Ho cantato DEDICA di Ernia.
La canzone rimasta tre anni ad
aspettarmi
Ho cantato DEDICA
di Ernia.
Io non uso
l’Auto-Tune. Canto con la voce che ho, con le sue imperfezioni, con il fiato
che qualche volta arriva dove voglio e qualche volta no. Eppure, mentre cantavo
questa canzone, ho pensato che lì, nella parte parlata, in quel rap che sembra
continuamente sul punto di trasformarsi in melodia, l’Auto-Tune ci sarebbe
stato bene.
Avrebbe dato
qualcosa in più.
Non nel
ritornello.
Nel
ritornello no.
Lì bisogna
lasciare la voce sola.
Perché a un
certo punto la canzone rallenta dentro di me. Non so se rallenti davvero la
musica o se sia io a sentirla così.
Vedo gesti
misurati.
Persone che
non devono arrivare da nessuna parte.
Sorrisi
senza fretta.
E una specie
di luce quieta sulle cose.
Che
meraviglia.
Quando sono
arrivato al ritornello ho continuato a cantare, ma qualcosa era già accaduto.
La musica mi aveva preso.
Non
trascinato.
Preso.
C’è
differenza.
Mi sono
ritrovato a navigare in un mare calmo. Nessuna onda da vincere, nessuna riva da
raggiungere. Soltanto quella distesa fatta di meraviglia e dolcezza.
E mi sono
venute le lacrime.
Ho
continuato a cantare.
Forse è
questa una delle cose misteriose della musica: qualcuno scrive una canzone in
una stanza e non può sapere dove quella canzone andrà a finire.
Matteo
Professione, Ernia, ha raccontato che DEDICA è stato il primo pezzo
scritto insieme a Charlie Charles nel 2023.
Poi è
rimasto lì.
Per più di
tre anni.
Dentro una
cartella.
Mi
impressiona pensarci.
Una canzone
immobile dentro un computer. Un file. Qualcosa che apparentemente non sta
accadendo.
Da una parte
Matteo Professione.
Dall’altra
Paolo Alberto Monachetti, Charlie Charles, uno degli uomini che hanno costruito
il suono della trap italiana.
Scrivono una
canzone.
La mettono
via.
Passano i
giorni.
Passano i
mesi.
Passano tre
anni.
E loro non
possono sapere che, da qualche parte nel futuro, ci sarò io.
Io che un
giorno premerò play.
Io che
proverò a cantarla.
Io che
penserò all’Auto-Tune nella strofa e alla voce nuda nel ritornello.
Io che,
arrivato a quelle note, improvvisamente non penserò più a niente.
Canterò.
E piangerò.
Forse una
canzone non rimane davvero chiusa in una cartella. Forse aspetta semplicemente
il proprio tempo.
Aspetta una
voce.
Aspetta una
stanza.
Aspetta
qualcuno che ancora non sa di averne bisogno.
DEDICA ha aspettato tre anni.
Poi è
arrivata fino a me.
E per
qualche minuto non è stata più soltanto la canzone di Ernia e Charlie Charles.
È diventata
anche la mia.
Per questo
voglio dire i loro nomi.
Matteo
Professione.
Paolo
Alberto Monachetti.
Grazie per
averla scritta.
Grazie per
non averla dimenticata in quella cartella.
Grazie per
avermi fatto piangere.
Grazie.
Grazie.
Grazie.
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