Il sorriso che arriva dopo
Il sorriso che arriva dopo
Ci sono fotografie in cui sorridiamo perché qualcuno ci dice: «Sorridi».
E poi ce ne sono altre in cui sembra che il sorriso sia arrivato da solo, dopo aver fatto un viaggio molto più lungo della strada che si vede alle spalle.
In questa foto c’è un uomo in una giornata piena di sole. Il cielo è di quell’azzurro sfacciato che non ammette preoccupazioni, la pietra chiara restituisce la luce, la gente cammina, parla, va da qualche parte. E lui è lì, con il cappellino, gli occhiali, una maglia verde e un sorriso appena accennato.
Non ride. Sorride.
Che è una cosa diversa.
La risata appartiene spesso a ciò che accade. Il sorriso, qualche volta, appartiene a ciò che siamo diventati.
A una certa età si scopre che abbiamo trascorso una quantità impressionante di tempo a prepararci alla vita. A studiare, lavorare, preoccuparci, prevedere, aggiustare, organizzare. Sempre con la sensazione che ci fosse qualcosa da sistemare prima di poter finalmente dire: adesso posso stare tranquillo.
Solo che quel «dopo» continuava a spostarsi.
Poi può capitare una giornata qualsiasi. Non succede niente di straordinario. Non vinci alla lotteria, non torni giovane, il mondo conserva tutti i suoi problemi.
Semplicemente ti accorgi che sei qui.
La strada è questa.
Il sole è questo.
La gente passa.
Tu respiri.
E forse non devi arrivare da nessun'altra parte per meritarti questo momento.
Guardando questa fotografia, allora, la cosa che mi colpisce non è il cappello, né il verde della maglietta, né persino quel cielo esageratamente azzurro.
È quel piccolo sorriso.
Perché sembra dire una cosa semplicissima che, per impararla, a qualcuno occorre quasi una vita:
«Non sto aspettando che cominci qualcosa.
È già questa, la vita.»

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