Intelligenza artificiale o uomo?
Intelligenza artificiale o uomo?
Un libro, un vecchio conoscente e quella domanda sul potere che ritorna sempre
Giancarlo Ciricugno lo conosco da quasi settant’anni. E questa potrebbe essere una notizia soltanto se aggiungessi che, in quasi settant’anni, non abbiamo mai avuto veramente bisogno l’uno dell’altro.
Il che, nei paesi del Sud, è forse una forma piuttosto rara di conoscenza.
Stesso paese, stesso quartiere, qualche anno di differenza. E poi la politica. Quella politica che negli anni Ottanta aveva ancora sezioni, segretari, tessere, correnti, riunioni, votazioni e soprattutto una quantità sterminata di conversazioni. Io, dal 1985 al 1990, ero segretario della sezione della Democrazia Cristiana di San Cesario di Lecce; Ciricugno era segretario della sezione socialista.
Avremmo dunque avuto tutte le occasioni per incontrarci davvero. Per accordarci. Per scontrarci. Per costruire qualcosa insieme o, secondo una delle più antiche tradizioni della politica italiana, per costruire qualcosa contro qualcun altro.
Non accadde.
Nel piccolo mondo del potere locale le nostre traiettorie si sfiorarono senza coincidere. C'erano allora uomini che pensavano di spodestare i notabili, alleanze trasversali, strategie, calcoli. Io, in quel gruppo che progettava di disarcionare chi comandava, non c'ero.
Col tempo ho scoperto una curiosa regolarità: le conversazioni migliori con gli uomini che hanno avuto potere mi sono capitate quasi sempre quando quel potere non l'avevano più.
Forse perché il potere fa rumore. E quando il rumore finisce si può finalmente ascoltare l'uomo.
Così è successo anche con Giancarlo.
Ieri mattina, poco prima dell'acquazzone delle dodici e trenta, durante una delle mie camminate sono andato a trovarlo.
Non era la prima volta che tornavamo a parlare. Già nel 2022 gli proponevo qualcosa che, per mancanza di parola migliore, chiamavo un luogo di conversazione. Una specie di parlamento, purché si intendesse la parola nel suo significato più elementare: un posto dove si parla.
Non un comitato elettorale.
Non l'embrione dell'ennesima lista.
Non un manipolo di uomini e donne decisi a conquistare il municipio, abbattere l'usurpatore e, una volta conquistata la fortezza, scoprire inevitabilmente tutte le ottime ragioni per comportarsi più o meno come quelli che avevano cacciato.
La conquista del potere è un'impresa legittima. Talvolta persino necessaria. Ma confesso che le conversazioni organizzate esclusivamente per conquistarlo mi annoiano.
Mi interessa molto di più osservare il potere.
Perché il potere, quando lo si guarda da una certa distanza, possiede una sorprendente monotonia.
Cambiano i nomi, le sigle, le parole d'ordine. Cambiano i buoni e i cattivi, soprattutto perché ciascuno assegna a sé il primo ruolo e all'avversario il secondo. Ma certe dinamiche rimangono.
Chi è fuori denuncia.
Chi vuole entrare promette.
Chi entra spiega.
Chi viene cacciato ricomincia a denunciare.
E così il cerchio si chiude, pronto a ricominciare.
Per questo mi diverte qualche volta prevedere ciò che faranno gli intrepidi che hanno giurato di conquistare il potere e di abbattere coloro che lo detengono. Non occorrono capacità divinatorie. Basta osservare le coerenze che queste imprese hanno mostrato nella storia.
La condizione indispensabile, però, è una sola: non desiderare il posto dell'uomo che stai osservando.
Altrimenti l'analisi diventa risentimento, l'indignazione diventa invidia e persino la morale rischia di trasformarsi in una domanda di assunzione.
Ora Giancarlo Ciricugno ha scritto un libro dal titolo che sembra porre una domanda molto contemporanea:
Intelligenza artificiale o uomo?
Non l'ho ancora letto.
E dunque questa non è una recensione.
È, semmai, la recensione di un'attesa.
Il libro sarà presentato il 18 settembre al Circolo Cittadino di Melendugno, dove Elena Papadia dialogherà con l'autore. E intorno al titolo è già cominciata, come era prevedibile, la discussione: l'intelligenza artificiale produce omologazione? Dipende dall'intelligenza dell'uomo che la utilizza? È soltanto uno strumento? Ci rende più intelligenti o rende semplicemente più visibile ciò che siamo?
Sono domande interessanti.
Ma ce n'è un'altra che mi interessa ancora di più.
Che cosa accade all'uomo quando dispone di uno strumento capace di restituirgli, amplificato, ciò che egli stesso vi mette dentro?
Perché forse la questione non è scegliere tra intelligenza artificiale e uomo.
La congiunzione decisiva potrebbe non essere “o”, ma “e”.
L'uomo e la macchina.
L'uomo davanti alla macchina.
L'uomo che interroga la macchina e, senza accorgersene, finisce per interrogare se stesso.
E qui ritorna il potere.
Perché ogni nuova tecnologia promette una forma di liberazione e contemporaneamente produce una nuova possibilità di dominio. Non è necessario che il dominio abbia un volto, una divisa o una tessera di partito. Può essere molto più discreto: scegliere ciò che vediamo, suggerirci ciò che desideriamo, confermarci ciò che già pensiamo.
E soprattutto dispensarci dalla fatica del dubbio.
È questo, forse, il punto che mi incuriosisce del libro di Ciricugno.
Conoscendo l'uomo prima ancora del libro, sospetto che dentro quelle pagine non ci sarà soltanto l'intelligenza artificiale. Ci sarà inevitabilmente Giancarlo: la sua esperienza, ciò che ha creduto, ciò che ha sperato, le conquiste, le delusioni, le amarezze e probabilmente qualche certezza sopravvissuta alle altre.
Ma questa, appunto, è soltanto una mia supposizione.
Il libro non l'ho letto.
E bisogna riconoscere al libro il diritto elementare di essere letto prima di essere giudicato.
Andrò dunque ad ascoltare.
Forse anche a dissentire.
Perché dopo quasi settant'anni in cui non abbiamo avuto bisogno l'uno dell'altro, possiamo finalmente permetterci il lusso più raro nelle conversazioni tra uomini che hanno attraversato la politica:
non doverci convincere.
E forse proprio da lì può cominciare una conversazione.
Quanto all'intelligenza artificiale, staremo a vedere.
Dell'intelligenza umana, invece, continuiamo prudentemente a raccogliere prove.

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