Su Rai Play «Fomo»: dal bisogno al peso di piacere, diario di una generazione dimenticata
Su Rai Play «Fomo»: dal
bisogno al peso di piacere, diario di una generazione dimenticata
Nulla di nuovo sotto il sole «loro
temono di perdersi qualcosa; noi temevamo di non diventare qualcuno»
I ragazzi e le loro paure La classe filmata per
un anno si racconta nella serie tv
Ho fatto un
confronto e il confronto funziona soprattutto perché mette in discussione
l'idea che la FOMO e l'ansia da prestazione siano invenzioni dei social:
cambiano gli strumenti, non necessariamente il bisogno umano di essere
riconosciuti.
Leggo dei
ragazzi di Fomo, diciottenni che hanno paura di essere esclusi, che
sentono di dover essere sempre al cento per cento, che misurano il proprio
valore nello sguardo degli altri e cercano qualcuno che, almeno per qualche
minuto, smetta di valutarli e si limiti ad ascoltarli.
E penso:
poveri ragazzi.
Poi penso:
poveri noi.
Perché io
sono nato nel 1957, quando Instagram non esisteva, TikTok neppure e il follower
era semplicemente uno che ti veniva dietro. Eppure, a guardare bene la mia
storia, trovo parecchie delle stesse cose.
La paura di
non essere all'altezza. Il bisogno di riuscire. La sensazione che ciò che
facevo non fosse soltanto qualcosa che facevo, ma dicesse qualcosa su chi ero.
Il risultato diventava facilmente un certificato di valore.
Bisognava
studiare bene. Lavorare bene. Essere responsabili. Non sbagliare. Essere capaci
di cavarsela. E magari non avere troppo bisogno degli altri, perché chiedere
aiuto poteva assomigliare pericolosamente a dipendere.
Altro che
social.
Il social network
era già dentro di noi.
Aveva nomi
diversi: la famiglia, la scuola, il paese, il lavoro, i colleghi, il partito,
la professione. Non metteva cuoricini sotto le fotografie, ma distribuiva
approvazione e disapprovazione con altrettanta efficienza.
Anche allora
esistevano i follower. Solo che non si contavano.
Erano quelli
che ti stimavano, quelli che parlavano bene di te, quelli che riconoscevano la
tua competenza. Ed esistevano naturalmente anche gli unfollow: una
critica, una bocciatura, una sconfitta, qualcuno che non ti riconosceva il
valore che pensavi di avere.
La
differenza è che noi non avevamo uno schermo sul quale controllare
continuamente il punteggio.
Ma il
punteggio, qualche volta, lo portavamo dentro.
Per questo,
quando sento quei ragazzi dire che avvertono l'obbligo della performance, non
riesco a guardarli come rappresentanti di una specie antropologica appena
comparsa sulla Terra.
Li
riconosco.
Naturalmente
il loro mondo è diverso dal mio. L'esposizione oggi è continua. Un adolescente
può confrontarsi in pochi minuti con migliaia di corpi, successi, viaggi, amori
e vite apparentemente perfette. Noi avevamo un campione statistico decisamente
più modesto: il compagno di banco, il cugino bravo, quello che prendeva trenta
all'università, il collega che faceva carriera.
Ma la
domanda sottostante era sorprendentemente simile:
valgo
abbastanza?
E subito
dopo:
gli altri se
ne accorgono?
Ecco perché
forse il problema non sono soltanto i social. I social hanno costruito un
gigantesco amplificatore per qualcosa che esisteva già: il bisogno umano di
ricevere dagli altri la conferma della propria esistenza.
Io l'ho
conosciuto attraverso lo studio, il lavoro, la responsabilità, la competenza,
l'impegno pubblico. Altri lo hanno conosciuto attraverso la bellezza, il
denaro, la carriera. I ragazzi di oggi lo incontrano anche nel numero dei
follower e dei «mi piace».
Cambiano le
unità di misura.
La
misurazione rimane.
E c'è
un'altra frase dell'articolo sui ragazzi di Fomo che mi colpisce: hanno
bisogno di qualcuno che li stia a sentire.
Forse anche
qui non hanno inventato niente.
Quante
volte, nella vita, abbiamo desiderato essere ascoltati senza che qualcuno ci
spiegasse immediatamente cosa avremmo dovuto fare? Essere guardati senza essere
misurati. Essere accolti senza dover esibire il curriculum delle nostre
qualità.
Forse la
vera novità comincia quando ci accorgiamo del meccanismo.
Quando posso
vedere che sto cercando approvazione senza dovermi rimproverare perché la
cerco.
Quando posso
accorgermi che sto immaginando il giudizio degli altri senza doverlo eliminare.
Quando un
errore può tornare a essere semplicemente un errore e smettere di trasformarsi
in una sentenza sulla persona che l'ha commesso.
E quando
essere bravi può finalmente diventare una possibilità e non un obbligo.
Ho impiegato
parecchi anni per arrivare a intravedere una cosa che forse avrei voluto
qualcuno mi dicesse quando ero giovane: non tutto ciò che facciamo deve
dimostrare chi siamo.
A volte
facciamo semplicemente qualcosa.
Riusciamo.
Sbagliamo.
Ci
innamoriamo.
Cambiamo
idea.
Abbiamo
paura.
Chiediamo
aiuto.
E
continuiamo a essere noi.
I ragazzi di
oggi hanno i social e noi avevamo altri tribunali. Loro temono di perdersi
qualcosa, noi temevamo forse di non diventare qualcuno.
Alla fine,
però, dietro tutte quelle paure sembra affacciarsi la stessa antichissima
domanda: posso esistere senza dover continuamente dimostrare di meritarmelo?
La
tecnologia è nuovissima.
La domanda
no.
Nulla di
nuovo sotto il sole.
Ho tolto dalla
serie televisiva persone, scuola ed episodi concreti, per ricavare le distinzioni
concettuali che organizzano la trama della fiction, emergono soprattutto
queste:
- Legittimazione pubblica del sé — il proprio valore non basta
più viverlo: deve essere mostrato, riconosciuto e confermato dagli altri.
- Performance — la persona tende a essere
valutata attraverso ciò che riesce a dimostrare: talento, aspetto fisico,
risultati, successo, visibilità.
- Paura dell’esclusione (FOMO) — timore di essere fuori da
ciò che accade, dai gruppi, dalle esperienze e dal riconoscimento sociale.
- Appartenenza — bisogno di essere parte di
una comunità e di non sentirsi esclusi.
- Visibilità — essere visti diventa quasi
una condizione dell’esistere socialmente.
- Esposizione pubblica del
privato — la
distinzione tra vita vissuta e vita mostrata si assottiglia.
- Pubblico permanente — percezione di avere sempre
qualcuno davanti al quale rendere conto della propria esistenza.
- Confronto sociale — il valore personale viene
misurato mettendosi continuamente in rapporto con gli altri.
- Competitività — il confronto si trasforma
facilmente in graduatoria: follower, bellezza, successo, prestazione.
- Solitudine — paradossalmente, l'aumento
delle connessioni e dell'esposizione può convivere con una diminuzione
della relazione vissuta.
- Frammentazione della
comunicazione —
prevalgono messaggi, immagini e segmenti di esperienza, con il rischio
della perdita di un senso complessivo.
- Ansia anticipatoria — il futuro entra
continuamente nel presente sotto forma di minaccia: lavoro, guerra, clima,
pandemie, riuscita personale.
- Aspettativa esterna — percezione che gli altri
chiedano continuamente qualcosa: riuscire, essere efficienti, essere «al
cento per cento».
- Ansia di riuscire — non semplicemente desiderare
di riuscire, ma sentire che si deve riuscire.
- Bisogno di piacere — ricerca della conferma del
proprio valore attraverso l'approvazione altrui.
- Dipendenza dal riconoscimento — il giudizio esterno diventa
uno dei criteri attraverso cui viene costruita l'immagine di sé.
- Autostima — valutazione che la persona
produce di sé stessa, nel testo spesso fragile o severamente autocritica.
- Inadeguatezza — percezione di non possedere
abbastanza consistenza, maturità o valore.
- Identità — domanda implicita: chi
sono io al di là di ciò che mostro, delle prestazioni e dello sguardo
degli altri?
- Transizione — l'adolescenza come
territorio tra ciò che finisce e ciò che ancora non ha assunto una forma
stabile.
- Incertezza — impossibilità di sapere con
sicurezza quale posto si avrà nel mondo futuro.
- Assenza di orizzonti collettivi — indebolimento di sogni,
progetti, ideali e lotte capaci di trasformare l'inquietudine individuale
in esperienza condivisa.
- Individualizzazione del disagio — problemi anche sociali
vengono vissuti prevalentemente come problemi del singolo.
- Ascolto — possibilità di essere
accolti nel proprio racconto senza essere immediatamente valutati,
corretti o interpretati.
- Riconoscimento dell'altro — vedere il giovane non come
categoria («gli adolescenti»), ma come persona concreta.
L'astrazione centrale
A mio
avviso, tutte queste astrazioni possono essere ricondotte a una configurazione
molto semplice:
VALORE
PERSONALE → VISIBILITÀ → PERFORMANCE → RICONOSCIMENTO → APPARTENENZA
con il suo
rovescio:
MANCATA
PERFORMANCE → MANCATO RICONOSCIMENTO → ESCLUSIONE → PAURA
E qui c'è
forse l'astrazione più profonda contenuta nell'articolo: la trasformazione
del valore da esperienza privata a fatto che necessita di certificazione
pubblica.
Non è più
soltanto:
«Sono
capace.»
ma:
«Devo
mostrare che sono capace affinché gli altri riconoscano che lo sono.»
E, ancora
più in profondità:
«Se gli
altri non lo riconoscono, posso continuare a considerarmi capace?»
È questo
passaggio che permette di collegare FOMO, follower, performance, bisogno di
piacere, competitività, ansia e richiesta di ascolto in un'unica
configurazione.

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