Antonio Bruno conversa con Heinz von Foerster — La realtà che nasce mentre me ne accorgo
Antonio Bruno conversa con Heinz von Foerster — La realtà
che nasce mentre me ne accorgo
Io entro nella conversazione non come semplice intervistatore, ma come
qualcuno che mette alla prova le tesi di Heinz von Foerster sulla mia
esperienza concreta del «mi accorgo».
Antonio Bruno: Professor von Foerster, parto dalla frase
che mi ha fermato leggendo questa conversazione con Bernhard Pörksen. Noi siamo
abituati a pensare che vedere significhi ricevere dentro di noi qualcosa che
sta fuori. C’è un albero davanti a me: io apro gli occhi e vedo l’albero.
Heinz von Foerster: È precisamente questa l’idea che vorrei
mettere in discussione. Lei non riceve dentro di sé una fotografia dell’albero.
Il sistema nervoso non funziona come una macchina fotografica.
Antonio Bruno: Eppure l’albero è lì.
Heinz von Foerster: Non sto dicendo che l’albero non
esista. Sto dicendo qualcosa di molto più preciso: ciò che lei vede
non può essere identificato semplicemente con ciò che sta fuori di lei.
Antonio Bruno: Qui entra Johannes Müller.
Heinz von Foerster: Esatto. Müller aveva osservato qualcosa
di straordinario già nell’Ottocento: i nervi sensoriali producono le sensazioni
proprie del sistema a cui appartengono, indipendentemente dalla natura fisica
dello stimolo.
Stimoli il nervo ottico in un certo modo e potrà avere un’esperienza
luminosa anche se non c'è una luce corrispondente là fuori.
Questo dovrebbe renderci molto prudenti quando diciamo: «Vedo il mondo così
com’è».
Antonio Bruno: Perché sarebbe più corretto dire: «Questo è
il mondo che emerge nel mio vedere».
Heinz von Foerster: Molto meglio.
Antonio Bruno: Ed è qui che la questione mi riguarda
direttamente. Da qualche tempo utilizzo un'espressione semplicissima: mi
accorgo.
Mi accorgo della luce che entra dalla finestra.
Mi accorgo di un rumore.
Mi accorgo di una sensazione nella pancia.
Mi accorgo di un ricordo.
Mi accorgo che sto immaginando qualcosa che potrebbe succedere domani.
Prima avrei probabilmente cercato immediatamente di stabilire quale di
queste cose fosse «la realtà».
Adesso posso semplicemente accorgermi che accade.
Heinz von Foerster: E vede quanto cambia la questione?
Lei non dice più: «Il mondo è così».
Dice: «Questo è ciò che accade nella mia esperienza».
Antonio Bruno: Ma attenzione: non significa che tutto me lo
invento arbitrariamente.
Heinz von Foerster: Assolutamente no. Questo è uno degli
equivoci più frequenti del costruttivismo.
Costruire non significa fantasticare liberamente.
Se lei urta contro un muro, il muro oppone una resistenza. Non può decidere
che non ci sia. Ma ciò che chiama «muro», il modo in cui lo distingue, lo
riconosce, lo descrive e lo inserisce nel suo mondo appartiene alla sua
esperienza di osservatore.
Antonio Bruno: Quindi esistono vincoli, perturbazioni,
resistenze. Ma da questi non riceviamo un'immagine già pronta del mondo.
Heinz von Foerster: Precisamente.
Il sistema nervoso riceve perturbazioni. Non riceve piccoli alberi, piccole
automobili, piccole melodie e piccoli tramonti.
Antonio Bruno: Questa immagine mi piace. Quando ascolto una
canzone che mi emoziona, nelle mie orecchie non entrano la malinconia, la
dolcezza o l'amore.
Heinz von Foerster: Certamente no.
Antonio Bruno: Entrano, per dirla brutalmente, variazioni
fisiche dell'aria.
Heinz von Foerster: E tuttavia lei sente musica.
Antonio Bruno: E magari mi vengono le lacrime.
Heinz von Foerster: Ecco il miracolo.
Antonio Bruno: Allora posso dire che la commozione non era
contenuta nelle onde sonore.
Heinz von Foerster: Esatto.
Antonio Bruno: Ma non per questo è meno reale.
Heinz von Foerster: Questo è il punto decisivo.
Siamo stati educati a pensare che ciò che è soggettivamente costruito sia,
per questa ragione, meno reale. Io rovescerei la questione: quella è
precisamente la realtà che lei può vivere.
Antonio Bruno: Questo mi porta a un'esperienza molto
concreta.
Posso sentire una stretta alla pancia e immediatamente dire: «C'è qualcosa
che non va».
Oppure posso accorgermi:
«C'è una stretta alla pancia».
Poi posso accorgermi che insieme a quella sensazione sto costruendo uno
scenario futuro.
Per esempio: «Potrebbe accadere questo, poi quello, e allora succederà
quell'altro».
Ma quell'intero futuro sta accadendo adesso, mentre lo
immagino.
Heinz von Foerster: Naturalmente. Il futuro che lei immagina
non arriva dal futuro.
Antonio Bruno: Questa frase è bellissima.
Heinz von Foerster: È quasi una banalità.
Antonio Bruno: Sì, ma certe banalità diventano sorprendenti
quando ce ne accorgiamo.
Il futuro che immagino non arriva dal futuro.
Sta accadendo nel presente come mia esperienza.
E anche il passato che ricordo non arriva materialmente dal passato. Accade
adesso come ricordo.
Heinz von Foerster: Esattamente.
Antonio Bruno: Allora, mentre sono seduto qui, possono
esserci contemporaneamente il rumore della strada, il sapore del caffè, una
tensione muscolare, il ricordo di mia madre, un'immagine della mia infanzia e
qualcosa che immagino di fare domani.
Heinz von Foerster: Ed ecco il suo mondo.
Antonio Bruno: Non il mondo.
Heinz von Foerster: Il mondo della sua esperienza in
quell'istante.
Antonio Bruno: Adesso comprendo meglio anche quella frase
del testo: il colore non arriva già colorato dall'esterno.
Heinz von Foerster: Naturalmente.
Antonio Bruno: Fuori non viaggia il «rosso».
Heinz von Foerster: No.
Antonio Bruno: Non viaggia Beethoven.
Heinz von Foerster: No.
Antonio Bruno: Non viaggia il profumo della rosa.
Heinz von Foerster: No.
Antonio Bruno: Eppure io vedo il rosso, ascolto Beethoven e
sento il profumo della rosa.
Heinz von Foerster: Ed è proprio questo che dovrebbe
stupirla ogni mattina.
Antonio Bruno: Allora posso smettere anche di domandarmi
continuamente se ciò che provo sia giusto o sbagliato.
Posso innanzitutto accorgermi che c'è.
Heinz von Foerster: Ora sta introducendo una conseguenza
etica molto importante.
Se comprendo che la mia esperienza non è una fotografia neutrale di una
realtà indipendente, divento più responsabile delle distinzioni che faccio.
Antonio Bruno: Perché non posso più dire facilmente: «È
così e basta».
Heinz von Foerster: Esatto.
Può dire: «Io lo vedo così».
E allora compare immediatamente un'altra possibilità: qualcuno può vederlo
diversamente.
Antonio Bruno: Qui sento molto Maturana.
Heinz von Foerster: E fa bene.
Antonio Bruno: Perché se io scambio continuamente ciò che
emerge nella mia esperienza con una realtà oggettiva indipendente da me,
rischio di trasformare ogni conversazione in una battaglia.
Io dico: «È così».
L'altro dice: «No, è così».
E combattiamo per stabilire chi possiede il mondo vero.
Heinz von Foerster: Mentre potreste diventare curiosi.
Antonio Bruno: «Come fai tu a vedere ciò che vedi?»
Heinz von Foerster: Magnifica domanda.
Antonio Bruno: E potrei rivolgerla anche a me stesso:
Come faccio quello che faccio?
Non: «Perché sono così?»
Non necessariamente: «Da dove viene tutto questo?»
Ma: «Come sto facendo emergere, proprio adesso, questa esperienza?»
Heinz von Foerster: A quel punto l'osservatore comincia a
osservare il proprio osservare.
Antonio Bruno: Cioè: mi accorgo che mi accorgo.
Heinz von Foerster: Esattamente.
Antonio Bruno: Ed è curioso, professore, perché sembra
complicatissimo quando lo spieghiamo.
Ma nell'esperienza è elementare.
Sono qui.
Sento.
Vedo.
Ricordo.
Immagino.
Penso.
Mi accorgo.
E posso persino accorgermi che sto cercando di modificare quello di cui mi
sono appena accorto.
Heinz von Foerster: E allora?
Antonio Bruno: Niente.
Heinz von Foerster: Niente?
Antonio Bruno: Niente che io debba necessariamente
fare.
Posso fare qualcosa, naturalmente.
Se ho sete bevo.
Se desidero uscire esco.
Se devo rispettare un appuntamento mi organizzo.
Se qualcosa richiede una decisione decido.
Ma il semplice fatto che una sensazione, un pensiero o un ricordo compaia
nella mia esperienza non significa automaticamente che debba correggerlo.
Posso accorgermene.
Heinz von Foerster: E questo le sembra poco?
Antonio Bruno: Al contrario.
Mi sembra enorme proprio perché è piccolo.
Per tanti anni avrei potuto pensare che conoscere significasse riuscire
finalmente a costruire dentro di me una rappresentazione esatta di ciò che
stava fuori.
Adesso la domanda cambia.
Non più soltanto:
«Che cosa c'è là fuori?»
Ma anche:
«Che cosa accade qui mentre conosco ciò che chiamo là fuori?»
E allora la realtà non scompare.
Diventa immensamente più ricca.
Perché mentre guardo un albero non c'è soltanto l'albero.
Ci sono la luce, la retina, il sistema nervoso, la mia storia, le
distinzioni che faccio, le parole con cui lo nomino, forse un ricordo, forse
un'emozione.
E soprattutto ci sono io che, in questo preciso istante, posso accorgermi di
tutto questo.
Heinz von Foerster: E cosa deve fare adesso?
Antonio Bruno: Adesso?
Nulla.
Mi accorgo che sto parlando con lei.
E questo, per questo momento, mi basta.
Il passaggio che considero centrale è «Il futuro che immagino non
arriva dal futuro»: collega la biologia della percezione descritta nel
brano alla distinzione che sto sperimentando tra ciò che accade sensorialmente,
ciò che ricostruisco come passato e gli scenari futuri che emergono nel
presente.

Commenti
Posta un commento