Oggi ascolto Geolier – PER NOI feat. Achille Lauro
Oggi ascolto Geolier – PER
NOI feat. Achille Lauro
Melodica.
Fortissimamente melodica.
E forse
bisogna cominciare proprio da qui, perché ogni tanto ci dimentichiamo che una
canzone non deve sostenere un esame. Deve arrivare.
Geolier usa
l’Auto-Tune apertamente, quasi ostentandolo. Non cerca di nasconderlo dietro
una tenda: lo prende e lo trasforma in uno degli strumenti della sua voce.
Achille Lauro, invece, è flat. Fortissimamente flat. Ha quel suo modo di
cantare che sembra stare sempre sul confine tra la nota, la parola detta e
qualcosa che assomiglia a una confessione.
E allora?
Bella,
bella, bella.
Ma chi se ne
frega se uno canta con l’Auto-Tune e l’altro è flat, fortissimamente flat.
Perché poi
arriva quella tastiera.
E lì, almeno
per me, cambia tutto.
Ha qualcosa
di struggente, un suono che mi sembra quello di un vecchio pianoforte a
manovella che attraversa lentamente i vicoli di Napoli. E subito me lo
immagino: il suonatore fermo all’angolo, il pappagallo che estrae il bigliettino
della fortuna, i balconi uno sopra l’altro, le voci che scendono dalle
finestre.
E lei.
Lei è
affacciata lassù, mentre stende i panni.
Tu sei
sotto.
Alzi gli
occhi.
E rimani
incantato.
Perché PER
NOI alla fine non parla della donna di Geolier e nemmeno di quella di
Achille Lauro.
Parla della
tua.
Quella lì.
Proprio
quella che ti è venuta in mente mentre ascoltavi la canzone.
Perché se
sei innamorato e senti cantare di qualcuno che pensa continuamente a lei, non
vai a cercare di capire a chi stesse pensando Geolier quando ha scritto quelle
parole.
Pensi alla
tua.
E ti dici
che nessuno può amarla come la ami tu.
Nessuno.
È una
presunzione enorme, naturalmente. Ma l'amore è anche questo: la convinzione
assurda e meravigliosa di avere scoperto qualcosa che miliardi di esseri umani
hanno scoperto prima di noi e di essere, nonostante questo, i primi due al
mondo a provarlo.
Tu e lei.
Lei e te.
E non sai
più bene dove finisce uno e dove comincia l'altra.
Lei è dentro
di te e tu sei dentro di lei. E insieme siete dentro quell'infinito universo
che, per qualche minuto, sembra non avere bisogno di altro.
Poi c'è
Napoli.
Geolier è
napoletanissimo. Nella lingua, certo, ma soprattutto nel sentimento. Perché il
napoletano qui non è un vezzo e nemmeno un effetto folkloristico. È il modo in
cui quella storia può essere raccontata. Alcune parole, quando passano da una
lingua all'altra, conservano il significato ma perdono la temperatura.
E questa
canzone è calda.
Sa di strada
bagnata, di finestre aperte, di attese sotto la pioggia. Sa di due persone che
si sono allontanate, hanno provato altre strade e magari anche altre vite, per
poi accorgersi che non era la stessa cosa.
Achille
Lauro entra in questo mondo a modo suo. Non cerca di diventare Geolier. Rimane
Achille Lauro. Ed è proprio l'incontro tra queste due diversità a funzionare:
una voce viene dai vicoli, l'altra sembra arrivare da qualche notte
metropolitana, e per qualche minuto finiscono nella stessa storia.
Ma la frase
che rimane non appartiene più a nessuno dei due.
È quel
pensiero semplicissimo: stavo pensando a te.
Cinque
parole che contengono quasi tutto.
Perché forse
amare qualcuno significa anche questo: stare facendo qualsiasi cosa — guidare,
camminare, lavorare, guardare fuori dalla finestra — e improvvisamente
accorgersi che quella persona era già lì.
Non l'hai
chiamata.
Non l'hai
cercata.
È arrivata.
Anzi, forse
non è mai andata via.
E allora
ritorna quella tastiera.
Il
pianoforte a manovella continua a suonare.
Il
pappagallo tira fuori un altro biglietto della fortuna.
Lei ha
finito di stendere i panni.
Tu sei
ancora sotto il balcone.
La guardi.
E pensi una
cosa che probabilmente hanno pensato milioni di uomini prima di te:
nessuno può
amarla come la amo io.
Non importa
se sia vero.
In
quell'istante lo è.
E la musica,
quando riesce a fare questo, ha già fatto tutto quello che doveva fare.
Auto-Tune
compreso.

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