Antonio Bruno conversa con Heinz von Foerster — Verità, linguaggio e conversazione
La verità è l'invenzione di un bugiardo. Colloqui per
scettici di Heinz von Foerster (Autore) Bernhard Porksen (Autore)
Antonio Bruno conversa con Heinz von Foerster —
Verità, linguaggio e conversazione
I. L’invenzione
Antonio
Bruno: Heinz, tu
dici una cosa che sembra un paradosso: «La verità è l’invenzione di un
bugiardo». A leggerla velocemente sembra quasi che tu voglia dire che la verità
non esiste.
Heinz von
Foerster: Sarebbe
troppo facile. Io dico qualcosa di più insidioso. Immagina un mondo nel quale
nessuno possa mentire. Tutto ciò che viene detto sarebbe vero.
Antonio: E quindi non avremmo neppure
bisogno della parola “vero”.
Heinz: Esatto. Se tutto è vero,
distinguere qualcosa come vero non aggiunge informazione. La verità diventa
necessaria quando compare la possibilità della menzogna.
Antonio: Quindi la menzogna genera la
distinzione vero/falso.
Heinz: Proprio così. E quando fai una
distinzione, fai emergere un mondo.
Antonio: Questo mi interessa molto. Perché
allora il problema non è soltanto chiedermi: «È vero quello che vedo?». Dovrei
domandarmi: «Come faccio a vedere quello che vedo?».
Heinz: Adesso stiamo entrando nella
faccenda.
Antonio: Per esempio, vedo una persona e
penso: “Mi sta giudicando”. Nel mio vecchio modo di vivere avrei cercato di
stabilire se fosse vero oppure falso. Oggi posso accorgermi di qualcosa che
viene prima: sono io che, osservando quella persona, distinguo certi gesti,
certe parole, certe espressioni e faccio emergere il giudizio.
Heinz: E questo non significa che tu abbia
torto.
Antonio: No. Significa che mi accorgo di
partecipare a ciò che osservo.
Heinz: Esatto. L’osservatore non può
essere espulso dall’osservazione.
Antonio: È una posizione molto più scomoda
della ricerca della verità.
Heinz: Naturalmente! Perché se possiedo la
Verità posso giudicare gli altri. Se invece riconosco il mio modo di costruire
ciò che chiamo vero, devo assumermi la responsabilità delle mie distinzioni.
Antonio: E qui arriva Niccolò Cusano con la coincidentia
oppositorum.
Heinz: Il cerchio cresce, cresce, cresce.
Il suo diametro tende all’infinito e la circonferenza tende alla retta. Ciò che
nel nostro dominio appare opposto, nell’infinito coincide.
Antonio: Allora anche qui devo stare
attento. Perché appena dico “questo è vero”, creo contemporaneamente la
possibilità di “questo è falso”.
Heinz: Hai tracciato una linea.
Antonio: E il mio «mi accorgo» potrebbe
essere semplicemente questo: vedere che sto tracciando quella linea.
Heinz: Senza pretendere di smettere di
tracciarla.
Antonio: Questo è importante. Non devo
correggermi.
Heinz: Devi osservarti.
II. La magia
Antonio: Passiamo alla lingua. Nel tuo
discorso di Amburgo dici che noi produciamo, in fondo, grugniti e sibili
facendo passare aria attraverso la glottide.
Heinz: Una descrizione poco elegante, ma
abbastanza precisa.
Antonio: Eppure io posso pronunciare una
frase e far piangere una persona.
Heinz: Ecco la magia.
Antonio: Posso dire: “Ti amo”.
Heinz: E cambia tutto.
Antonio: Oppure: “Non ti amo più”.
Heinz: E cambia nuovamente tutto. Eppure
fisicamente che cosa è accaduto? Aria, vibrazioni, onde sonore.
Antonio: Ma allora il significato non sta
nelle parole.
Heinz: Dove vorresti metterlo? Dentro le
vocali? Fra due consonanti?
Antonio: Sta nella relazione?
Heinz: Cominciamo a capirci.
Antonio: Se dico “casa”, io posso vedere una
casa della mia infanzia. Un altro vede quella in cui abita oggi. Un altro
ancora può sentire dolore perché una casa non ce l’ha più.
Heinz: E tutti hanno ascoltato gli stessi
quattro suoni.
Antonio: Quindi io non trasferisco nella
testa dell’altro il significato che ho nella mia.
Heinz: Questa è una delle illusioni più
resistenti della comunicazione: l’idea del linguaggio come camion per il
trasporto dei significati.
Antonio: Io carico il mio pensiero sulla
parola, la parola viaggia e tu scarichi il mio pensiero.
Heinz: Peccato che quel camion non esista.
Antonio: Allora quando parliamo accade
qualcosa fra noi.
Heinz: Accade qualcosa con noi.
Antonio: E qui il mio «mi accorgo» diventa
ancora più interessante. Mentre tu parli, io posso accorgermi della tua voce,
del tuo volto, del rumore intorno a me, del mio corpo. Ma contemporaneamente
posso accorgermi che una tua parola mi porta nel passato oppure mi fa costruire
uno scenario futuro.
Heinz: E tutto questo sta accadendo
adesso.
Antonio: Esattamente. Il passato che
ricostruisco è presente adesso. Il futuro che immagino è presente adesso.
Heinz: Ecco perché il linguaggio è magico.
Non si limita a descrivere mondi.
Antonio: Li fa emergere.
Heinz: Precisamente.
III. La conversazione
Antonio: Arriviamo alla parte che
preferisco. Bernhard Pörksen viene a intervistarti.
Heinz: E io sono preoccupato.
Antonio: Perché conosci il giornalismo.
Heinz: Domande già costruite, risposte
incasellate e alla fine leggi sul giornale qualcosa che dovrebbe essere ciò che
hai detto e non lo riconosci più.
Antonio: Però Pörksen fa qualcosa di
diverso.
Heinz: Non mi tratta come un’autorità.
Antonio: Ti contraddice.
Heinz: Mi mette alla prova.
Antonio: Dubita.
Heinz: E così l’intervista muore.
Antonio: E nasce la conversazione.
Heinz: Finalmente!
Antonio: Questo passaggio mi sembra enorme.
Nell’intervista esistono già due ruoli: uno domanda perché non sa, l’altro
risponde perché sa.
Heinz: Hai già costruito il mondo nel
quale avverrà l’incontro.
Antonio: Nella conversazione, invece,
nessuno sa esattamente dove arriveremo.
Heinz: Altrimenti non sarebbe una
conversazione. Sarebbe l’esecuzione di un copione.
Antonio: Quindi conversare significa anche
accettare il “non so”.
Heinz: Non soltanto accettarlo. Renderlo
fertile.
Antonio: Questa cosa oggi mi piace
moltissimo: poter dire “non so” senza sentire immediatamente il bisogno di
riempire quel vuoto con una spiegazione.
Heinz: Perché proprio in quello spazio può
apparire qualcosa che prima non esisteva.
Antonio: Ed è ciò che accadde tra te e
Pörksen.
Heinz: Sì. Nessuno dei due possedeva in
anticipo quella conversazione.
Antonio: L’avete fatta insieme.
Heinz: E facendo la conversazione, in
qualche misura, abbiamo fatto anche noi stessi.
Antonio: Qui ritrovo qualcosa che per me è
diventato molto semplice. Non devo necessariamente chiedermi continuamente
perché faccio quello che faccio. Posso accorgermi di come lo faccio mentre lo
faccio.
Heinz: Questa sarebbe già un’ottima
epistemologia.
Antonio: Sto parlando con te. Ti ascolto.
Una tua frase suscita qualcosa. Me ne accorgo. Rispondo. La mia risposta
modifica ciò che dirai dopo.
Heinz: E ciò che io dico modifica ciò che
dirai tu.
Antonio: Nessuno dei due controlla
completamente la conversazione.
Heinz: Ma entrambi ne siamo responsabili.
Antonio: Questa distinzione mi piace: responsabilità
senza controllo.
Heinz: Molto.
Antonio: Perché posso essere responsabile di
ciò che faccio senza pretendere di governare quello che accadrà.
Heinz: Ora stai formulando una delle
conseguenze etiche del costruttivismo.
Antonio: E forse capisco anche il titolo del
vostro dialogo: Ich versuche einen Tanz mit der Welt — provo a danzare
con il mondo.
Heinz: Una danza non funziona se uno dei
due pretende di stabilire ogni movimento dell’altro.
Antonio: Ma neppure se io rimango immobile.
Heinz: Esatto.
Antonio: Devo muovermi.
Heinz: E accorgerti del movimento
dell’altro.
Antonio: Lui cambia e cambio anch’io.
Heinz: E nasce la danza.
Antonio: Allora potrei riassumere i tuoi tre
paragrafi così: nella verità mi accorgo delle distinzioni che faccio;
nel linguaggio mi accorgo dei mondi che facciamo emergere; nella conversazione
mi accorgo che quel mondo non lo faccio da solo.
Heinz: Non male, Antonio.
Antonio: Però c’è un’ultima cosa.
Heinz: Dimmi.
Antonio: Anche questa nostra conclusione non
è “la verità”.
Heinz: Ah! Finalmente!
Antonio: È ciò che è emerso conversando.
Heinz: E domani?
Antonio: Non lo so.
Heinz: Magnifico.
Antonio: Posso lasciarlo così?
Heinz: Certamente.
Antonio: Allora mi accorgo che non ho
bisogno di aggiungere altro.
Heinz: E io mi accorgo che la nostra
conversazione è finita.
Antonio: Non perché abbiamo trovato la
Verità.
Heinz: Ma perché, per adesso, abbiamo
finito di danzare.

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