«Adesso mi accorgo di te»
«Adesso mi accorgo di te»
Mi ricordo dei tuoi capelli. Erano neri, quasi color ebano, e li raccoglievi
dietro la testa nel tuppo, come lo chiamavamo noi. Ricordo il sorriso,
i denti lunghi. Sono particolari che non avevo deciso di conservare. Sono
rimasti.
C'era una culla con le sponde di rete. Io dormivo lì.
Daniela era con voi, o almeno così ho creduto per molto tempo. Tu eri sempre
stanca. Ho l'immagine di una donna che deve recuperare le forze e non riesce
mai a farlo completamente, come se la fatica del giorno precedente entrasse già
nel giorno successivo.
Papà cercava di alleggerirti il peso. Io stavo dai nonni, Pietro e Memmi.
Poi seppi che anche Daniela non rimaneva sempre con te. Stava dalla nonna a
Lequile oppure da comare Annina, poco più avanti, sempre in Via Unità d'Italia.
La strada non era ancora asfaltata.
Questo particolare oggi mi sembra importante. Allora era semplicemente il
mondo.
Ricordo la bicicletta Bianchi. È la stessa che adesso possiedo io. Con
quella bicicletta portammo le ultime cose dalla vecchia casa alla nuova.
Nella casa nuova non c'erano ancora né acqua né luce.
L'acqua la prendevamo da un tombino nel quale c'era una saracinesca. Per la
sera avevamo un lume a petrolio.
Non ricordo di avere pensato che fossimo poveri. Le cose erano così.
A un certo punto decidesti di mandarmi dalla maestra Maria. Abitava sulla
Società, in Via Dante. Per arrivarci dovevo salire una scala ripida.
Eri preoccupata per me.
Dicevi che ero un bambino assente, che non mi accorgevo di nulla.
Questa frase mi arriva oggi da una distanza di quasi tutta una vita.
Non ti accorgi di nulla.
Non so che cosa vedessi in me quando lo dicevi. Non so quali miei silenzi,
quali distrazioni, quali modi di stare nel mondo ti facessero paura.
Della maestra Maria ricordo che spesso andava via e rimanevo con sua madre.
Ricordo soprattutto un foglio. Sul foglio c'era un grappolo d'uva che lei aveva
disegnato.
Io dovevo riempire la pagina di u.
u u u u u.
Forse imparare comincia così. Ripetendo un segno senza sapere che un giorno,
molti decenni dopo, cercheremo con le parole di recuperare ciò che quel segno
conteneva già.
Mi raccontavi spesso della tua scuola.
Avevi frequentato l'Avviamento a Lecce, allo Scarambone. Ci andavi in
bicicletta insieme a zio Gino, che in realtà si chiamava Diego.
Quando parlavi della scuola cambiavano i tuoi occhi.
Questo lo ricordo.
Per te la scuola non era semplicemente il luogo dove eri stata da ragazza.
Era qualcosa che avresti voluto continuare. Una possibilità.
Ma la tua famiglia era povera.
Dopo la licenza non proseguisti gli studi.
Avresti potuto lavorare come segretaria presso una ditta di Lecce. Tua madre
non volle. Diceva che non poteva mandarti da sola. Eri troppo piccola di
statura, troppo gracile.
Così andasti a lavorare da Bozzi Colonna.
Facesti la tabacchina.
Anche lì qualcuno si accorse di te e ti propose di passare in ufficio.
Poi ti sposasti.
Papà stabilì che sua moglie non doveva lavorare.
Tu ubbidisti.
Le donne della tua generazione conoscevano bene questa parola. Ubbidire ai
genitori, poi al marito. Molte volte non occorreva nemmeno che qualcuno
impartisse un ordine. L'ordine era già dentro la vita.
Tu eri abituata a ubbidire.
Ma stavi male.
Ricordo il fazzoletto che ti legavi intorno alla testa quando arrivavano
quei mal di testa terribili. Ricordo che rimanevi a letto. I dolori erano
lancinanti.
Non posso sapere da dove venissero.
Oggi, guardando indietro, mi viene da pensare a tutto quello che avevi desiderato
e non avevi fatto, alle decisioni prese dagli altri sulla tua vita, a quella
lunga educazione all'obbedienza.
Ma questa è una spiegazione di oggi.
Allora vedevo soltanto mia madre a letto con un fazzoletto stretto intorno
alla testa.
E poi ricordo la tua voce.
Era dolce, suadente, avvolgente.
Mi raccontavi le cose della vita.
Molte delle cose che so di te non le ho viste. Me le hai raccontate tu.
Eppure, dopo averti ascoltata tante volte, è come se possedessi anche i ricordi
della ragazza che eri stata prima che io nascessi.
Ti vedo sulla bicicletta verso Lecce.
Ti vedo allo Scarambone.
Ti vedo davanti alla possibilità di continuare gli studi.
Ti vedo alla manifattura, tabacchina, mentre qualcuno decide che potresti
lavorare in ufficio.
Ti vedo tornare a casa.
Non ero ancora nato e tuttavia queste immagini fanno parte della mia
memoria.
Molti anni dopo mi aiutasti anche nelle elezioni.
Trovasti tanti voti per me.
Per molto tempo avrò pensato che votassero me. Adesso so che molti votavano
te.
Era il credito che avevi accumulato senza saperlo. Non quello delle banche,
delle professioni, delle cariche. Il credito delle persone che erano state
ascoltate da te, trattate con delicatezza, riconosciute.
Io mettevo il mio nome sulla scheda.
Tu ci mettevi la tua vita.
Sei stata amata da chi aveva riconosciuto in te qualcosa che non aveva
bisogno di essere dichiarato: l'umanità.
Oggi è il 12 settembre 2026.
È il giorno del tuo onomastico.
Scrivo queste cose e mi accorgo che non sto andando indietro nel tempo.
La casa senza acqua e senza luce è qui.
Il tombino con la saracinesca è qui.
Il lume a petrolio è acceso.
La Bianchi attraversa ancora Via Unità d'Italia e adesso quella stessa
bicicletta è mia.
La maestra ha disegnato il grappolo d'uva.
Io sto ancora riempiendo il foglio di u.
E tu mi guardi, preoccupata perché sono un bambino che non si accorge di
nulla.
Sono passati più di sessant'anni.
Adesso mi accorgo.
Mi accorgo di te.
Mentre scrivo ricostruisco tutto questo ora e lo vivo ora.
Non so se il passato esista nel modo in cui siamo abituati a pensarlo. So
che in questo momento i tuoi capelli sono ancora neri, raccolti nel tuppo.
Hai il tuo sorriso e quei denti lunghi. La tua voce racconta.
Io ascolto.
Ricordo.
Ricordo.
Ricordo mia madre.
La mia mamma adorata.
Oggi, 12 settembre 2026, nel giorno del suo onomastico.

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