine, mi accorgo che la domanda scientifica può diventare anche
una domanda sul vivere, purché non si confondano i due piani.
La molecola
non desidera, non rimpiange, non ama. Almeno, nulla nel saggio autorizza ad
attribuirle queste esperienze.
Ma il suo funzionamento
mi suggerisce una distinzione: non basta osservare ciò che entra in un sistema
per comprendere ciò che ne emerge. Occorre considerare la sua organizzazione.
E allora
guardo la mia vita.
Non posso
modificare ciò che è accaduto nel 1999, nel 2004 o ieri. Posso però osservare
come, oggi, ricostruisco quegli avvenimenti e come queste ricostruzioni
partecipino alle mie azioni.
Non posso
determinare ciò che un'altra persona proverà per me. Posso però riconoscere
come mi comporto nella relazione e quali conseguenze producono le mie azioni.
Non posso
impedire alla vita di perturbarmi. Posso però interrogarmi sul modo in cui
partecipo a ciò che accade.
Forse ciò
che chiamo vita larga non è una vita nella quale tutto diventa possibile, ma
una vita nella quale smetto di restringere anticipatamente le possibilità
attraverso il bisogno di controllo.
E forse
fluire senza sforzo non significa rinunciare ad agire, ma smettere di
combattere contro l'impossibilità di governare ogni conseguenza.
Non devo
diventare una persona diversa per cominciare a vivere.
Posso
cominciare osservando come sto vivendo adesso.
E, se ciò
che faccio non genera il mondo nel quale desidero vivere, posso cercare un
altro modo di parteciparvi.
Perché la
vita non è soltanto ciò che mi accade. È anche ciò che faccio mentre mi accade.
Nota
editoriale: il dialogo è una ricostruzione filosofica originale, non una
trascrizione di parole effettivamente pronunciate da von Foerster. Le parti
scientifiche derivano da Molecular Bionics (1963); le domande sulla memoria
autobiografica, sulla responsabilità relazionale, su Maturana e sull'esperienza
personale sono sviluppi interpretativi successivi. Le formule e il modello di
Pattee sono presentati in forma semplificata.

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