Il bambino che abitava dietro la pioggia

 


Il bambino che abitava dietro la pioggia

Quando uscii dall'università, pioveva.

Non era una di quelle piogge che si annunciano con discrezione, lasciando agli uomini il tempo di decidere se affrettare il passo o cercare riparo, ma un temporale che sembrava essersi impadronito improvvisamente della città. I lampi illuminavano le facciate dei palazzi con una luce così intensa che, per un istante, ogni cosa appariva più nitida, quasi sottratta al tempo.

Eppure, mentre osservavo quella pioggia, mi accorsi che qualcosa dentro di me si era già allontanato dal luogo in cui mi trovavo.

Pensai alla casa.

Non alla casa come edificio, con le sue stanze, i mobili, le pareti e gli oggetti accumulati negli anni, ma a quella particolare sensazione di sicurezza che nasce dal sapere che esiste un luogo nel quale possiamo entrare, chiudere una porta e lasciare che il mondo continui, almeno per qualche ora, senza richiedere la nostra partecipazione.

Era bello sapere di avere un rifugio.

Ma appena formulai questo pensiero, un'altra casa, che non abitavo più da moltissimi anni, cominciò lentamente a prendere il posto di quella verso cui mi dirigevo.

Era la casa dei miei genitori.

Ero di nuovo nella sala da pranzo, davanti alla finestra.

Non saprei dire quale fosse il primo particolare a essermi tornato alla memoria. Forse il vetro, sul quale le gocce di pioggia scivolavano seguendo percorsi imprevedibili; forse quella luce grigia che nelle giornate autunnali penetrava nelle stanze senza riuscire a illuminarle completamente; oppure il movimento delle persone che passavano per strada, affrettandosi verso destinazioni che allora mi sembravano tutte misteriose.

Le donne correvano avvolte negli scialli, tenendoli stretti sotto il mento, come se quel gesto potesse proteggerle non soltanto dalla pioggia, ma da qualcosa di più vasto e indeterminato.

Gli uomini pedalavano sulle biciclette, con il capo leggermente abbassato e il basco che la pioggia rendeva più scuro.

Andava molto il basco, negli anni Sessanta.

Mi sorprende oggi ricordare un particolare apparentemente insignificante come quello, mentre tanti avvenimenti che allora giudicavo importanti sono scomparsi dalla mia memoria. Ma forse il ricordo non conserva ciò che abbiamo deciso di considerare essenziale; conserva piuttosto ciò che, senza che ce ne accorgessimo, è entrato a far parte della sostanza stessa della nostra esistenza.

Io guardavo.

Guardavo per ore.

Non ricordo di essermi mai annoiato davanti a quella finestra.

La televisione avrebbe cominciato a trasmettere soltanto alle cinque del pomeriggio e, anche quando finalmente si accendeva, non sempre riusciva a interessarmi quanto ciò che potevo vedere attraverso il vetro.

I fumetti li avevo letti e riletti. Conoscevo le storie, le figure, perfino certe battute, e aspettavo l'occasione di scambiarli con altri, nella speranza di trovare avventure che ancora non conoscevo.

Ma non era davvero una nuova storia ciò di cui avevo bisogno.

Perché le storie, in realtà, le possedevo già.

Le inventavo.

Bastava che una donna attraversasse la strada correndo sotto la pioggia perché io immaginassi la casa verso cui si dirigeva, qualcuno che l'aspettava, una notizia che forse doveva comunicare, una gioia o una disgrazia di cui non sapevo nulla.

Un uomo in bicicletta poteva diventare il protagonista di un viaggio straordinario.

Una finestra illuminata, dall'altra parte della strada, poteva nascondere una famiglia, un segreto, un amore.

Non avevo bisogno di sapere se quelle cose fossero vere.

Anzi, forse la loro bellezza consisteva proprio nel fatto che non lo sapevo.

Il mondo che osservavo era soltanto una delle infinite possibilità del mondo che immaginavo.

Ero un bambino che non possedeva quasi nulla, se confrontato con ciò che oggi un bambino può avere a disposizione per occupare le proprie giornate. Ma possedevo qualcosa che allora non sapevo riconoscere come una ricchezza: la possibilità di abitare, senza muovermi, luoghi che non esistevano.

Potevo diventare chiunque.

Potevo partire, ritornare, innamorarmi, essere ammirato, compiere imprese, riparare torti, incontrare persone che non avevo mai conosciuto.

E tutto questo accadeva mentre rimanevo seduto davanti alla finestra della sala da pranzo.

La pioggia continuava a scendere.

Talvolta una goccia, più grande delle altre, raccoglieva lungo il vetro le gocce più piccole e accelerava improvvisamente la propria discesa. Io la seguivo con gli occhi, fino a quando scompariva oltre il bordo inferiore della finestra.

Poi ne sceglievo un'altra.

Non sapevo allora che stavo assistendo a qualcosa che un giorno mi sarebbe sembrato somigliare alla vita.

Ogni goccia seguiva una strada che non potevo prevedere. Incontrava altre gocce, si univa a esse, cambiava direzione, rallentava, precipitava. E se avessi potuto fermarla per domandarle perché avesse scelto proprio quel percorso, non avrebbe saputo rispondermi, perché il percorso era nato dagli incontri che aveva fatto.

Ma queste sono considerazioni dell'uomo che sono oggi.

Il bambino non aveva bisogno di spiegarle.

Il bambino guardava.

E immaginava.

Per molti anni ho creduto che quella fosse soltanto una maniera di trascorrere il tempo.

Ho pensato che l'immaginazione fosse una specie di anticamera della vita, un luogo nel quale aspettavo di diventare abbastanza grande per fare realmente ciò che allora potevo soltanto sognare.

Oggi, però, non ne sono più tanto sicuro.

Perché la vita che è venuta dopo, con le sue responsabilità, gli studi, il lavoro, gli incontri, gli amori, le rinunce, le gioie e le delusioni, non ha cancellato quel bambino.

Lo ha soltanto nascosto sotto molti strati di esperienze.

Ho trascorso anni a cercare di comprendere le cose, a organizzarle, a prevederne le conseguenze, a fare in modo che ciò che desideravo accadesse davvero.

E quanto più imparavo a governare le circostanze, tanto meno mi accorgevo che qualcosa, dentro di me, chiedeva ancora di poter rimanere semplicemente davanti a una finestra.

Senza dover arrivare da nessuna parte.

Senza dover dimostrare nulla.

Senza neppure sapere che cosa sarebbe accaduto dopo.

Il bambino che ero non si domandava se fosse giusto trascorrere un intero pomeriggio immaginando.

Non misurava il valore di quelle ore sulla base dei risultati ottenuti.

Non considerava perduto il tempo che non produceva qualcosa.

Era felice di abitare il proprio mondo.

E in quel mondo realizzava ogni cosa.

Mi chiedo se, diventando adulti, non finiamo qualche volta per scambiare la libertà con la possibilità di controllare ciò che ci accade, mentre da bambini eravamo liberi proprio perché non sentivamo il bisogno di controllarlo.

Forse per questo, uscendo oggi dall'università, il temporale non mi è sembrato soltanto un inconveniente.

I lampi, il rumore della pioggia, il cielo improvvisamente oscurato avevano aperto una porta che non sapevo più di possedere.

Dietro quella porta c'era una sala da pranzo.

C'era una finestra.

C'erano donne con lo scialle e uomini in bicicletta con il basco.

C'era una televisione spenta che avrebbe cominciato a trasmettere alle cinque.

C'erano fumetti letti troppe volte.

E c'ero io.

Un bambino che guardava il mondo senza sapere che, molti decenni dopo, un uomo uscito da una lezione universitaria avrebbe desiderato incontrarlo ancora.

Quando finalmente arrivai a casa, la pioggia non era cessata.

Entrai e mi sentii al sicuro.

Ma quella sicurezza non era più soltanto la sensazione di avere un tetto sopra la testa, pareti capaci di proteggermi dal vento e una porta da chiudere alle mie spalle.

Era qualcosa di diverso.

Mi accorsi che la casa nella quale ero entrato e quella che avevo appena ritrovato nella memoria non erano due luoghi separati come avevo sempre creduto.

La prima apparteneva al presente.

La seconda continuava a esistere soltanto perché io, in quel momento, potevo ancora abitarla.

E mi parve allora che il tempo non fosse quella successione di giorni che ci allontana inesorabilmente da ciò che siamo stati, ma qualcosa di più misterioso, nel quale un istante lontanissimo può improvvisamente diventare più vicino di quello appena trascorso.

Mi avvicinai alla finestra.

Le gocce scivolavano sul vetro.

Ne seguii una.

Poi un'altra.

E per qualche istante non cercai di ricordare nulla.

Non cercai neppure di immaginare.

Rimasi semplicemente a guardare.

Fu allora che compresi, o credetti di comprendere, qualcosa che per tutta la vita avevo avuto davanti agli occhi senza riuscire a vedere.

Il bambino che trascorreva ore davanti alla finestra non stava aspettando che cominciasse la sua vita.

La stava già vivendo.

E forse non aveva mai smesso.

Perché mentre io avevo impiegato quasi settant'anni a diventare l'uomo che ero, lui aveva continuato, pazientemente, a guardare la pioggia.

Aspettando che tornassi.

Antonio Bruno 9 ottobre 2026

 

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