ZIA TITINA, LUISA RUGGIO E LA CONVERSAZIONE LIBERATRICE

 


ZIA TITINA, LUISA RUGGIO E LA CONVERSAZIONE LIBERATRICE

Ho letto un bellissimo ritratto scritto da Luisa Ruggio.

Racconta di Agata, che quando entrò nella sua vita non era più la ragazza della fotografia e tutti chiamavano zia Titina. Una ricamatrice di Nardò, raffinata maestra del ricamo tradizionale, capace – scrive Ruggio – di prendersi cura delle ferite e persino del silenzio delle creature.

Leggendolo, ho pensato immediatamente a Ximena Dávila e alla sua conversazione liberatrice.

Naturalmente non so se zia Titina conoscesse qualcosa di tutto questo. Probabilmente no. È il racconto di Luisa Ruggio che mi fa riconoscere, nel modo di essere di questa donna, qualcosa che oggi riesco a nominare attraverso Dávila e Humberto Maturana.

Perché conversare non significa semplicemente parlare.

Noi esseri umani viviamo nel conversare: intrecciamo parole, emozioni, gesti, sguardi, ascolto e silenzi. E dentro questo intreccio costruiamo continuamente il mondo nel quale viviamo insieme.

La conversazione liberatrice comincia quando l'altro non è più qualcuno che devo correggere, convincere o condurre dove penso dovrebbe arrivare.

L'altro può essere incontrato nella sua legittimità.

Posso ascoltarlo senza preparare la risposta.

Posso accoglierne persino il silenzio senza riempirlo immediatamente di parole.

Posso stargli accanto senza assumermi il compito di aggiustarlo.

Ed è qui che il racconto di Luisa Ruggio mi sembra straordinariamente vicino a Dávila.

Perché zia Titina era una ricamatrice.

E quale immagine potrebbe descrivere meglio una conversazione liberatrice?

Una ricamatrice non combatte contro il tessuto.

Lo sente.

Ne segue la trama.

Fa entrare l'ago, lo lascia scomparire e poi riemergere. Il filo passa da una parte all'altra, torna, attraversa, congiunge. Punto dopo punto appare una forma che prima non c'era.

Ma il tessuto rimane se stesso.

Forse anche una conversazione autentica funziona così.

Io non ricamo te. Ricamiamo qualcosa nello spazio che nasce tra me e te.

Non devo trasformarti.

Non devo spiegarti chi sei.

Non devo stabilire quale sia la soluzione della tua vita.

Ti incontro.

Ti ascolto.

E nel nostro conversare può accadere che entrambi ci accorgiamo di qualcosa che, prima di quell'incontro, non riuscivamo a vedere.

È questo che mi ha colpito nel ritratto di Agata scritto da Luisa Ruggio.

Una donna che lavorava con ago e filo diventa, ai miei occhi, la metafora inconsapevole di un modo profondamente umano di conversare.

E forse le conversazioni più importanti della nostra vita sono proprio quelle che assomigliano ai ricami bianco su bianco evocati dalla Ruggio.

Da lontano quasi non si vedono.

Non fanno rumore.

Non pretendono di dimostrare niente.

Poi ci avviciniamo e scopriamo la trama.

E magari comprendiamo che una persona incontrata molti anni prima non ci aveva dato una soluzione, non ci aveva spiegato come vivere, non ci aveva nemmeno cambiati intenzionalmente.

Era stata con noi.

E in quello stare insieme qualcosa era accaduto.

Ago, filo, tessuto.

Parola, emozione, silenzio.

Forse la conversazione liberatrice comincia proprio da qui: dall'incontrare l'altro senza pretendere che diventi diverso.

E lasciare che sia la vita, se accade, a ricamare il resto.

Luisa Ruggio si trova a Nardò.

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Tamburelli salentini  · L'Aia Noa ·

La ragazza della fotografia si chiamava Agata, quando il destino ha intrecciato le nostre vite non era più una ragazza e tutti la chiamavano zia Titina. Sapeva curare ogni ferita, persino il silenzio di alcune creature. Era solo una ricamatrice di Nardò, una delle più raffinate maestre dell'arte del ricamo tradizionale. Ma quando la sua mano si posava sul cuore di qualcuno, la grazia ne sfiorava per sempre la vita. A me è toccata questa grazia. E adesso che non abita più in questo mondo, la sua magnifica presenza vive dove c'è di nuovo bisogno di ago e filo per sanare. Perché anche se sono stati ricamati bianco su bianco, certi lenzuoli alla stregua di certi esseri umani sono giardini di fiori che non appassiscono mai.

 

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