Il potere, l'obbedienza e il gelo
CONVERSAZIONI
CON ANTONIO BRUNO · EPISODIO IV
Il potere, l'obbedienza e il
gelo
Antonio
Bruno conversa idealmente con Massimo D'Alema. Dal 1975 al 1976: Berlinguer, la
segreteria della FGCI, la libertà di scegliere, il dissenso, il rapporto con i
giovani, la violenza e le contraddizioni del potere.
Conversazione
immaginaria ispirata al capitolo «Segretario della Fgci (con gelo)» del libro
Eravamo comunisti. Le risposte di D'Alema sono ricostruzioni letterarie, non
dichiarazioni rilasciate in una vera intervista. Le domande utilizzano
l'epistemologia di Humberto Maturana e Heinz von Foerster, la fenomenologia
dell'esperienza vissuta e la riflessione etica sulla responsabilità.
Il potere, l'obbedienza e il
gelo
Una conversazione epistemologica e fenomenologica tra
Antonio Bruno e Massimo D'Alema
1. Berlinguer: quando una domanda non è una domanda
Antonio
Bruno: Massimo,
vorrei cominciare da una stanza. Siamo a Botteghe Oscure, nel 1975. Enrico
Berlinguer è seduto alla scrivania, fuma una Turmac. Accanto a lui ci sono
Gerardo Chiaromonte e Ugo Pecchioli.
Lei entra
con apprensione. Il segretario del PCI le comunica che è stato deciso di
affidarle la guida della Federazione giovanile comunista.
Poi le
domanda che cosa pensa di fare.
Lei risponde
che preferirebbe rimanere a Pisa.
Berlinguer
chiarisce che non le sta chiedendo se accettare l'incarico, ma come intende
svolgerlo.
Vorrei
fermarmi qui.
Che cosa
distingue una domanda autentica da una domanda che contiene già la risposta?
Massimo
D'Alema: In quel
caso la decisione era già stata presa. Berlinguer voleva sapere come avrei
affrontato l'incarico, non se fossi disposto ad accettarlo.
Antonio
Bruno: Ecco il
primo problema epistemologico.
Le parole
sembrano aprire una possibilità, ma la relazione nella quale vengono
pronunciate può chiuderla.
La domanda è
grammaticalmente aperta, ma operativamente chiusa.
Se
osserviamo soltanto le parole, possiamo pensare che lei fosse libero di
scegliere.
Se
osserviamo la relazione, scopriamo che la scelta era già stata compiuta da
altri.
Massimo
D'Alema: Nel PCI di
allora funzionava spesso così. Il partito decideva e i dirigenti accettavano
gli incarichi.
Antonio
Bruno: E allora le
chiedo:
quando una
comunità decide per noi e noi accettiamo, stiamo scegliendo oppure stiamo
obbedendo?
Non
considero le due cose necessariamente incompatibili.
Possiamo
scegliere di obbedire.
Ma vorrei
capire se, nel momento in cui lei entrò in quella stanza, avvertì la
possibilità concreta di dire di no.
Massimo
D'Alema: No, non la
avvertivo realmente. Avrei potuto oppormi, ma sarebbe stato molto difficile.
Antonio
Bruno: Allora la
libertà non coincide semplicemente con l'assenza di un divieto formale.
Dipende
anche dalle possibilità che riusciamo a riconoscere come praticabili dentro una
relazione.
2. Il potere non è una cosa che qualcuno possiede
Antonio
Bruno: Vorrei
richiamare una riflessione di Humberto Maturana: il potere può essere compreso
come una conseguenza delle relazioni di obbedienza e sottomissione.
Berlinguer
aveva certamente un'enorme autorità.
Ma che cosa
rendeva efficace quella autorità?
Massimo
D'Alema: Il
prestigio personale, il ruolo di segretario, la disciplina del partito e il
riconoscimento che tutti gli attribuivamo.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
Se lei
avesse rifiutato, il potere di Berlinguer avrebbe incontrato un limite.
Questo non
significa che non avrebbe subito conseguenze.
Significa
che il potere non opera nel vuoto.
Si realizza
attraverso relazioni.
Vorrei porle
una domanda più personale.
Che cosa
temeva di perdere se avesse detto di no?
Massimo
D'Alema: Probabilmente
la fiducia del gruppo dirigente. E forse anche la possibilità di continuare il
percorso politico che avevo intrapreso.
Antonio
Bruno: Dunque non
era soltanto l'autorità di Berlinguer a orientare la sua condotta.
C'era anche
qualcosa che lei desiderava conservare.
Il
riconoscimento.
L'appartenenza.
La
continuità della propria storia politica.
E forse
l'immagine di sé come dirigente affidabile.
Allora la
domanda di Maturana diventa:
«Che cosa
sto conservando mentre accetto una decisione che non desideravo?»
E subito
dopo:
«Il modo in
cui sto conservando la mia appartenenza mi permette di vivere come desidero?»
3. La fenomenologia di una stanza
Antonio
Bruno: Lei
descrive con precisione quella scena: la scrivania, le sigarette, gli uomini
seduti, l'attesa, il silenzio.
Mi interessa
il suo corpo.
Quando
entrò, racconta di essere in uno stato di forte apprensione.
Che cosa
significa, fenomenologicamente, entrare in una stanza nella quale sappiamo che
qualcuno può decidere il nostro futuro?
Massimo
D'Alema: Significa
sentirsi osservati, valutati. E percepire il peso di ciò che sta per accadere.
Antonio
Bruno: Ecco.
La stanza
non è soltanto uno spazio fisico.
È uno spazio
vissuto.
La scrivania
non è soltanto un mobile.
Diventa il
luogo dal quale si esercita l'autorità.
Il silenzio
non è semplicemente assenza di parole.
Diventa
attesa di una decisione.
E il corpo
risponde prima ancora che la riflessione abbia elaborato una spiegazione.
Che cosa
cambia nel nostro modo di parlare quando percepiamo l'altro come qualcuno dal
quale dipende il nostro riconoscimento?
Forse
cambiano il tono della voce, le parole che scegliamo, il coraggio di
dissentire.
Questa è la
fenomenologia del potere: non soltanto ciò che il potere decide, ma come
viene vissuto da chi partecipa alla relazione.
4. L'identità non coincide con l'incarico
Antonio
Bruno: Lei
racconta che non desiderava particolarmente diventare segretario della FGCI.
Era più
attratto dalla possibilità di entrare nella Direzione del PCI.
Questo mi
sembra interessante.
Desiderava
l'incarico oppure desiderava il mondo al quale quell'incarico le avrebbe
consentito di accedere?
Massimo
D'Alema: Entrare
nella Direzione era certamente una prospettiva che mi affascinava. Significava
partecipare alle decisioni più importanti del partito.
Antonio
Bruno: Allora
proviamo a distinguere lo scopo dallo scopo dello scopo.
Lo scopo
apparente era diventare segretario della FGCI.
Ma lo scopo
ulteriore poteva essere partecipare al luogo nel quale si esercitava il potere
politico.
E quello
successivo?
Che cosa
desiderava vivere entrando in quel luogo?
Essere
ascoltato?
Essere
riconosciuto?
Incidere
sulle decisioni?
Appartenere
a una comunità di persone autorevoli?
Massimo
D'Alema:
Probabilmente tutte queste cose.
Antonio
Bruno: Ecco perché
considero insufficiente descrivere le scelte umane soltanto attraverso i ruoli.
Dietro ogni
ruolo esiste un'esperienza vissuta.
Una persona
può desiderare un incarico per esercitare una funzione.
Ma può
desiderarlo anche perché immagina che, ottenendolo, cambierà il modo in cui gli
altri la riconoscono.
Il
riconoscimento degli altri modifica il nostro valore oppure modifica il modo in
cui viviamo il nostro valore?
5. L'applauso ad Amos Cecchi: chi ha davvero scelto?
Antonio
Bruno: Arriviamo
al congresso della FGCI del dicembre 1975.
Lei è il
candidato sostenuto da Berlinguer.
Ma i
delegati riservano l'applauso più lungo e intenso ad Amos Cecchi.
Poi eleggono
lei.
Vorrei
chiederle: che cosa significa essere eletti da persone che avrebbero
preferito qualcun altro?
Massimo
D'Alema: Significa
cominciare il proprio lavoro sapendo che il consenso formale non coincide
necessariamente con l'entusiasmo o con la fiducia personale.
Antonio
Bruno: Ecco una
distinzione fondamentale.
Il voto è un
comportamento osservabile.
Il consenso
è un fenomeno relazionale più complesso.
Possiamo
votare qualcuno perché lo desideriamo.
Ma possiamo
farlo anche per disciplina, convenienza, rispetto di una decisione precedente o
perché non vediamo alternative.
Il risultato
numerico può essere identico.
Il mondo
vissuto dai partecipanti può essere completamente differente.
Massimo
D'Alema: Per questo
cercai di coinvolgere anche coloro che avevano sostenuto Amos Cecchi.
Antonio
Bruno: E qui
emerge una possibilità interessante.
Lei avrebbe
potuto interpretare quell'applauso come una minaccia.
Invece cercò
di riconoscere quelle persone come interlocutori.
Che cosa
accade a una relazione quando smettiamo di considerare il dissenso una forma di
ostilità?
Forse il
dissenso diventa una risorsa.
Non perché
scompaiano le differenze.
Ma perché
non è più necessario eliminarle per lavorare insieme.
6. Il foglietto dei favorevoli e dei contrari
Antonio
Bruno: C'è un
episodio che considero particolarmente significativo.
Salvatore
Cacciapuoti le offre un foglietto con i nomi di chi era favorevole e di chi era
contrario alla sua nomina.
Lei rifiuta
di prenderlo.
Perché?
Massimo
D'Alema: Non mi
piaceva quel gesto. Conoscevo già le posizioni dei compagni e non desideravo
trasformare quelle differenze in una lista di amici e nemici.
Antonio
Bruno: Vorrei
soffermarmi su questo rifiuto.
Il foglietto
è un oggetto materiale.
Ma contiene
una possibile organizzazione del mondo.
Se lo avesse
accettato, avrebbe potuto cominciare a distinguere le persone in base alla loro
fedeltà nei suoi confronti.
Favorevoli.
Contrari.
Affidabili.
Sospetti.
Che cosa
cambia nel nostro modo di incontrare una persona quando sappiamo che ha votato
contro di noi?
Massimo
D'Alema: Potremmo
essere condizionati da quell'informazione.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
Non
significa che sia sbagliato conoscere le posizioni politiche.
Significa
riconoscere che le nostre distinzioni influenzano le relazioni.
E allora la
domanda etica diventa:
«Quale mondo
sto facendo emergere attraverso il modo in cui classifico le persone?»
Un mondo di
interlocutori?
Oppure un
mondo di fedeli e nemici?
7. La Direzione del PCI: quando prendere appunti
diventa un sospetto
Antonio
Bruno: Lei entra
finalmente nella Direzione del PCI.
Ascolta
discussioni intense, anche durissime.
Prende
appunti.
Un giorno
Arturo Colombi si alza, raggiunge il suo posto, prende i fogli e li strappa.
Le dice che
quelle discussioni sono riservate e che soltanto le spie prendono appunti.
Vorrei
fermarmi qui.
Come può lo
stesso comportamento avere significati così differenti per due persone?
Massimo
D'Alema: Io prendevo
appunti per imparare e ricordare. Colombi interpretava quel gesto attraverso la
cultura della clandestinità e della segretezza.
Antonio
Bruno: Ecco un
esempio straordinario di epistemologia dell'osservatore.
Il
comportamento osservabile è uno solo: un giovane dirigente scrive durante una
riunione.
Ma emergono
due mondi.
Nel suo
mondo prendere appunti significa studiare.
Nel mondo di
Colombi può significare registrare informazioni riservate e rappresentare un
rischio.
Chi dei due
vedeva il gesto per quello che era?
Massimo
D'Alema: Io
conoscevo la mia intenzione. Lui lo interpretava alla luce della propria
esperienza.
Antonio
Bruno: E questo è
il punto.
Non dobbiamo
confondere il significato che attribuiamo a un comportamento con l'intenzione
di chi lo compie.
La
distinzione tra fatto e interpretazione è fondamentale.
Ma c'è anche
una seconda questione.
Quando una
pratica nata per proteggere una comunità continua a essere conservata dopo che
le condizioni storiche sono cambiate, che cosa sta proteggendo davvero?
La
sicurezza?
Oppure
l'identità della comunità stessa?
8. Il segreto e la verità
Antonio
Bruno: Lei osserva
che nella Direzione si discuteva con franchezza, mentre all'esterno veniva conservata
un'immagine di unità.
Vorrei
chiederle:
quando
un'organizzazione presenta all'esterno una rappresentazione diversa dalla
complessità delle proprie discussioni interne, sta proteggendo la propria
efficacia oppure sta costruendo una realtà semplificata?
Massimo
D'Alema: In quel
partito la salvaguardia dell'unità era considerata fondamentale. Le discussioni
interne potevano essere molto aspre, ma si cercava di non renderle pubbliche.
Antonio
Bruno: E allora
abbiamo due osservatori.
Il militante
che vede il partito attraverso il giornale e i comunicati.
Il dirigente
che partecipa alle riunioni riservate.
Entrambi
parlano del PCI.
Ma non
dispongono delle stesse informazioni.
E questo mi
porta a una domanda epistemologica.
Come
possiamo pretendere che le persone formulino giudizi autonomi se non conoscono
la complessità delle decisioni che sono chiamate a sostenere?
Naturalmente
ogni organizzazione ha bisogno di riservatezza.
Ma il
problema è stabilire quando la riservatezza protegge una funzione legittima e
quando impedisce la responsabilità critica dei partecipanti.
9. La telefonata di Berlinguer: il potere e l'ironia
Antonio
Bruno: Vorrei ora
passare a un episodio divertente.
Una mattina
arriva una telefonata alla sede della FGCI.
Lei risponde
con una certa impazienza a un compagno che chiede informazioni
sull'organizzazione di una manifestazione a Cosenza.
Gli dice che
è D'Alema e che ha da fare.
L'interlocutore
risponde di essere Berlinguer e di avere anche lui da fare.
Che cosa
accade dentro di lei?
Massimo
D'Alema: Un grande
imbarazzo. E poi l'episodio diventò motivo di scherzo tra i compagni.
Antonio
Bruno: È
interessante perché in pochi secondi cambia completamente la sua esperienza.
Prima pensa
di parlare con un militante qualsiasi.
Poi scopre
di parlare con il segretario generale.
Le parole
dell'interlocutore non cambiano retroattivamente.
Cambia il
significato che lei attribuisce all'intera conversazione.
Che cosa ci
dice questo sul nostro modo di trattare le persone?
Massimo
D'Alema: Che il
ruolo dell'interlocutore può condizionare il nostro comportamento.
Antonio
Bruno: E allora le
pongo una domanda etica.
Perché
dovremmo prestare più attenzione a una domanda quando scopriamo che proviene da
una persona potente?
La domanda
non è cambiata.
È cambiato
il nostro rapporto con chi la pone.
E forse
l'ironia di Berlinguer, in quel momento, le ha permesso di osservare qualcosa
del suo stesso comportamento.
10. Il Mezzogiorno: quando la realtà interrompe la
teoria
Antonio
Bruno: Lei
racconta di essersi innamorato del Mezzogiorno.
Matera.
Cerignola.
Palermo.
Cosenza.
Gravina di
Puglia.
La
disoccupazione giovanile.
Le
manifestazioni per il lavoro.
Mi interessa
una domanda.
Che
differenza c'è tra conoscere la disoccupazione attraverso una statistica e
incontrare un giovane disoccupato che racconta la propria vita?
Massimo
D'Alema: La
statistica permette di comprendere le dimensioni del fenomeno. L'incontro
diretto permette di conoscerne le conseguenze umane.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
Non dobbiamo
contrapporre i due livelli.
La
statistica è indispensabile per descrivere e confrontare fenomeni collettivi.
Ma non
esaurisce il vissuto delle persone.
Un tasso di
disoccupazione non racconta, da solo, che cosa significhi svegliarsi ogni
mattina senza sapere se si troverà lavoro.
Non racconta
l'attesa.
La vergogna
eventuale.
La rabbia.
La speranza.
Il rapporto
con la famiglia.
La
percezione del futuro.
Questa è la
dimensione fenomenologica della questione sociale.
Massimo
D'Alema: Per questo
cercammo di trasformare le rivendicazioni in proposte concrete per
l'occupazione giovanile.
Antonio
Bruno: E qui
arriva una domanda importante.
Quando una
proposta politica nasce dall'incontro con il vissuto delle persone, cambia il
modo in cui definiamo ciò che consideriamo un problema?
Perché forse
non basta domandare: quanti posti di lavoro servono?
Dobbiamo
anche chiederci: quale modo di vivere desiderano rendere possibile quei
giovani attraverso il lavoro?
11. Il palco di Gravina: la democrazia come relazione
Antonio
Bruno: A Gravina
di Puglia lei ascolta un comizio di Aldo Moro.
Poi Moro
scende dal palco e lei prende il suo posto.
Cambiano le
bandiere, cambiano gli oratori, ma la piazza rimane la stessa.
Lei racconta
che i sostenitori dei diversi partiti si spostavano e ascoltavano.
Mi sembra
un'immagine straordinaria.
Massimo
D'Alema: Era una
consuetudine di allora. La competizione politica poteva essere molto intensa,
ma esistevano anche forme di rispetto reciproco.
Antonio
Bruno: Vorrei
chiederle:
la
democrazia consiste soltanto nel diritto di esprimere la propria opinione
oppure anche nella disponibilità ad ascoltare un'opinione che non condividiamo?
Massimo
D'Alema: Credo che
l'ascolto sia una condizione essenziale del confronto democratico.
Antonio
Bruno: Ecco.
Una piazza
democratica non è semplicemente un luogo nel quale ciascuno parla.
È un luogo
nel quale le parole dell'altro possono essere ascoltate senza che la sua
differenza venga considerata una minaccia.
In termini
di Maturana, la convivenza richiede che l'altro sia riconosciuto come un
interlocutore legittimo, anche nel dissenso.
Che cosa
accade alla democrazia quando smettiamo di riconoscere questa legittimità?
Forse
continuiamo ad avere elezioni.
Ma perdiamo
progressivamente la possibilità di conversare.
12. Il 20 giugno 1976: perché una vittoria può essere
vissuta come una delusione?
Antonio
Bruno: Arriviamo
alle elezioni politiche del 20 giugno 1976.
Il PCI
ottiene un risultato straordinario, ma non supera la Democrazia cristiana.
Lei è
contento e deluso.
Berlinguer,
invece, sembra soprattutto sollevato.
Come possono
persone appartenenti allo stesso partito vivere lo stesso risultato in modo
tanto differente?
Massimo
D'Alema: Perché
avevamo aspettative diverse. Io speravo nel sorpasso. Berlinguer e altri
dirigenti erano consapevoli dei rischi internazionali e politici che una
vittoria comunista avrebbe comportato.
Antonio
Bruno: Ecco il
problema.
Il risultato
elettorale è un dato.
Ma la
vittoria e la sconfitta sono anche interpretazioni del dato rispetto alle
aspettative.
Lei vede
un'occasione mancata.
Berlinguer
vede forse un equilibrio che rende possibile il dialogo senza provocare una
crisi internazionale incontrollabile.
Massimo
D'Alema: Sì. In
seguito compresi meglio le ragioni di quel sollievo.
Antonio
Bruno: Allora le
chiedo:
quando
cambia la nostra conoscenza delle circostanze, cambia anche il significato che
attribuiamo a un evento passato?
Massimo
D'Alema: Certamente.
Antonio
Bruno: Ma l'evento
non è cambiato.
È cambiato
l'osservatore.
Questa
distinzione è fondamentale.
Non
significa che i fatti siano arbitrari.
Significa
che il giudizio sui fatti dipende anche dalle conoscenze, dalle aspettative e
dai criteri attraverso i quali li interpretiamo.
13. Giorgio Amendola: quando rinunciare al potere è un
atto di libertà
Antonio
Bruno: C'è una
scena che considero una delle più belle del capitolo.
Berlinguer
propone Giorgio Amendola per la presidenza della Camera.
Amendola
rifiuta.
Dice di non
essere adatto a presiedere un'assemblea, perché troppo polemico.
Riconosce il
valore di Pietro Ingrao, nonostante le differenze politiche.
E
soprattutto dichiara di voler dedicare gli ultimi anni della propria vita alla
moglie Germaine, alla quale ritiene di aver sottratto troppo tempo.
Vorrei
chiederle:
che cosa
accade quando una persona autorevole riconosce pubblicamente un proprio limite?
Massimo
D'Alema: Può
accadere che la sua autorevolezza ne esca rafforzata. Fu un momento molto
emozionante.
Antonio
Bruno: Ecco.
Amendola non
dice soltanto: non voglio quell'incarico.
Dice
qualcosa di più profondo.
Riconosce
che il ruolo non coincide con il proprio desiderio di vivere.
E allora le
pongo una domanda.
Perché
consideriamo spesso il rifiuto di una promozione come una perdita, anziché come
una possibile espressione di libertà?
Massimo
D'Alema: Perché
tendiamo a identificare il successo con l'avanzamento nelle responsabilità e
nelle posizioni di prestigio.
Antonio
Bruno: Ma Amendola
introduce un'altra misura.
Il tempo
della vita.
L'amore.
La relazione
con Germaine.
La
consapevolezza dei propri limiti.
Forse in
quella stanza, per un momento, la politica smette di essere il centro esclusivo
dell'esistenza.
Massimo
D'Alema: Fu proprio
questo a rendere il suo intervento così intenso.
Antonio
Bruno: E allora
vorrei domandarle:
che cosa
stava conservando Amendola rinunciando alla presidenza della Camera?
Forse la
possibilità di vivere il tempo che gli restava nel modo che desiderava.
14. Il gelo di Napoli: quando gli applausi non
significano consenso
Antonio
Bruno: Arriviamo
al settembre del 1976.
Berlinguer
parla alla festa dell'Unità di Napoli.
La folla lo
applaude ripetutamente.
Poi spiega
le ragioni della scelta di non votare contro il governo Andreotti,
consentendone la nascita attraverso l'astensione.
La piazza si
raffredda.
Arriva il
gelo.
Vorrei
partire dal silenzio.
Che cosa
significa il silenzio di una folla?
Massimo
D'Alema: In quel
caso esprimeva una delusione. Molti militanti non comprendevano perché, dopo un
risultato elettorale così importante, il PCI dovesse sostenere indirettamente
un governo democristiano.
Antonio
Bruno: Ma il
silenzio non è un'informazione univoca.
Può
significare dissenso.
Sorpresa.
Smarrimento.
Rabbia.
Oppure una
combinazione di tutte queste emozioni.
La sua
interpretazione è storicamente plausibile, ma resta una ricostruzione.
Non possiamo
sapere che cosa sentisse ogni persona presente.
E allora le
domando:
quando
diciamo che una folla pensa qualcosa, stiamo descrivendo un soggetto collettivo
oppure attribuendo a migliaia di persone una sola voce?
Massimo
D'Alema: È una
semplificazione inevitabile nel linguaggio politico.
Antonio
Bruno: Forse
frequente, ma non inevitabile.
Possiamo
imparare a distinguere ciò che abbiamo osservato da ciò che ne inferiamo.
Abbiamo
osservato il venir meno degli applausi.
Abbiamo
interpretato quel comportamento come una delusione politica.
La
distinzione non indebolisce la storia.
La rende
epistemologicamente più rigorosa.
15. Ravenna: possiamo organizzare la libertà?
Antonio
Bruno: Arriviamo
al Festival della gioventù comunista di Ravenna, nell'estate del 1976.
Volevate
organizzare un grande incontro nel quale i giovani potessero discutere
liberamente, ascoltare musica, partecipare ad assemblee, confrontarsi.
Il programma
era straordinario.
Dalla,
Guccini, la PFM, il Banco, gli Area, Gino Paoli, Bennato, Rino Gaetano,
Jannacci, Leo Ferré, Cecil Taylor.
Una festa
della politica e della cultura.
Massimo
D'Alema: Era proprio
questo il nostro obiettivo.
Antonio
Bruno: Ma qui
emerge un paradosso.
È possibile
organizzare completamente uno spazio destinato alla libertà?
Massimo
D'Alema: Cercammo di
garantire condizioni ordinate perché tutti potessero partecipare. Ma una parte
dei giovani contestò anche l'organizzazione.
Antonio
Bruno: Ecco.
Voi avevate
costruito un modello.
Spazi.
Regole.
Prezzi.
Orari.
Un
campeggio.
Un
programma.
Ma i
partecipanti non erano elementi passivi del modello.
Erano esseri
umani capaci di agire in modi non previsti.
Questa è una
lezione importante sui sistemi sociali.
Un'organizzazione
può predisporre condizioni, ma non può determinare completamente le condotte
delle persone che vi partecipano.
Che cosa
accade quando confondiamo l'organizzazione delle condizioni con il controllo
delle persone?
16. La contestazione: quando il dialogo smette di
funzionare
Antonio
Bruno: A Ravenna
arrivano gruppi che contestano i prezzi, il campeggio, la gestione della festa.
Lei racconta
di aver partecipato a numerose assemblee cercando di rispondere alle critiche.
Poi una
minoranza violenta provoca scontri e devastazioni.
A quel punto
decidete di intervenire per smantellare il campeggio alternativo e allontanare
i contestatori.
Vorrei
chiederle:
quando
possiamo dire che il dialogo è diventato impossibile?
Massimo
D'Alema: Quando
l'interlocutore non cerca più il confronto ma vuole impedire agli altri di
svolgere le proprie attività.
Antonio
Bruno: È una
risposta comprensibile.
Ma vorrei
approfondirla.
Chi decide
che l'altro non vuole dialogare?
E su quali
comportamenti fonda questa distinzione?
Perché
esiste sempre il rischio di definire impossibile il dialogo proprio quando
diventa particolarmente difficile.
Massimo
D'Alema: Nel nostro
caso c'erano violenze e tentativi concreti di impedire lo svolgimento del
festival.
Antonio
Bruno: E questo
introduce una questione etica reale.
La libertà
di contestare non comprende il diritto di esercitare violenza sugli altri.
Ma anche la
risposta alla violenza deve essere osservata criticamente.
Come
possiamo proteggere uno spazio di libertà senza riprodurre, nel modo in cui lo
proteggiamo, le pratiche di sopraffazione che intendiamo impedire?
Non è una
domanda alla quale possiamo rispondere con una formula.
Richiede
attenzione alle circostanze, proporzionalità, responsabilità e riconoscimento
delle persone coinvolte.
17. Quando il funzionario diventa segretario
Antonio
Bruno: Lei scrive
che proprio durante la crisi di Ravenna cessò di essere percepito come il
funzionario inviato dal partito e venne riconosciuto come segretario dei
giovani comunisti.
Mi interessa
questo passaggio.
Quando è
diventato davvero segretario della FGCI?
Quando
Berlinguer lo ha deciso?
Quando il
congresso l'ha eletta?
Oppure
quando i giovani hanno cominciato a riconoscerla come tale?
Massimo
D'Alema: Formalmente
al congresso. Ma sul piano del rapporto con l'organizzazione, Ravenna fu
decisiva.
Antonio
Bruno: Ecco una
distinzione fenomenologica fondamentale.
L'incarico è
attribuito da una procedura.
Il
riconoscimento emerge nelle relazioni.
Possiamo
ricevere un titolo senza sentirci legittimati.
Possiamo
essere formalmente investiti di un'autorità senza che gli altri la riconoscano
pienamente.
Massimo
D'Alema: A Ravenna
sentii che il rapporto con l'organizzazione era cambiato.
Antonio
Bruno: E allora le
chiedo:
era cambiata
l'organizzazione oppure era cambiato il modo in cui lei viveva la propria
appartenenza?
Probabilmente
entrambe le cose.
Perché nelle
relazioni umane non esiste un osservatore completamente separato da ciò che
osserva.
Lei
partecipava alla trasformazione dell'organizzazione.
E l'organizzazione
partecipava alla trasformazione del suo modo di essere dirigente.
18. La promessa del comunismo e il limite del
possibile
Antonio
Bruno: Lei scrive
che nel nome, nel simbolo e nell'identità del PCI esisteva una promessa di
riscatto sociale che il partito non era in condizione di mantenere
completamente.
Questa frase
mi sembra centrale.
Che cosa
accade quando una comunità promette un futuro che non riesce a realizzare?
Massimo
D'Alema: Si produce
una distanza tra le aspettative e le possibilità concrete. Una parte dei
giovani viveva quella distanza come un tradimento.
Antonio
Bruno: Ecco.
Ma la
promessa non è soltanto una previsione.
È anche una
relazione.
Quando
promettiamo qualcosa, contribuiamo a costruire le aspettative degli altri.
E quelle
aspettative diventano parte del loro modo di vivere il presente.
Un giovane
può sopportare sacrifici perché immagina un futuro differente.
Ma se quel
futuro continua ad allontanarsi, può cominciare a vivere il presente come una
privazione senza significato.
Massimo
D'Alema: Era una
delle contraddizioni della solidarietà nazionale.
Antonio
Bruno: E allora la
domanda etica diventa:
quale
responsabilità abbiamo verso le aspettative che contribuiamo a generare negli
altri?
Non possiamo
garantire ogni risultato.
Ma possiamo
evitare di presentare come certo ciò che non sappiamo se potremo realizzare.
19. Il terrorismo: quando la politica incontra il
dolore
Antonio
Bruno: Lei ricorda
l'assassinio di Luigi Di Rosa a Sezze e quello di Benedetto Petrone a Bari.
Racconta il
volto del padre di Luigi Di Rosa.
Vorrei
fermarmi su quell'immagine.
Non sul
partito.
Non sulla
strategia.
Non sulla
violenza come categoria politica.
Sul volto di
un padre.
Massimo
D'Alema: È
un'immagine che mi è rimasta dentro.
Antonio
Bruno: Che cosa
accade quando una tragedia politica diventa il dolore concreto di una persona
che incontriamo?
Massimo
D'Alema: La violenza
smette di essere un fatto astratto. Ne percepiamo direttamente le conseguenze
umane.
Antonio
Bruno: Ecco.
La
fenomenologia ci invita a non perdere il vissuto dietro la spiegazione.
Possiamo
analizzare il terrorismo attraverso la storia, la sociologia e la politica.
Ma nessuna
di queste spiegazioni sostituisce l'esperienza di un padre che ha perduto un
figlio.
E allora la
domanda etica non può limitarsi a chiedere quali idee sostenevano gli autori
della violenza.
Deve anche
chiedere:
quale mondo
hanno prodotto nelle vite delle persone che hanno colpito?
20. La domanda conclusiva: chi decide come dobbiamo
vivere?
Antonio
Bruno: Massimo,
vorrei tornare nella stanza dalla quale siamo partiti.
Berlinguer
le comunica che sarà segretario della FGCI.
Lei
preferirebbe restare a Pisa.
Accetta.
Viene eletto
in un congresso che manifesta freddezza.
Costruisce
un gruppo dirigente.
Entra nella
Direzione del PCI.
Scopre le
regole non scritte del potere.
Incontra il
Mezzogiorno.
Vive una
campagna elettorale straordinaria.
Affronta il
dissenso e la violenza.
E a Ravenna
viene finalmente riconosciuto come segretario dai giovani che guida.
Vorrei
domandarle:
se oggi
dovesse individuare il momento nel quale ha realmente scelto di essere
segretario della FGCI, quale indicherebbe?
Massimo
D'Alema: Forse non
un momento preciso. Fu un processo. All'inizio accettai una decisione altrui.
Poi, attraverso il lavoro, quell'incarico diventò qualcosa che sentivo mio.
Antonio
Bruno: Questa
risposta mi interessa molto.
Perché
suggerisce che una scelta non coincide necessariamente con un singolo istante.
Possiamo
accettare qualcosa senza desiderarlo.
Poi possiamo
scoprirvi possibilità che non avevamo previsto.
Possiamo
trasformare il modo in cui partecipiamo a quella esperienza.
Ma non
vorrei che questo diventasse una giustificazione retrospettiva dell'obbedienza.
Il fatto che
una decisione imposta abbia prodotto esperienze positive non dimostra che fosse
giusto imporla.
Massimo
D'Alema: È una
distinzione importante.
Antonio
Bruno: Allora le
pongo l'ultima domanda.
Se
Berlinguer, invece di dirle che la decisione era presa, le avesse chiesto che
cosa desiderava davvero fare della sua vita, quale conversazione sarebbe nata?
Non possiamo
saperlo.
Possiamo
soltanto immaginarlo.
Ma forse
quella domanda avrebbe aperto uno spazio differente.
Uno spazio
nel quale l'altro non fosse soltanto una risorsa per realizzare il progetto
dell'organizzazione.
Uno spazio
nel quale il suo desiderio potesse partecipare alla costruzione della
decisione.
E questo,
per me, è il punto fondamentale.
Una comunità
diventa realmente democratica non soltanto quando permette alle persone di
votare, ma quando riconosce che le persone possono contribuire a definire le
possibilità tra le quali scegliere.
Antonio Bruno — Riflessione conclusiva
Ho
attraversato idealmente queste pagine della vita di Massimo D'Alema cercando di
non fermarmi alla storia politica.
Ho osservato
un giovane che entra in una stanza e scopre che il suo futuro è già stato
deciso.
Un dirigente
che rifiuta di conoscere l'elenco dei propri oppositori.
Un uomo che
prende appunti e se li vede strappare perché il suo gesto viene interpretato
come un rischio.
Un politico
che scopre il Mezzogiorno attraverso gli incontri con le persone.
Un giovane
segretario che viene eletto senza essere pienamente desiderato e che conquista
il riconoscimento attraverso il proprio lavoro.
Una comunità
che promette il cambiamento e che deve confrontarsi con i limiti del possibile.
Una folla
che applaude e poi tace.
E
soprattutto ho incontrato una domanda che attraversa tutto il racconto:
che cosa
conserviamo quando obbediamo?
Conserviamo
la relazione?
L'appartenenza?
La
sicurezza?
Il
riconoscimento?
La
possibilità di continuare a partecipare?
Non
considero l'obbedienza necessariamente una rinuncia alla libertà.
Ma ritengo
indispensabile distinguere l'obbedienza consapevolmente scelta dalla
sottomissione che non riusciamo neppure a riconoscere.
Perché la
seconda può diventare un modo di vivere così abituale da apparirci naturale.
Maturana ci
invita a osservare come facciamo ciò che facciamo.
Von Foerster
ci invita a includere l'osservatore nella descrizione.
La
fenomenologia ci invita a ritornare all'esperienza vissuta prima di ridurla
alle nostre spiegazioni.
E l'etica ci
domanda quali conseguenze produciamo nella vita degli altri.
Da questa
conversazione porto con me cinque domande.
Come faccio
quello che faccio?
Che cosa sto
cercando di conservare?
Qual è lo
scopo del mio agire?
Qual è lo
scopo dello scopo?
Il modo in
cui sto cercando di realizzare ciò che desidero sta producendo il mondo nel
quale voglio vivere, senza negare la legittimità e la dignità degli altri?
E vorrei
aggiungerne una sesta, che considero la più importante di questo capitolo:
quando qualcuno
mi dice che una decisione è già stata presa, riesco ancora a riconoscere la
possibilità di scegliere come partecipare a ciò che accade?
Perché forse
la libertà non consiste nel controllare ogni circostanza della nostra vita.
Consiste
anche nel riconoscere le condizioni nelle quali ci troviamo, osservare il
nostro modo di agire e assumere responsabilmente le scelte che restano
possibili.
Ma una
società giusta deve fare qualcosa di più: deve ampliare quelle possibilità, non
restringerle attraverso l'autorità e la paura di perdere l'appartenenza.
Il giovane
D'Alema entra nella stanza di Berlinguer con una preferenza personale che non
trova spazio nella decisione.
Ne esce con
un incarico.
A Ravenna,
un anno dopo, quell'incarico diventa un'esperienza di riconoscimento.
Tra questi
due momenti si sviluppa una trasformazione.
Non soltanto
politica.
Umana.
E forse è
proprio questo che vale la pena osservare in ogni biografia: non soltanto che
cosa siamo diventati, ma come abbiamo partecipato al nostro diventare.
Antonio
Bruno Pietro
Conversazione
immaginaria ispirata al capitolo 4, «Segretario della Fgci (con gelo)», da
Eravamo comunisti di Massimo D'Alema, Feltrinelli.
La chiave epistemologica di questo quarto episodio
La questione
centrale non è stabilire se il PCI fosse democratico o autoritario attraverso
un giudizio generale, ma osservare come si producevano concretamente le
relazioni di autorità, obbedienza, dissenso e riconoscimento.
Tre passaggi
del racconto sono particolarmente rivelatori: la nomina già decisa da
Berlinguer, il rifiuto di D'Alema di conoscere i nomi dei contrari alla sua
elezione e il riconoscimento conquistato durante il festival di Ravenna. In
ciascuno emerge una differenza tra il ruolo istituzionale e l'esperienza
relazionale del potere.
La domanda
che li collega è: «Sto conservando un'appartenenza perché la desidero oppure
perché non riesco a immaginare chi sarei senza di essa?»

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